L'inflazione americana torna sopra il 4%, è il livello più alto da tre anni
A maggio i prezzi sono saliti del 4,2% su base annua, spinti dall'energia e dalla guerra in Iran. La benzina costa ora negli Stati Uniti il 40% in più di un anno fa. Si tratta del primo grande test per la Federal Reserve di Kevin Warsh.
L'inflazione negli Stati Uniti ha superato il 4% per la prima volta in tre anni. A maggio l'indice dei prezzi al consumo è salito del 4,2% su base annua, in accelerazione rispetto al 3,8% di aprile, riferisce il Dipartimento del Lavoro. Su base mensile i prezzi sono cresciuti dello 0,5%, poco meno del mese precedente.
A spingere i prezzi è soprattutto l'energia. Il conflitto tra Stati Uniti e Iran continua a strozzare i flussi di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz e la benzina, rincarata del 40,5% in un anno, è salita di un ulteriore 7% nel solo mese di maggio. È il terzo mese consecutivo in cui la guerra fa salire i prezzi per i consumatori americani. Gli aumenti si vedono anche alla cassa del supermercato. I costi più alti di trasporto e logistica spingono i prezzi alimentari: la carne bovina è aumentata di oltre il 10% in un anno, i pomodori del 32%, la lattuga del 25%. Le tariffe aeree sono cresciute del 26,7%.
L'inflazione core, che esclude cibo ed energia e che gli economisti osservano per capire le pressioni reali sui prezzi, resta più contenuta: è salita del 2,9% su base annua, contro il 2,8% di aprile, e dello 0,2% sul mese, circa la metà del ritmo precedente. Per ora, quindi, i costi energetici non si stanno riversando in massa sul resto dell'economia. Un segnale d'allarme però c'è: l'inflazione dei prezzi del settore dei servizi, che include gli affitti e non dipende né dai dazi né dal petrolio, viaggia stabilmente sopra il 3%.
Il dato pesa sul presidente Donald Trump, che in campagna elettorale aveva promesso di abbassare il costo della vita. La Casa Bianca sostiene che si tratti di una fiammata temporanea dell'inflazione, destinata a rientrare quando finiranno le ostilità, ma una fine al momento non si vede. Gli americani intanto perdono fiducia: il sentiment dei consumatori, secondo l'ultima rilevazione dell'Università del Michigan, ha toccato questa primavera un nuovo minimo storico.
Il primo esame di Warsh
Il rapporto mette subito alla prova Kevin Warsh, il nuovo presidente della Federal Reserve, che la prossima settimana guiderà la sua prima riunione di politica monetaria da quando ha sostituito Jerome Powell, rimasto nel board come governatore. I mercati si aspettano tassi invariati, ma conteranno i segnali sulle mosse successive. Prima della nomina Warsh si era detto aperto a tagliare i tassi, una posizione che l'inflazione in risalita potrebbe costringerlo ad abbandonare. Alcuni alla Fed spingono già nella direzione opposta: il governatore Christopher Waller ha dichiarato a una conferenza a Francoforte di non poter "più escludere rialzi dei tassi se l'inflazione non rallenta presto".
Il timore degli economisti è che gli americani si convincano che i prezzi alti siano ormai permanenti: una convinzione che tende ad auto avverarsi, perché i lavoratori chiedono aumenti e le imprese ritoccano i listini in anticipo. Le aspettative di inflazione di lungo periodo rilevate dall'Università del Michigan sono infatti già salite al 3,9%, ben oltre i livelli pre-pandemia. Joe Brusuelas, capo economista di RSM, prevede che l'inflazione "continuerà a salire lentamente verso il 4,5%". E secondo Krishna Guha di Evercore ISI sull'economia americana si stanno sovrapponendo "tre distinte ondate inflazionistiche: dai dazi, dal petrolio e ora dagli investimenti in intelligenza artificiale".