Negli Stati Uniti il sostegno del leader di partito pesa ancora nelle primarie

Un'analisi di VoteHub mostra che gli endorsement restano legati al risultato: tra i primi 80 candidati per sostegno delle élite, 56 hanno vinto la primaria

Condividi
Negli Stati Uniti il sostegno del leader di partito pesa ancora nelle primarie
Gage Skidmore

Negli Stati Uniti, quando un partito deve scegliere chi mandare alle elezioni, spesso non decidono i vertici a tavolino ma gli elettori, attraverso le primarie. E in quel passaggio i big del partito non restano neutrali: prendono posizione e dichiarano pubblicamente chi sostengono. Questo appoggio pubblico si chiama "endorsement" e, secondo un'analisi pubblicata su VoteHub, continua a pesare sul risultato delle primarie del 2026 per la Camera dei rappresentanti.

Conviene chiarire i termini, perché in Italia non esiste un meccanismo simile. Le primarie sono elezioni interne con cui gli iscritti o gli elettori di un partito scelgono chi sarà il candidato ufficiale alla carica vera e propria, in questo caso un seggio alla Camera. L'endorsement non è un voto e non vale nulla sul piano formale: è il sostegno pubblico che un esponente di rilievo, un deputato, un ex ministro o un'organizzazione interna al partito, decide di dare a uno dei contendenti. Funziona come un segnale rivolto agli elettori, soprattutto a quelli meno informati, su chi il partito considera il candidato giusto.

Un caso recente lo mostra bene. In Texas il candidato democratico Johnny Garcia ha vinto il ballottaggio interno contro la rivale Maureen Galindo con un vantaggio di quasi 28 punti, dopo aver raccolto appoggi da tutto l'arco del partito. Lo hanno sostenuto progressisti come la deputata Alexandria Ocasio-Cortez e il deputato Greg Casar, esponenti dell'area liberale moderata come l'ex segretario ai Trasporti Pete Buttigieg e James Talarico, candidato democratico al Senato in Texas, e perfino un'organizzazione di democratici conservatori come il Blue Dog PAC. Molti di questi appoggi si spiegano con la debolezza dell'avversaria: dichiarazioni controverse e commenti antisemiti di Galindo avevano spinto i leader del partito a prendere le distanze da lei.

Coalizioni così ampie restano però l'eccezione. Altri candidati le hanno costruite, come Bob Brooks in Pennsylvania e Rebecca Cooke in Wisconsin, ma sono casi isolati. Tra i democratici è in corso un dibattito crescente su quanto sia legittimo che i dirigenti del partito mettano il pollice sulla bilancia delle primarie, una cosa che tra i repubblicani non fa quasi più discutere.

Il punto più caldo riguarda il DCCC, il Comitato per la campagna congressuale dei democratici, cioè l'organismo del partito che lavora per far eleggere deputati alla Camera. Il DCCC gestisce un programma, chiamato Red to Blue, con cui seleziona e sostiene i candidati nei collegi considerati contendibili. Quando ha inserito in quel programma Jasmeet Bains al posto del progressista Randy Villegas in un collegio della California, è scoppiata una forte protesta da parte di esponenti progressisti nazionali e di amministratori locali. Scontri simili si sono ripetuti in Maine e in Pennsylvania, dove altri candidati impegnati in primarie contese sono stati inseriti nel programma con il malumore dei loro avversari interni.

Tra i repubblicani la dinamica è opposta. Funzionari ed elettori non sembrano avere problemi con il fatto che il presidente Donald Trump incoroni di fatto i candidati del partito nei vari collegi. Il suo appoggio ha una forte capacità di trascinamento, perché molti altri esponenti di peso lo seguono a ruota. Un esempio: l'endorsement di Trump a Jim Kingston, candidato in un collegio della Georgia, è arrivato alle 14:28 del 14 aprile, ora locale (le 20:28 in Italia), e quello di Mike Johnson, presidente della Camera, è seguito appena dieci minuti dopo, alle 14:38 (le 20:38 in Italia).

Per misurare tutto questo, VoteHub ha costruito un tracker, sulla scia di quelli che il sito FiveThirtyEight realizzava per le primarie presidenziali, applicandone la logica alle primarie per la Camera. Il meccanismo più originale è il modo di pesare gli appoggi. A ogni endorsement viene assegnato un valore che combina due elementi: quante volte la pagina Wikipedia di chi concede l'appoggio è stata vista negli ultimi 28 giorni e un punteggio legato alla carica, attuale o passata, che ricopre. Sommando i punti raccolti da ciascun candidato e dividendoli per il totale della sua primaria, si ottiene una "percentuale di endorsement", cioè la quota di sostegno delle élite di partito che quel candidato ha conquistato.

La maggior parte dei candidati si colloca in due gruppi opposti: o non riceve alcun appoggio o ne raccoglie il 100 per cento nella propria corsa. In questo secondo gruppo ci sono molti repubblicani benedetti da Trump e privi di concorrenza interna. Il legame con il voto resta comunque positivo: più alta è la percentuale di endorsement, più tende a salire la percentuale di voti nella primaria. La correlazione appare più forte tra i repubblicani che tra i democratici. Una spiegazione è il peso fuori scala degli appoggi di Trump; un'altra è che gli endorsement arrivino spesso a giochi quasi fatti, perché il presidente sostiene candidati uscenti o già nettamente favoriti.

Restringendo lo sguardo ai soli candidati che hanno ricevuto almeno un appoggio ma non tutti, cioè le corse davvero contese, il quadro cambia. In questo sottoinsieme la correlazione tra percentuale di endorsement e voti cresce tra i democratici, mentre resta pressoché invariata tra i repubblicani. La debolezza del legame tra i democratici colpisce, perché il loro elettorato viene di solito descritto come più attento alla possibilità di vincere alle elezioni vere e quindi più incline a seguire le indicazioni dei dirigenti.

C'è chi legge in questo dato il segnale di un fenomeno battezzato online "Tea Party democratico", per richiamare l'ondata di destra che dopo il 2009 si ribellò ai vertici repubblicani. L'idea è che l'associazione con i capi del partito possa danneggiare un candidato invece di aiutarlo. Il campione è troppo piccolo e selezionato per trarne conclusioni nette, ma la tendenza merita attenzione: se gli appelli contro l'establishment si diffondessero nelle primarie democratiche, gli appoggi delle élite potrebbero diventare un'arma meno utile.

Nel complesso, però, i numeri restano eloquenti. Tra i primi 80 candidati per percentuale di endorsement, 56 hanno vinto direttamente la primaria e altri dieci sono arrivati al ballottaggio. Questo non dimostra che siano gli appoggi a far vincere, ma indica che chi domina la partita degli endorsement è quasi sempre anche un candidato forte sul piano elettorale, capace di raccogliere consensi, fondi e visibilità.

Gli endorsement, infine, dicono molto anche oltre le singole corse. Rivelano come i leader di partito si stanno posizionando, quali candidati e quali correnti scelgono di promuovere e dove si sta spostando il potere interno. Il panorama del 2026 può offrire un primo indizio sulla corsa alla nomination presidenziale del 2028: gli esponenti che si espongono nelle primarie per la Camera non stanno solo cercando di orientare quelle gare, ma anche costruendo alleanze e misurando la propria influenza in vista del prossimo ciclo.

Focus America non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001.