Per un elettore italiano, abituato a presentare al seggio la carta d’identità e la tessera elettorale, il sistema americano può apparire quasi paradossale: in 14 Stati e nel District of Columbia la maggior parte degli elettori può votare di persona senza mostrare alcun documento, mentre gli altri 36 Stati prevedono una qualche forma di identificazione, in 24 casi con fotografia. L’assenza di un documento non significa però assenza di controlli: l’identità viene generalmente verificata confrontando la firma o altri dati personali con quelli già presenti nelle liste elettorali. Esistono inoltre requisiti federali specifici per alcuni cittadini che votano per la prima volta dopo essersi registrati per posta senza una precedente verifica.
Ad ogni modo questa particolarità, profondamente radicata nella storia istituzionale del Paese, è oggi al centro dello scontro sul SAVE America Act, la proposta di legge sostenuta da Donald Trump che introdurrebbe nuovi obblighi documentali per le elezioni federali. Per comprenderne la portata bisogna partire da una caratteristica fondamentale degli Stati Uniti: il Paese non ha mai istituito una carta d’identità nazionale obbligatoria, storicamente percepita come uno strumento di controllo federale incompatibile con la tradizione libertaria americana. Il documento più diffuso è quindi la patente di guida, rilasciata dai singoli Stati, che non è però obbligatoria né posseduta da tutti.
Anche l’amministrazione elettorale è fortemente decentralizzata. Negli Stati Uniti esistono più di 8.000 giurisdizioni elettorali locali e, nella maggior parte del Paese, sono gli enti locali a organizzare concretamente il voto. Ogni Stato mantiene una banca dati centralizzata degli elettori, ma il governo federale non ha mai istituito un registro elettorale nazionale.
A differenza di quanto avviene in molte democrazie comparabili, non esiste inoltre un sistema nazionale e universale di registrazione automatica. L’iscrizione nelle liste elettorali rimane spesso un’iniziativa del cittadino, anche se circa metà degli Stati ha introdotto meccanismi automatici collegati ai rapporti con la motorizzazione o con altre amministrazioni pubbliche. Nel modulo di registrazione l’elettore dichiara, sotto pena di spergiuro, di essere cittadino americano, mentre gli altri dati identificativi possono essere confrontati con banche dati statali e federali. Non esiste però un archivio federale completo della cittadinanza che consenta agli uffici elettorali di verificare sistematicamente ogni dichiarazione.
Il voto illegale da parte di un non cittadino è punibile con una multa e fino a un anno di carcere. Una falsa dichiarazione consapevole di cittadinanza presentata per registrarsi o votare può invece comportare fino a cinque anni. Per gli stranieri possono esserci anche conseguenze sul piano dell’immigrazione, compresa l’espulsione, attraverso un procedimento separato.
Dall’Indiana al SAVE America Act
Sebbene alcuni Stati chiedessero già forme di identificazione, prima delle elezioni del 2006 nessuno imponeva a tutti gli elettori di presentare un documento governativo con fotografia come condizione per la validità del voto. L’Indiana ha approvato nel 2005 la prima legge rigida di questo tipo, applicata dalle elezioni dell’anno successivo e confermata dalla Corte Suprema nel 2008. Da allora il tema è diventato una delle principali linee di frattura tra i due partiti: i repubblicani chiedono requisiti sempre più severi in nome dell’integrità elettorale, mentre i democratici temono che questi vincoli possano escludere cittadini pienamente legittimati a votare.
Il SAVE Act, acronimo di Safeguard American Voter Eligibility Act, rappresenta il punto d’arrivo di questo scontro. La proposta di legge vieterebbe agli Stati di accettare una nuova iscrizione alle liste per le elezioni federali senza che il richiedente presenti personalmente una prova documentale della cittadinanza. Il requisito potrebbe applicarsi anche agli aggiornamenti della registrazione, per esempio dopo un trasferimento, un cambio di nome o, a seconda delle regole statali, una modifica dell’affiliazione partitica.
Tra i documenti ammessi figurano un passaporto statunitense valido o un documento Real ID che indichi espressamente la cittadinanza. La maggior parte delle patenti e dei Real ID ordinari rilasciati negli Stati Uniti non contiene però questa informazione. Inoltre il certificato di nascita non sarebbe sufficiente da solo, ma dovrebbe essere anche accompagnato da un documento governativo con fotografia. Anche un documento militare sarebbe utilizzabile soltanto insieme a un certificato di servizio che riporti il luogo di nascita negli Stati Uniti.
La Camera ha approvato il SAVE Act il 10 aprile 2025 con 220 voti contro 208. L’11 febbraio 2026 ha poi approvato, con 218 voti contro 213, una versione più ampia denominata SAVE America Act. Oltre alla prova di cittadinanza per registrarsi, la nuova proposta di legge richiede un documento governativo con fotografia per votare e introduce requisiti specifici per consentire il voto postale. Impone inoltre agli Stati di sottoporre al Dipartimento per la Sicurezza Interna, attraverso il sistema SAVE, ogni nominativo presente nelle liste elettorali. Prevede inoltre conseguenze penali per chi, consapevolmente e intenzionalmente, registri una persona priva della documentazione richiesta.
