Per Donald Trump le midterm del 3 novembre sono state una disfatta, il tipo di sconfitta netta che i suoi avversari aspettavano da dieci anni senza mai riuscire a ottenerla. Lo ha scritto Idrees Kahloon in un'analisi pubblicata sull'Atlantic nella notte elettorale, quando i risultati indicavano che i democratici avrebbero conquistato un'ampia maggioranza alla Camera e anche il controllo del Senato. Al Senato erano sulla strada per vincere sia seggi su cui puntavano (come quello del Texas) sia altri su cui non avevano motivo di sperare (come quello del South Carolina).
Secondo Kahloon la sconfitta è troppo diffusa per essere attribuita al malcontento di un solo gruppo di elettori. Nella contea di Miami-Dade, in Florida, il forte sostegno tra gli elettori ispanici che Trump aveva costruito nel 2024 sembra essere svanito. In Kansas i democratici erano vicini a eleggere un senatore per la prima volta in un secolo, mentre in Ohio sembravano in grado di conquistare sia la carica di governatore sia un seggio al Senato.
Una prima spiegazione possibile è di tipo morale: Trump starebbe pagando i comportamenti senza precedenti del suo secondo mandato, cioè l'arricchimento personale, l'uso della giustizia contro i suoi nemici e lo smantellamento di agenzie federali senza il consenso del Congresso. Kahloon però la ritiene poco convincente, perché gli elettori americani hanno riportato Trump alla Casa Bianca dopo che aveva cercato di ribaltare la sconfitta del 2020.
La spiegazione più evidente per l'autore è economica. Trump aveva vinto nel 2024 sfruttando il malcontento per l'inflazione durante la presidenza di Joe Biden, ma una volta tornato in carica sembrava convinto che le stesse regole non valessero per lui. Ha avviato guerre commerciali con il resto del mondo, con dazi che hanno fatto salire i prezzi dei prodotti importati. Ha approvato un grande taglio delle tasse e ha incoraggiato il boom degli investimenti nell'intelligenza artificiale: due scelte che hanno spinto in alto i tassi d'interesse. La decisione più dannosa, secondo Kahloon, è stata la guerra contro l'Iran, una guerra non necessaria voluta dal presidente, che ha fatto aumentare il prezzo di benzina e gasolio.
Oggi solo il 38 per cento degli americani approva l'operato del presidente. Trump e i suoi alleati avevano provato ad aumentare le possibilità di mantenere la Camera spingendo gli stati governati dai repubblicani a ridisegnare in modo aggressivo i collegi elettorali a proprio vantaggio, una pratica nota come gerrymandering. La strategia non ha funzionato.
I democratici invece hanno tratto due lezioni dalla sconfitta del 2024. La prima è che chi governa è vulnerabile agli attacchi sul costo della vita. La seconda è che il partito si era spostato troppo a sinistra sull'immigrazione e su temi come i diritti delle persone transgender. Le diverse anime del partito, dai socialisti delle grandi città ai populisti delle zone rurali fino ai tecnocrati, si sono ritrovate su un messaggio comune: l'"affordability", cioè la possibilità per le famiglie di sostenere il costo della vita, un tema su cui i repubblicani erano deboli.
Ogni corrente rivendicherà il merito della vittoria, ma per Kahloon il fatto che i democratici siano andati meglio del previsto ovunque indica che a perdere le elezioni sono stati i repubblicani al governo. La preferenza del presidente per candidati deboli ha pesato: Ken Paxton, candidato al Senato in Texas nonostante diversi scandali, oppure Darline Graham (considerata poco preparata) in South Carolina. Il problema principale però sono state le politiche del presidente, un peso tale da mettere in difficoltà anche repubblicani esperti e affermati come la senatrice del Maine Susan Collins e il governatore del Texas Greg Abbott.
La fine del trumpismo è stata annunciata molte volte negli ultimi dieci anni e secondo Kahloon nemmeno ora è garantita. La sconfitta alle urne non basta a cancellarlo dal Partito Repubblicano, dove il presidente mantiene una forte presa sulla sua base più fedele. Con la maggioranza in Congresso i democratici potranno ostacolare la Casa Bianca con le battaglie sul bilancio e con continue inchieste. Probabilmente saranno anche in grado di bloccare eventuali nomine alla Corte Suprema.
Per l'autore il risultato non annuncia un presidente senza potere, ma un presidente arrabbiato e forse ancora più privo di freni. Le scelte più importanti di questo mandato, cioè la guerra con l'Iran, le guerre commerciali e le operazioni militari in Venezuela e nel mar dei Caraibi, sono state prese senza alcun coinvolgimento del Congresso. Con i democratici in maggioranza il Congresso cercherà di difendere con più decisione le proprie prerogative, ma la cosiddetta presidenza imperiale, cioè un potere esecutivo che agisce senza contrappesi, è ormai radicata. Secondo Kahloon il potere di Trump finirà, ma solo dopo un'altra elezione.
