Perché gli Stati Uniti dovrebbero adottare un sistema proporzionale
Dopo la sentenza Callais della Corte Suprema, il politologo Lee Drutman sostiene che solo abbandonando i collegi uninominali si può fermare l'escalation tra Repubblicani e Democratici sul ridisegno dei distretti.
Dopo la sentenza Callais con cui la Corte Suprema ha smantellato la Sezione 2 del Voting Rights Act, l'unica soluzione strutturale alla guerra dei gerrymandering è il passaggio a un sistema di rappresentanza proporzionale. A sostenerlo è il politologo Lee Drutman nella sua newsletter. La decisione, presa con sei voti contro tre e redatta dal giudice Samuel Alito, stabilisce che creare distretti a maggioranza di minoranza per rispettare il Voting Rights Act costituisce di per sé un gerrymandering razziale incostituzionale. Combinata con la sentenza Rucho v. Common Cause del 2019, che ha reso legale il gerrymandering partitico, la pronuncia apre la strada a un ridisegno aggressivo delle mappe elettorali in tutto il paese.
La reazione è stata immediata. Diversi Stati a guida repubblicana del Sud, dalla Louisiana al Mississippi, dall'Alabama alla Florida fino alla South Carolina e il Tennesse, stanno già ridisegnando i collegi per ampliare la propria delegazione al Congresso. Secondo le stime di Black Voters Matter Fund e Fair Fight Action, fino a diciannove distretti a maggioranza di minoranza, tutti in mano ai Democratici, potrebbero essere cancellati. I Democratici hanno annunciato una controffensiva in Stati come New York, Illinois, Maryland e Colorado, ma si trovano in una posizione asimmetrica: dipendono dagli elettori afroamericani e dai loro rappresentanti e non possono diluire i distretti delle minoranze senza danneggiare la propria base.
Drutman sostiene che le risposte tradizionali dei Democratici sono inefficaci. Le leggi federali sul diritto di voto, come il John Lewis Voting Rights Advancement Act, anche se fossero approvate verrebbero annullate dalla stessa maggioranza di sei giudici a tre sulla base del Quattordicesimo Emendamento. La via giudiziaria è altrettanto compromessa: Omar Noureldin, vicepresidente di Common Cause, ha riconosciuto che le cause basate sul Voting Rights Act sono ormai quasi impossibili da vincere. La Corte Suprema ha chiuso progressivamente ogni porta con Rucho nel 2019, Brnovich nel 2021 e ora Callais nel 2026. Anche le commissioni indipendenti per il ridisegno dei collegi non risolvono il problema di fondo, perché continuano a operare dentro lo schema dei collegi uninominali.
Il punto, secondo Drutman, è che il sistema elettorale americano è esso stesso la causa della crisi. I collegi uninominali producono matematicamente due soli partiti. Due partiti producono una competizione a somma zero. In una società diversificata, questa competizione degenera in una guerra identitaria in cui l'avversario non è un competitor ma un nemico, ogni elezione diventa esistenziale e la logica della guerra permanente sostituisce quella della mediazione politica. I distretti delle minoranza, inoltre, funzionano solo quando le comunità minoritarie sono abbastanza isolate geograficamente da formare una maggioranza in un singolo collegio, facendo paradossalmente della segregazione una precondizione per la rappresentanza. La sentenza Callais ha strappato questa toppa, ma la toppa, ricorda Drutman, non era mai stata una soluzione.
La matematica della rappresentanza:
perché solo la proporzionale risolve la guerra delle mappe
Dopo Callais, ridisegnare i confini non basta più. Il politologo Lee Drutman sostiene che la radice del problema è il collegio uninominale stesso — e che la riforma richiederebbe un solo paragrafo di legge.
Come la Corte ha chiuso, una alla volta, ogni porta al Voting Rights Act
In sette anni, la maggioranza conservatrice della Corte Suprema ha smantellato gli strumenti giuridici che proteggevano il diritto di voto delle minoranze.
Lo stesso voto, due risultati opposti
Una popolazione divisa quasi a metà produce esiti radicalmente diversi a seconda del sistema elettorale. È qui che si gioca tutta la matematica della rappresentanza.
In un collegio uninominale il 51 batte il 49 e vince tutto. In un collegio plurinominale la rappresentanza segue il peso effettivo del voto — e il gerrymandering diventa matematicamente inutile.