Al Senato, tuttavia, il provvedimento resta bloccato. Per superare l’ostruzionismo ("filibuster") dei democratici servono 60 voti, mentre i repubblicani dispongono di soli 53 seggi e non hanno ottenuto il sostegno bipartisan necessario. Anche la senatrice repubblicana Lisa Murkowski si è opposta all’avanzamento della proposta.
Una possibile strada alternativa passa quindi dalla riconciliazione di bilancio, una procedura facilitata che consente di approvare a maggioranza semplice misure riguardanti spesa, entrate e debito. Il 22 luglio la Camera dei Rappresentanti ha così adottato, con 216 voti contro 214, la risoluzione di bilancio H.Con.Res. 113. Il nuovo testo assegna alla Commissione per l’Amministrazione della Camera un margine di bilancio fino a 10 miliardi di dollari per elaborare una futura proposta, ma non stanzia ancora materialmente quei fondi e non introduce i requisiti del SAVE America Act.
Secondo l’ipotesi sostenuta dallo Speaker della Camera Mike Johnson, il futuro provvedimento di riconciliazione potrebbe utilizzare questo margine per finanziare sovvenzioni destinate agli Stati che adottino la prova documentale della cittadinanza e il documento fotografico come previsto dalla proposta di Trump. Gli esponenti repubblicani più conservatori continuano però a chiedere un obbligo nazionale anziché un programma di incentivi. Ma al Senato le disposizioni puramente elettorali potrebbero essere escluse dalla riconciliazione di bilancio in base alla Byrd Rule, che vieta di inserire nella procedura facilitata a maggioranza semplice norme i cui effetti finanziari siano soltanto marginali rispetto all’obiettivo politico. Il leader della maggioranza John Thune ha perciò riconosciuto che il SAVE America Act, almeno nella sua forma attuale, non dispone dei voti necessari.
La prova di cittadinanza che divide l’America
Il SAVE America Act, sostenuto da Trump, imporrebbe la prova di cittadinanza per registrarsi e un documento con fotografia per votare alle elezioni federali. Il fenomeno da combattere è raro; la platea che rischia nuovi ostacoli è enorme.
Per intercettare casi così rari, i nuovi obblighi documentali ricadrebbero su 21,3 milioni di cittadini che oggi non hanno una prova di cittadinanza a portata di mano.
In 14 Stati e a Washington DC si vota senza documento
Gli Stati Uniti non hanno una carta d’identità nazionale: al seggio l’identità viene spesso verificata confrontando la firma con le liste elettorali. Tocca i segmenti per il dettaglio delle 51 giurisdizioni (50 Stati più DC).
La Camera approva con margini sempre più stretti
Tre voti in quindici mesi, tutti sul filo dei seggi. Al Senato, invece, la strada resta sbarrata dall’ostruzionismo democratico.
Per superare il filibuster servono 60 voti e persino la repubblicana Lisa Murkowski si è opposta. La riconciliazione a maggioranza semplice rischia però di infrangersi sulla Byrd Rule, che esclude le norme senza effetti di bilancio sostanziali: lo stesso leader della maggioranza John Thune ammette che i voti, oggi, non ci sono.
Otto americani su dieci approvano, ma il fenomeno resta raro
Il principio piace a una larghissima maggioranza bipartisan. I numeri del voto illegale raccontano però un fenomeno marginale, anche se non inesistente.
Milioni di cittadini senza i documenti richiesti
La maggior parte delle patenti e dei Real ID non indica la cittadinanza e il certificato di nascita da solo non basterebbe. Tocca le voci per approfondire.
Un principio popolare, ma un fenomeno raro
I sostenitori della riforma voluta da Trump possono contare su un consenso molto ampio intorno ai suoi principi generali. Secondo un sondaggio Gallup dell’ottobre 2024, l’84% degli americani è favorevole all’obbligo di presentare un documento con fotografia al seggio e l’83% sostiene la richiesta di una prova di cittadinanza al momento della prima registrazione. Il sondaggio non descriveva però gli obblighi procedurali contenuti nel SAVE America Act: il sostegno alle due misure in astratto non può quindi essere automaticamente interpretato come consenso verso l’intero provvedimento.
L’argomento dei favorevoli è comunque di principio: se la cittadinanza è già un requisito per votare, verificarla con un documento rappresenterebbe una misura di buon senso. Ma i dati disponibili indicano che il voto dei non cittadini è raro, sebbene non inesistente. Uno studio del Brennan Center sulle elezioni del 2016 ha individuato, tra 23,5 milioni di voti espressi in 42 giurisdizioni selezionate, circa 30 casi sospetti segnalati per ulteriori indagini o per un possibile procedimento giudiziario: lo 0,0001% del totale.
