Alla vigilia delle elezioni israeliane di martedì 27 ottobre, Benjamin Netanyahu avrebbe chiesto più volte a Donald Trump di schierarsi ancora più apertamente al suo fianco. Secondo una fonte americana e una israeliana citate da Axios, il primo ministro israeliano avrebbe avuto due colloqui telefonici con il presidente statunitense nell'arco di tre giorni, chiedendogli di rafforzare il sostegno espresso la settimana precedente su Truth Social e suggerendogli persino il testo di nuove dichiarazioni. La fonte israeliana aggiunge che Netanyahu avrebbe proposto anche a Trump di telefonare ai giornalisti israeliani per ribadire il proprio appoggio.
Alla Casa Bianca, secondo la fonte americana, questa insistenza viene interpretata come un "segno di disperazione" e un'indicazione che lo stesso Netanyahu ritenga di essere in svantaggio. Neta Molcho, portavoce del Likud, il partito del premier, ha però negato che Netanyahu abbia chiesto a Trump di sostenere la sua campagna "negli ultimi giorni o prima della sua dichiarazione di sostegno". La Casa Bianca non ha risposto alla richiesta di commento di Axios. Due settimane fa, però, era stato lo stesso Trump a raccontare, in un'intervista a Newsmax, che alcune persone in Israele gli avevano chiesto di intervenire a favore del primo ministro.
Domenica 25 ottobre il presidente ha pubblicato un nuovo messaggio di sostegno, incentrato soprattutto sulla linea dura di Netanyahu nei confronti dell'Iran. "Come tutti sanno, nemico compreso, Bibi e io abbiamo avuto un ottimo rapporto e abbiamo vinto insieme", ha scritto Trump, invitando gli israeliani a ricordare, al momento del voto, che Netanyahu "è stato un eccezionale primo ministro guerriero". Ha poi aggiunto che nel mondo non dovrà più risuonare il coro "Morte all'America, morte a Israele" e ha concluso: "Votate Bibi Netanyahu come primo ministro, dobbiamo finire il lavoro che abbiamo cominciato".
Il sostegno americano e le critiche a Washington
Trump aveva espresso il proprio endorsement alla ricandidatura di Netanyahu domenica 18 ottobre, dopo settimane di esitazione, con un messaggio in forma di lettera nel quale lasciava intendere che una sconfitta del premier avrebbe avuto delle conseguenze sui rapporti tra Stati Uniti e Israele. Durante i suoi mandati presidenziali, Trump non ha mai lavorato con un primo ministro israeliano diverso da Netanyahu e non conosce personalmente nessuno degli altri candidati. I due hanno quindi costruito un rapporto stretto, anche se spesso turbolento.
Secondo l'analista David Makovsky, questa presa di posizione rompe la tradizione americana di non sostenere esplicitamente un candidato alle elezioni israeliane. A Washington ha suscitato critiche anche a destra: Steve Bannon, ex capo stratega della prima Amministrazione Trump, ha detto di non esserne "entusiasta". Il senatore democratico del Maryland Chris Van Hollen ha commentato che "gli autoritari si cercano tra loro", mentre il senatore indipendente Bernie Sanders ha parlato di "un autoritario che aiuta un altro a restare al potere".
I sondaggi sfavorevoli e i calcoli della Casa Bianca
Gli ultimi sondaggi aiutano a spiegare i timori del premier israeliano. Venerdì 23 ottobre le tre principali reti televisive israeliane hanno pubblicato le rispettive rilevazioni finali: tutte assegnano al blocco di Netanyahu 50 dei 120 seggi della Knesset, il Parlamento israeliano. Sono 17 in meno rispetto agli attuali e 11 sotto la maggioranza assoluta di 61. Il Likud, che oggi conta 32 deputati, scenderebbe a circa 20.
Ai partiti dell'opposizione guidata dall'ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot andrebbero tra 52 e 56 seggi, mentre le due liste arabo-israeliane ne otterrebbero complessivamente tra 14 e 16. Il sondaggio di Canale 11 assegna inoltre 4 seggi a una lista di riservisti non allineata con nessuno dei due schieramenti. Un quadro diverso emerge da Canale 14, la rete televisiva più vicina al premier: una sua rilevazione, pubblicata all'inizio della settimana scorsa, attribuiva infatti 60 seggi al blocco di Netanyahu, di cui ben 30 al Likud.
Per un funzionario americano citato da Axios, tuttavia, il sostegno al premier israeliano è una scommessa dalla quale Trump può trarre vantaggio qualunque sia l'esito del voto. Se Netanyahu vincesse, oppure restasse in carica alla guida di un governo ad interim in attesa della formazione di un nuovo esecutivo, il presidente potrebbe rivendicare di averlo salvato politicamente e far valere quel credito per ottenere concessioni.
Se invece gli avversari di Netanyahu riuscissero a formare un governo, i nuovi leader israeliani avrebbero comunque interesse a coltivare buoni rapporti con Trump e il suo appoggio al rivale passerebbe presto in secondo piano. Alcuni consiglieri del presidente ritengono anzi che un governo guidato da un altro premier potrebbe favorire i suoi obiettivi in Medio Oriente.