Quando la proporzionale rende automatica la rappresentanza
In uno Stato dove gli afroamericani sono circa un terzo della popolazione, il sistema proporzionale garantirebbe due seggi su sei senza bisogno di disegnare confini né di ricorrere ai tribunali.
Perché tutte le altre strade sono compromesse
Drutman analizza una a una le opzioni a disposizione dei Democratici. Nessuna, scrive, risolve il problema strutturale.
Lo Uniform Congressional District Act del 1967 impone i collegi uninominali in poche righe. Modificarlo basterebbe ad autorizzare distretti plurinominali con sistemi proporzionali. Il deputato Jamie Raskin è l'unico parlamentare ad averlo chiesto esplicitamente nelle ventiquattro ore successive a Callais.
La proposta è eleggere intere delegazioni statali in modo proporzionale. I partiti presentano liste di candidati, gli elettori scelgono, i seggi vengono assegnati in proporzione ai voti ricevuti. Applicato alla Louisiana, dove gli afroamericani sono circa un terzo della popolazione, il sistema garantirebbe automaticamente due seggi su sei a candidati scelti dagli elettori neri, senza bisogno di disegnare confini né di contenziosi giudiziari. In un collegio uninominale, il 51 per cento batte il 49 e vince tutto, mentre il 49 per cento non ottiene nulla. In un collegio plurinominale da sei seggi, il 51 ottiene tre seggi e il 49 ne ottiene tre. Tutti sono rappresentati in proporzione al proprio peso elettorale. Più ampio è il collegio, più proporzionale è il risultato: gli Stati con almeno cinque seggi rappresentano l'89 per cento della Camera, quelli con almeno tre il 96 per cento.
Il sistema proporzionale, scrive Drutman, rende il gerrymandering inutile: non si può impacchettare o disperdere il voto di una minoranza quando ogni collegio elegge più rappresentanti in proporzione ai voti. Stephanopoulos, citato direttamente nell'analisi, sottolinea che la rappresentanza proporzionale è intrinsecamente neutra rispetto all'etnia, in alcune forme non richiede nemmeno distretti, e tende a produrre una rappresentanza delle minoranze superiore a quella garantita dai collegi uninominali. Charles, Fuentes-Rohwer, Latner e Algara, in un saggio pubblicato sullo Yale Law Journal Forum, sostengono che un sistema proporzionale aggira le obiezioni costituzionali della Corte perché riduce al minimo il ruolo dello Stato nel dividere gli elettori per etnia, lasciando ai cittadini la possibilità di aggregarsi secondo le identità che ritengono rilevanti. Drutman aggiunge, riprendendo un suo studio pubblicato sulla NYU Law Review, che le democrazie con sistemi proporzionali gestiscono meglio la diversità etnica e razziale rispetto a quelle maggioritarie.
Oltre alla questione della rappresentanza delle minoranze, la proporzionale spezzerebbe il bipartitismo forzato che alimenta la polarizzazione. Più partiti possono ottenere seggi, la costruzione di coalizioni sostituisce la competizione a somma zero, alleanze trasversali diventano possibili, e nessun partito ha il monopolio dell'opposizione. La posta in gioco di ogni singola elezione diminuisce. Per le elezioni a vincitore unico, come quelle per il Senato e per i governatori, Drutman propone come complemento il fusion voting, che consente a nuovi partiti di sostenere candidati già presentati da altre formazioni, ampliando le scelte degli elettori senza disperdere i voti.
La riforma non richiede un emendamento costituzionale né l'approvazione della Corte Suprema. Basterebbe modificare lo Uniform Congressional District Act del 1967, una legge di un solo paragrafo che impone i collegi uninominali. Il deputato Jamie Raskin, membro più anziano della minoranza nella commissione Giustizia della Camera, ha chiesto il giorno stesso della sentenza Callais che il Congresso autorizzi distretti plurinominali con sistemi proporzionali, unico esponente parlamentare ad aver indicato esplicitamente questa via nelle ventiquattro ore successive alla decisione. Drutman conclude osservando che una maggioranza degli americani dice già di volere più di due partiti e un cambiamento profondo del sistema politico e che il passaggio alla proporzionale, prima o poi, avverrà.