Trump rilancia il mito della frontiera tra Marte, Groenland e intelligenza artificiale
Il presidente americano riprende un'idea fondativa degli Stati Uniti per giustificare ambizioni territoriali, conquiste spaziali e la corsa all'AI, secondo un'analisi del quotidiano francese Le Monde.
Donald Trump sta cercando di riappropriarsi del mito della frontiera, uno dei pilastri identitari degli Stati Uniti, per dare un senso al suo secondo mandato. Lo sostiene Arnaud Leparmentier, corrispondente da San Francisco di Le Monde, in un'analisi che traccia un parallelo tra le ambizioni territoriali e tecnologiche dell'attuale amministrazione e l'epopea dei pionieri ottocenteschi.
Secondo il quotidiano francese, esistono oggi due Americhe sotto la presidenza Trump. Una mina il vecchio ordine mondiale, minaccia lo stato di diritto e semina caos sul pianeta. L'altra avanza moltiplicando le imprese: quattro astronauti, di cui tre americani, hanno compiuto il giro della Luna spingendosi più lontano di qualsiasi essere umano prima d'ora; il Pentagono ha condotto una missione di salvataggio di un pilota abbattuto nei cieli dell'Iran e ha organizzato il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Parallelamente avanza la rivoluzione dell'intelligenza artificiale, trainata dai magnati della tecnologia come Mark Zuckerberg, che punta a creare la superintelligenza, e dal giovane imprenditore Sam Rodriques, fondatore della start-up Edison Scientific, che ambisce a guarire tutte le malattie.
Il presidente ha esplicitato questa visione già nel discorso inaugurale del 20 gennaio 2025 sotto la rotonda del Campidoglio. "Gli americani sono esploratori, costruttori, innovatori, imprenditori e pionieri. Lo spirito della frontiera è inscritto nei nostri cuori", aveva dichiarato Trump, annunciando l'intenzione di proseguire il "destino manifesto" verso le stelle inviando astronauti americani a piantare la bandiera a stelle e strisce su Marte. L'espressione "destino manifesto" risale al diciannovesimo secolo e indicava la conquista del continente fino al Pacifico come una missione assegnata da Dio. La retorica trumpiana, osserva Le Monde, ha tonalità neo-imperialiste, richiama la dottrina Monroe che faceva delle Americhe il territorio esclusivo degli Stati Uniti e si traduce nelle rivendicazioni territoriali su Canada, Groenland e Panama.
Il destino manifesto secondo Donald Trump
Il secondo mandato di Trump si presenta come una riscrittura del mito della frontiera: dal territorio fisico dell'Ottocento alla corsa allo spazio e all'intelligenza artificiale. Una analisi storica.
Due secoli di frontiere da superare
Secondo lo storico Greg Grandin, ogni fase della storia americana ha avuto la propria frontiera: territorio, guerra, scienza, spazio. Tocca un'epoca per leggerne i dettagli.
Dalla chiusura alla nuova espansione
Il primo mandato di Trump fu dominato da un'ossessione difensiva: muri, confini, protezionismo. Il secondo si muove invece su un terreno più offensivo, dentro un'economia ridisegnata dall'intelligenza artificiale e dalla corsa al controllo delle nuove frontiere tecnologiche.
Dove l'Amministrazione Trump cerca la nuova frontiera
La seconda America di Trump prova a rilanciare il mito dell'espansione moltiplicando le imprese. 4 fronti dichiarati, diversi tra loro ma uniti dalla stessa narrazione: spostare ancora più avanti il limite del potere americano.
Da Roosevelt a Grandin, come si è raccontata la frontiera
5 voci che attraversano un secolo di retorica americana sulla questione dell'espansione territoriale.
Elaborazione FocusAmerica su analisi di Arnaud Leparmentier per Le Monde, con intervista a Greg Grandin (Yale University, autore di The End of the Myth, Metropolitan Books, 2019).
Si tratta di un cambio netto rispetto al primo mandato, segnato dall'ossessione per il muro al confine con il Messico, dalla chiusura e dallo slogan "America First" in un paese traumatizzato dalle guerre senza fine e dalla grande recessione del 2008. Il secondo mandato si sviluppa invece in un contesto più offensivo, con un'economia risollevata e trasformata dall'intelligenza artificiale. Non è più l'America della Rust Belt, la cintura della ruggine degli stati deindustrializzati che va dal Wisconsin alla costa atlantica, ma quella dei titani della tecnologia schierati con Trump, per i quali nulla è impossibile.
Per inquadrare il fenomeno, Le Monde intervista lo storico Greg Grandin, professore all'università Yale e autore del saggio The End of the Myth pubblicato da Metropolitan Books nel 2019. Grandin spiega come il mito della frontiera sia fondativo dell'identità americana e abbia rappresentato una questione di sopravvivenza per la giovane repubblica. James Madison, uno dei principali redattori della Costituzione e quarto presidente degli Stati Uniti dal 1809 al 1817, ribaltò la tesi di Montesquieu sostenendo che proprio l'immensità del territorio americano avrebbe permesso di diluire i rischi della corruzione tipici degli imperi.
