Nel mondo della finanza si ripete da decenni che la Borsa non è l'economia: i prezzi delle azioni possono crollare senza che occupazione e consumi ne risentano. Secondo un'analisi del New York Times, negli Stati Uniti questa distinzione vale sempre meno, perché il mercato azionario e l'economia reale dipendono ormai dalla stessa scommessa sull'intelligenza artificiale.
Il valore complessivo della Borsa americana ha superato i 75.000 miliardi di dollari, più del doppio rispetto a dieci anni fa e circa due volte e mezzo il prodotto interno lordo degli Stati Uniti, un rapporto mai raggiunto prima. A trainare i listini sono soprattutto i titoli legati all'intelligenza artificiale: secondo Adam Turnquist, capo stratega tecnico della società di consulenza finanziaria LPL Financial, valgono circa metà della crescita registrata quest'anno dall'S&P 500, il principale indice della Borsa americana. "Sta diventando un'unica grande scommessa sull'intelligenza artificiale", ha detto al New York Times.
Il boom non gonfia solo i prezzi delle azioni. Le aziende stanno investendo migliaia di miliardi di dollari in fabbriche di semiconduttori, data center, centrali elettriche e reti di trasmissione. La ricchezza creata dai rialzi di Borsa spinge poi i consumi, soprattutto quelli degli americani più ricchi, più disposti a spendere in vacanze, elettronica e ristoranti costosi quando i loro portafogli azionari si rivalutano. Questi investimenti e questi consumi hanno aiutato l'economia americana ad attraversare anni di inflazione, dazi e tensioni geopolitiche.
La dipendenza da un solo settore è però anche una vulnerabilità. Il sondaggio mensile di luglio di Bank of America tra i gestori di fondi di tutto il mondo indica lo scoppio della bolla dell'intelligenza artificiale come il principale rischio per i mercati finanziari. "La cosa che ha tenuto in piedi tutto è la storia dell'intelligenza artificiale", ha detto Torsten Slok, capo economista della società di investimento Apollo Global Management.
In passato nemmeno i crolli più violenti hanno avuto grandi conseguenze sull'economia reale. Nel "lunedì nero" del 1987 l'indice Dow Jones perse più del 20 per cento in un giorno, il record di sempre, ma disoccupazione e prodotto interno lordo quasi non si mossero. Oggi potrebbe andare diversamente per le dimensioni raggiunte dal mercato. La ricerca economica ha calcolato che per ogni 100 dollari guadagnati in Borsa gli investitori spendono circa 3 dollari in più in beni e servizi, un fenomeno noto come "effetto ricchezza". L'effetto funziona anche al contrario: ai valori attuali, un calo del 30 per cento delle azioni potrebbe togliere quasi 700 miliardi di dollari ai consumi, abbastanza da provocare una recessione o da avvicinarla molto. Gabriel Chodorow-Reich, economista di Harvard che studia il fenomeno, ha detto che è proprio quando il mercato sembra ai massimi che l'effetto ricchezza può fare più male.
L'altra anomalia è la concentrazione. Le cosiddette "Magnifiche Sette", cioè Meta, Alphabet, Amazon, Apple, Tesla, Nvidia e Microsoft, valgono da sole circa un quarto di tutte le società quotate negli Stati Uniti. Un inciampo di una di queste aziende avrebbe quindi ripercussioni ben oltre la finanza. Gli economisti descrivono lo scenario così: se gli investimenti nell'intelligenza artificiale rendessero meno del previsto, le aziende taglierebbero la spesa, i laboratori di IA e i loro fornitori ridurrebbero le previsioni di crescita e i mercati venderebbero. A quel punto raccogliere capitali diventerebbe più difficile e più caro, i progetti di data center e centrali elettriche verrebbero rinviati o cancellati, con licenziamenti nell'edilizia, mentre i consumatori più ricchi taglierebbero le spese. Il risultato sarebbe una recessione.
Un esito del genere non è inevitabile. Molte delle grandi aziende del settore hanno già raccolto enormi capitali e potrebbero continuare a investire anche se i finanziamenti si prosciugassero. Le imprese poi non smetterebbero di pagare per gli strumenti di intelligenza artificiale solo perché l'entusiasmo dei mercati si raffredda. Quando la bolla delle dot-com si sgonfiò, all'inizio degli anni Duemila, gli investitori spostarono i capitali verso l'immobiliare e altri settori. La recessione del 2001 fu breve e relativamente lieve. Allora però la Federal Reserve, la banca centrale americana, tagliò i tassi di interesse in modo aggressivo e contenne la crisi dentro il settore tecnologico. Oggi, dopo cinque anni di inflazione elevata, avrebbe meno margine per farlo.
Prevedere quando una bolla scoppia è quasi impossibile. Alan Greenspan, l'allora presidente della Federal Reserve, parlò di "esuberanza irrazionale" dei mercati nel 1996 e la bolla delle dot-com resse per altri tre anni. Per molti economisti però il rischio di una recessione innescata dai mercati è reale e sta crescendo, perché gli investitori scommettono su una crescita così spettacolare che basterebbe una delusione modesta, una trimestrale sotto le attese o un progetto che tarda a ripagarsi, per far cambiare loro idea. "Se agli investitori viene detto che invece di cinque-sette anni ci vorranno 15-20 anni per ripagare gli investimenti, è una differenza molto grande", ha detto Ryan Cummings, capo dello staff dello Stanford Institute for Economic Policy Research, il centro di ricerca di politica economica dell'università di Stanford. Per ora, ha aggiunto, l'onere della prova è sugli scettici, ma un lento gocciolio di notizie deludenti potrebbe spostarlo sugli ottimisti.