Un’inchiesta pubblicata da Reuters nel luglio 2026 ha individuato, dall’entrata in vigore della legge federale del 1996, solo 129 persone incriminate per voto illegale da parte di non cittadini, 73 delle quali condannate o dichiaratesi colpevoli. Pochi giorni dopo, il New Jersey ha però reso noto un caso più esteso: un errore informatico aveva permesso l'iscrizione alle liste elettorali di circa 6.600 persone che si erano dichiarate non cittadine, sebbene meno di 400 di loro abbiano effettivamente votato. Non ci sono prove che l’episodio abbia alterato l’esito di alcuna elezione, mentre le circostanze dei singoli voti restano oggetto di indagine, ma l’episodio dimostra comunque che i controlli amministrativi possono fallire e offre ai sostenitori della riforma un ulteriore argomento.
A fronte di un fenomeno numericamente limitato, i critici temono invece effetti molto più ampi sugli aventi diritto. Citano a supporto di questa posizione un sondaggio condotto nel 2023 da SSRS per VoteRiders, l’Università del Maryland e il Brennan Center, secondo cui il 9,1% dei cittadini americani in età di voto, pari a 21,3 milioni di persone, non possedeva o non aveva accesso immediato a un documento che provasse la cittadinanza. Almeno 3,8 milioni dichiaravano di non possederne alcuno. Un’analisi più recente del Bipartisan Policy Center, basata su una definizione documentale più vicina a quella della proposta, stima che circa il 12% degli elettori registrati non abbia immediatamente disponibile un passaporto valido oppure la combinazione di certificato di nascita e documento fotografico.
Il peso dei nuovi requisiti non sarebbe neppure distribuito uniformemente. Nel sondaggio del 2023 quasi l’11% dei cittadini non bianchi dichiarava di non avere immediatamente disponibili documenti di cittadinanza, contro poco più dell’8% dei cittadini bianchi. L’analisi del Bipartisan Policy Center rileva invece soprattutto una marcata disparità economica e sociale: le persone con redditi più elevati e un livello d’istruzione maggiore hanno più probabilità di possedere i documenti richiesti.
Per i cittadini a basso reddito e per chi vive in zone rurali o remote, procurarsi i certificati e presentarli personalmente potrebbe comportare costi, spostamenti e ostacoli difficili da superare. Il testo impone agli Stati di prevedere "accomodamenti ragionevoli" per le persone con disabilità, ma non stabilisce nel dettaglio come debbano essere organizzati. Le organizzazioni che rappresentano i nativi americani avvertono, in particolare, che l’obbligo di recarsi presso un ufficio elettorale potrebbe gravare sulle comunità tribali più lontane dai centri amministrativi.
Il quadro non è però univoco. Analizzando i dati del 2024 e tenendo conto di reddito, istruzione e altre caratteristiche, il Bipartisan Policy Center ha rilevato che gli elettori asiatici hanno meno probabilità dei bianchi di disporre dei documenti richiesti, mentre per gli elettori neri la probabilità risulta maggiore. Per gli ispanici e per gli altri gruppi esaminati non emerge uno svantaggio statisticamente significativo. Non è quindi dimostrato che la legge penalizzerebbe indistintamente tutte le comunità non bianche. È più fondato il rischio che gli oneri aggiuntivi ricadano su alcuni gruppi minoritari e, soprattutto, sui cittadini con meno risorse economiche, minore mobilità o accesso più difficile agli uffici pubblici.
Il caso più discusso riguarda però le donne che hanno cambiato cognome. Secondo il Pew Research Center, il 79% delle donne statunitensi in matrimoni eterosessuali ha assunto il cognome del coniuge. Il Center for American Progress, organizzazione contraria alla proposta, ha stimato che fino a 69 milioni di donne potrebbero avere un certificato di nascita non corrispondente al nome legale attuale. Non si tratta, però, di un dato amministrativo ufficiale e la stima non indica quante avrebbero effettivamente difficoltà a registrarsi secondo le nuove norme proposte.
Il testo impone infatti agli Stati di predisporre una procedura che consenta di risolvere la discrepanza attraverso documenti supplementari, come il certificato di matrimonio, oppure mediante una dichiarazione giurata. Le modalità concrete rimarrebbero però affidate ai singoli Stati, con il rischio di creare regole differenti e ulteriori passaggi burocratici. I precedenti statali alimentano inoltre i dubbi. In Kansas una legge analoga bloccò o sospese la registrazione di oltre 31.000 cittadini. Un tribunale federale ne vietò definitivamente l’applicazione nel 2018; la decisione fu confermata in appello nel 2020 e, nello stesso anno, la Corte Suprema rifiutò di esaminare il ricorso dello Stato.
Dietro la disputa tecnica c’è quindi una scelta politica di fondo: decidere quanto affidarsi ai controlli amministrativi e alle banche dati pubbliche e quanto, invece, imporre al singolo elettore di produrre preventivamente documenti specifici. Da una parte c’è l’obiettivo di colmare falle reali, come quella emersa in New Jersey, e di rendere verificabile un requisito già previsto dalla legge, mentre dall’altra il rischio è di ostacolare l’accesso al voto di cittadini pienamente legittimati per contrastare un fenomeno che, nel complesso, come abbiamo visto, resta estremamente raro. È proprio su questo equilibrio tra integrità elettorale e diritto di partecipazione che si gioca il futuro del SAVE America Act e, più in generale, del sistema elettorale americano.
