Xi Jinping evoca la "trappola di Tucidide" davanti a Trump e avverte: su Taiwan rischio di conflitto
Al vertice di Pechino il leader cinese usa il riferimento allo storico ateniese per inquadrare la rivalità con Washington, definita una potenza declinante. A porte chiuse l'avvertimento sull'isola: una gestione errata del dossier Taiwan può portare a "scontri" e perfino a "conflitti armati".
Xi Jinping ha aperto il vertice con Donald Trump nella Great Hall of the People di Pechino evocando pubblicamente la "trappola di Tucidide": la teoria secondo cui la rivalità tra una potenza in ascesa e una potenza dominante può scivolare verso la guerra. Nella lettura di Xi, la Cina è la potenza emergente, mentre gli Stati Uniti sono l'egemone chiamato ad accettare un nuovo equilibrio globale. La citazione, pronunciata davanti alle telecamere, ha anticipato l'avvertimento più duro arrivato poco dopo a porte chiuse: se il dossier Taiwan sarà gestito nel modo sbagliato, ha ammonito Xi, Washington e Pechino rischiano uno "scontro" e perfino un "conflitto armato".
"Il mondo è arrivato a un nuovo crocevia. Cina e Stati Uniti possono superare la trappola di Tucidide e creare un nuovo paradigma per le relazioni tra grandi potenze?", ha detto Xi nelle dichiarazioni di apertura, riprese dall'emittente di Stato CCTV. Il presidente cinese utilizza questa formula almeno dal 2014, ma di solito la presenta come un destino da scongiurare, non come una previsione inevitabile. Nel 2015, davanti all'ex Segretario di Stato americano Henry Kissinger, sostenne addirittura che "la cosiddetta trappola di Tucidide non esiste nel mondo attuale", come ricorda il New York Times.
Il concetto è stato reso popolare nei primi anni Dieci dal politologo di Harvard Graham Allison, partendo da un passaggio dello storico ateniese Tucidide sulla guerra del Peloponneso, combattuta tra il 431 e il 404 a.C.: fu l'ascesa di Atene, e la paura che generò a Sparta, a rendere inevitabile la guerra tra le due polis greche. Allison ha poi applicato la formula al rapporto tra Cina e Stati Uniti, analizzando 16 casi storici di rivalità tra una potenza emergente e una potenza dominante: 12 si sono conclusi con una guerra. Nella lettura di Xi, la Cina è l'Atene in ascesa, mentre gli Stati Uniti sono la Sparta da rassicurare.
La trappola di Tucidide: perché le potenze rivali rischiano la guerra
Davanti a Donald Trump, nella Great Hall of the People, Xi Jinping ha evocato la teoria resa celebre da Graham Allison: negli ultimi 500 anni, 12 rivalità su 16 tra una potenza emergente e una potenza dominante sono sfociate in guerra aperta. Il monito più diretto, però, è arrivato a porte chiuse sul dossier Taiwan.
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12 crisi finite in guerra, 4 rimaste aperte
Lo studio del Belfer Center di Harvard, alla base della formula evocata da Xi, ha ricostruito 16 casi storici in cui una potenza emergente ha sfidato una potenza dominante dal 1495 a oggi.
Due letture opposte della rivalità tra Cina e Stati Uniti
Davanti alle telecamere, Xi ha evocato Tucidide come un avvertimento: la Cina nel ruolo della potenza in ascesa, gli Stati Uniti in quello dell'egemone da rassicurare. Trump ha risposto alternando toni distensivi e rilanci negoziali.
È il primo viaggio in Cina di un presidente americano in carica da quasi 10 anni. Al centro dei colloqui ci sono commercio, dazi, terre rare, intelligenza artificiale e guerra in Iran. Ma la frattura più delicata resta Taiwan: per il Segretario di Stato Marco Rubio, un'azione di forza di Pechino sarebbe "un errore terribile".
"Fuoco e acqua": la frattura inconciliabile su Taiwan
Nella lettura di Xi, la Cina è l'Atene in ascesa, mentre gli Stati Uniti sono la Sparta da rassicurare. Ma tra i 16 precedenti storici citati dallo studio, il monito più inquietante resta la Prima guerra mondiale tra Germania e Gran Bretagna: legami commerciali profondi e perfino rapporti dinastici non bastarono a evitare il conflitto.
Taiwan resta il punto più pericoloso del confronto
L'avvertimento più diretto, come già indicato, è arrivato su Taiwan. "La questione di Taiwan è il tema più importante delle relazioni tra Cina e Stati Uniti", ha detto Xi secondo il resoconto ufficiale dell'agenzia di stampa cinese Xinhua.
"Se gestita male, le due nazioni potrebbero scontrarsi o entrare apertamente in conflitto, spingendo l'intera relazione in una situazione altamente pericolosa".
La portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha poi irrigidito ulteriormente il messaggio su X: "indipendenza di Taiwan" e pace nello Stretto sono "inconciliabili come fuoco e acqua". Pechino considera l'isola, democratica e autogovernata, parte integrante del proprio territorio, mentre Taipei respinge la rivendicazione cinese.
Per Ryan Swan, esperto di relazioni Cina-Stati Uniti al Bonn International Centre for Conflict Studies, intervistato dal New York Times, l'uso ripetuto della formula rientra in uno sforzo più ampio per presentare Pechino come una "grande potenza responsabile", capace di coesistere con Washington. La condizione, dal punto di vista cinese, è che gli Stati Uniti accettino però la Cina come potenza di pari livello e rinuncino a contrastarla nel proprio cortile di casa.
Trump cerca il disgelo, ma le distanze restano
La replica di Trump è arrivata in due tempi. In serata, durante il banchetto di Stato, il presidente americano ha scelto un tono conciliante: il "grande ringiovanimento della nazione cinese" e lo slogan Make America Great Again possono "andare di pari passo". Poche ore dopo, però, su Truth Social, è tornato sul passaggio di Xi sulla "nazione in declino": il leader cinese, ha scritto Trump, si riferiva in realtà ai 4 anni precedenti di Joe Biden, non al suo mandato. "Due anni fa eravamo davvero una nazione in declino. Su questo sono pienamente d'accordo con il presidente Xi", ha aggiunto il presidente statunitense, definendo gli Stati Uniti di oggi "la nazione più in forma al mondo". In realtà, però, nelle parole di Xi non c'era alcun riferimento a Biden.
Il vertice in corso rappresenta il primo viaggio in Cina di un presidente americano in carica da quasi un decennio. Sul tavolo ci sono possibili accordi su commercio, dazi, terre rare, intelligenza artificiale e guerra in Iran. Ma sul dossier più sensibile le distanze restano nette: il Segretario di Stato Marco Rubio, al seguito di Trump, ha detto a NBC News che la politica statunitense su Taiwan resta "invariata" e che sarebbe "un errore terribile" se Pechino tentasse di prendere l'isola con la forza.