I padri fondatori avevano messo in guardia da un uomo come Trump
In un saggio su Rolling Stone John Avlon sostiene che i moniti di Washington, Hamilton e Madison contro demagoghi, corruzione e ingerenze straniere descrivono la presidenza Trump.
Mentre gli Stati Uniti si preparano a celebrare i 250 anni dalla Dichiarazione d'indipendenza, i moniti dei padri fondatori sui pericoli per la democrazia somigliano alle cronache di oggi. È la tesi di un saggio dell'analista John Avlon pubblicato su Rolling Stone, secondo cui George Washington, Alexander Hamilton e James Madison avevano previsto con precisione il tipo di leader incarnato dal presidente Trump.
La Costituzione americana fu pensata per proteggere i cittadini dall'ascesa di un aspirante tiranno. I costituenti studiarono il crollo delle antiche repubbliche greche, racconta Avlon, e da quella ricerca nacque il sistema di pesi e contrappesi tra i tre poteri dello Stato. John Adams ammoniva che "non c'è mai stata una democrazia che non si sia suicidata".
I fondatori misero in guardia contro cinque pericoli precisi: il demagogo, la faziosità di partito spinta all'estremo, la corruzione unita all'influenza straniera, l'uso politico della religione e l'erosione della separazione dei poteri. Avlon sostiene che oggi l'America li sta vivendo tutti insieme.
Hamilton, nel primo numero del Federalista, la raccolta di saggi del 1787 e 1788 scritti a sostegno della Costituzione, avvertì che la maggior parte di chi ha rovesciato le libertà delle repubbliche "ha iniziato la propria carriera adulando il popolo, cominciando come demagoghi e finendo come tiranni". In una lettera a Washington del 1792 descrisse un uomo "senza principi nella vita privata, disperato nelle proprie finanze, audace nel temperamento", che finge di difendere la libertà solo per gettare le cose nel caos. Quel passaggio fu citato dal deputato democratico Adam Schiff durante il primo impeachment del presidente.
Nel discorso d'addio del 1796 Washington indicò nella faziosità di partito la minaccia più urgente per la repubblica, insieme al debito eccessivo, alle guerre e alle ingerenze straniere nelle elezioni. Lo spirito di parte, scrisse, alimenta "sospetti infondati e falsi allarmi", fomenta "rivolte e insurrezioni" e "apre la porta all'influenza straniera e alla corruzione". Avlon, autore di un libro sul discorso d'addio uscito nel 2017, nota che la frase sull'insurrezione sembrava allora una preoccupazione lontana, ma si è materializzata il 6 gennaio 2021 con l'assalto al Campidoglio per fermare il passaggio dei poteri.
L'ingerenza straniera nelle elezioni è documentata almeno dal 2016, con l'operazione russa a favore di Trump ricostruita in un rapporto della commissione Intelligence del Senato, a guida bipartisan. Avlon ricorda l'esempio delle proteste contrapposte organizzate davanti a una moschea di Houston, con entrambi gli schieramenti aizzati da disinformazione russa partita dall'altra parte del mondo. Nel 2024, dopo una donazione di un grande investitore americano della società madre di TikTok, il presidente ha ignorato una legge bipartisan e un ordine della Corte Suprema votato all'unanimità, 9 a 0, che vietava l'app di proprietà cinese.
La corruzione era una preoccupazione così centrale per i fondatori da spingerli a inserire nella Costituzione il divieto di accettare "emolumenti" da governi stranieri. Se Jimmy Carter aveva affidato la sua azienda agricola a un trust cieco pur di evitare conflitti d'interesse, oggi, ha osservato uno studioso del conservatore American Enterprise Institute, "Trump ha organizzato esplicitamente i suoi interessi economici nel secondo mandato per facilitare la ricezione di doni stranieri". Avlon stima che il presidente abbia arricchito la famiglia di miliardi di dollari dal nuovo insediamento, in buona parte da fonti estere, dagli aerei donati dal Qatar agli affari nelle criptovalute, e lo accusa di aver venduto grazie presidenziali ad alleati e sostenitori.
Sul fronte religioso Avlon richiama i post in cui il presidente si paragona a Gesù e il nazionalismo cristiano rivendicato da esponenti dell'amministrazione, a partire dal capo del Pentagono Pete Hegseth. Jefferson definì il primo emendamento, che vieta al Congresso di stabilire una religione di Stato, come la costruzione di "un muro di separazione tra Chiesa e Stato". Il Trattato di Tripoli del 1796 era ancora più netto: "Il governo degli Stati Uniti d'America non è in alcun senso fondato sulla religione cristiana".
La separazione dei poteri doveva frenare un esecutivo tirannico. "L'ambizione deve servire a contrastare l'ambizione", scrisse Madison, che però non aveva previsto una polarizzazione capace di rendere il Congresso a maggioranza repubblicana subordinato al presidente. Il numero di collegi in bilico è crollato per via di come vengono disegnati i distretti, e molti eletti temono più la sfida interna alle primarie che l'avversario dell'altro partito. Avlon accusa lo speaker della Camera Mike Johnson di delegare i suoi poteri al presidente, rinunciando al controllo del Congresso sui dazi e sui poteri di guerra.
La Corte Suprema, sempre più ideologica secondo Avlon, è oggi più incline a far avanzare agende di parte anche a costo di ribaltare precedenti consolidati, come quando ha cancellato cinquant'anni di diritto all'aborto, e questo ha alimentato il calo di fiducia nell'istituzione.
Contro questi rischi Avlon propone una lunga lista di riforme: la fine del ridisegno partigiano dei collegi e primarie aperte anche agli elettori indipendenti, più trasparenza per gli algoritmi delle piattaforme social, il superamento della sentenza Citizens United che ha liberalizzato il denaro in politica, un rafforzamento della norma sugli emolumenti, una riforma del potere di grazia e un servizio civile nazionale accompagnato dal ritorno dell'educazione civica nelle scuole. La risposta peggiore, sostiene, sarebbe la rassegnazione. Cita la frase attribuita a Benjamin Franklin, secondo cui gli Stati Uniti restano "una repubblica, se sarete capaci di conservarla".