La frontiera ha funzionato come "valvola di sicurezza", secondo l'espressione utilizzata dallo storico nell'intervista al quotidiano francese, permettendo di esportare al di là delle tredici colonie storiche i problemi più gravi: le rivendicazioni operaie che in Europa scatenavano rivoluzioni e la questione della schiavitù. Tutto questo avvenne a spese dei nativi, deportati brutalmente da Andrew Jackson, presidente dal 1829 al 1837 e primo populista della storia americana a cui Trump si richiama, e poi a danno dei messicani sotto la presidenza di James Polk dal 1845 al 1849.
Il mito si consolidò nel 1893 grazie allo storico Frederick Jackson Turner, che presentò all'Esposizione universale di Chicago una tesi sul significato della frontiera nella storia americana, diffondendo l'idea del colono bianco e libero. "Questo feticismo dell'individuo è una delle caratteristiche che rendono gli Stati Uniti eccezionali", spiega Grandin a Le Monde. L'individuo parte all'avventura per costruire la sua fattoria, poi entra nella società civile e solo dopo accetta di legarsi allo stato. In realtà, precisa lo storico, la frontiera sarebbe stata impossibile senza lo stato, senza le truppe incaricate di cacciare i nativi americani, tracciare le strade e scavare i canali. L'espansione era spesso pilotata da grandi capitali, speculatori e dagli interessi schiavisti che migravano verso ovest, lontano dall'immagine idilliaca della Piccola casa nella prateria.
Il problema, sottolinea l'analisi, è che già alla fine dell'Ottocento la frontiera non esisteva più, con la conclusione delle guerre indiane e il raggiungimento della costa pacifica. Quando gli Stati Uniti non hanno più frontiere da consumare, nulla funziona: durante la Grande Depressione degli anni Trenta non era più possibile conquistare nuove terre e l'America si trovò in trappola. "Tradizionalmente, quando arrivava una depressione, una nuova porzione di terre veniva aperta nell'Ovest e la nostra sfortuna temporanea serviva il nostro destino manifesto", constatava Franklin Delano Roosevelt nel settembre 1932, due mesi prima della sua elezione alla Casa Bianca.
I pionieri inoltre avevano devastato quelle terre vergini mitizzate sovrasfruttandole. In un saggio del 1935 intitolato No More Frontiers, l'economista Rexford Tugwell riteneva che la leggenda fosse molto romantica ma avesse spinto i contadini a utilizzare le risorse in modo insostenibile. "Credevamo che le risorse del nostro paese fossero senza limiti", lamentava il presidente Jimmy Carter nel 1979 in un discorso sul malaise americano, in piena crisi economica e morale.
Anche la guerra ha storicamente svolto il ruolo di frontiera per placare le tensioni interne. Per Grandin, il conflitto del 1898 contro la Spagna, che permise di conquistare Cuba e le Filippine in nome della decolonizzazione, trasformò la causa perduta della Confederazione, ovvero la preservazione della schiavitù, in una battaglia per la libertà. La ricerca della frontiera ha anche favorito i progressi interni. "Non c'è stato un solo progresso liberale negli Stati Uniti che non sia stato comprato o fondato sull'espansione", afferma lo storico al quotidiano francese. L'estensione del liberalismo ai gruppi marginalizzati è avvenuta in larga parte attraverso il militarismo: Jackson espulse i nativi americani concedendo al contempo il diritto di voto universale agli uomini bianchi modesti; le donne sostennero l'ingresso di Woodrow Wilson nella prima guerra mondiale in cambio del suo appoggio al diritto di voto femminile; i leader afroamericani sfruttarono il loro sostegno agli interventi militari per ottenere diritti civili.
Il sistema si è rotto quando i veterani sono tornati dal Vietnam, all'inizio degli anni Settanta, e poi dalle due guerre del Golfo, all'inizio degli anni Novanta e Duemila. "Il fallimento morale ha annientato la possibilità di usare la guerra come sfogo", stima Grandin, che da questo punto di vista non crede alla capacità di Trump di inventare una nuova frontiera. Harry Truman, presidente dal 1945 al 1953, aveva celebrato la scienza dopo il 1945 e John F. Kennedy, in carica dal 1961 al 1963, le conquiste sociali, civiche e spaziali della "nuova frontiera". Trump indica come nuovo orizzonte lo spazio e l'intelligenza artificiale, che intende utilizzare per garantire la supremazia americana sul mondo. Questa rivoluzione, dagli effetti ancora sconosciuti e potenzialmente pericolosi, sarà probabilmente il marchio dell'era Trump II.