Nei primi quattro mesi di guerra con l'Iran, gli Stati Uniti hanno visto distrutti o danneggiati decine di velivoli, tra cui fino a 30 droni MQ-9 Reaper, mentre centinaia di edifici e altre strutture utilizzati dalle forze americane in Medio Oriente sono stati colpiti dagli attacchi iraniani. È quanto emerge dal primo rapporto dell'ispettore generale del Dipartimento della Difesa sull'operazione Epic Fury, pubblicato lunedì e trasmesso al Congresso. Il documento riguarda formalmente il periodo dal 1° aprile al 30 giugno, ma per perdite, costi e altri indicatori riporta anche dati cumulativi dall'inizio della guerra, il 28 febbraio.
Finora Washington e i Paesi della regione avevano comunicato soprattutto le numerose intercettazioni di missili e droni iraniani; il quadro che emerge dal rapporto offre invece la ricostruzione ufficiale più completa finora dell'entità dei danni subiti dagli Stati Uniti. Al 29 giugno, secondo l'ispettore generale del Dipartimento della Difesa, l'operazione Epic Fury era costata complessivamente 33,4 miliardi di dollari: 22,3 miliardi per le munizioni impiegate, 7,4 miliardi per altri costi operativi e 3,7 miliardi per le perdite di equipaggiamento.
La spesa per le munizioni, si legge nel rapporto, ha provocato "carenze nelle scorte strategiche" e messo in evidenza colli di bottiglia nella capacità dell'industria della difesa di ricostituirle. Il Pentagono sta cercando di accorciare i tempi di acquisto e produzione e di accumulare materiali critici, componenti e determinate munizioni. Secondo gli esperti citati dall'Associated Press, per riportare ai livelli precedenti alla guerra le scorte di missili avanzati e intercettori potrebbero servire circa tre anni.
Questi dati contrastano con le dichiarazioni pubbliche dell'Amministrazione. Lunedì, in un post pubblicato su Truth Social in cui affermava di aver ricevuto "un rapporto" sulla produzione di armi, senza fare riferimento ai dati dell'ispettore generale, il presidente Donald Trump ha sostenuto che gli Stati Uniti stanno producendo "più armi sofisticate e d'élite che in qualsiasi altro momento della nostra storia". Il 3 settembre, in un altro post in cui aveva definito "traditori" i giornalisti che riferivano delle carenze, Trump aveva scritto che gli Stati Uniti disponevano di "quantità praticamente illimitate" di munizioni di fascia media e alta.
Anche il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha respinto le notizie secondo cui le Forze Armate statunitensi starebbero esaurendo le munizioni, mentre il rapporto riferisce che il Pentagono sta intervenendo proprio per ridurre i tempi di approvvigionamento e produzione e ricostituire le scorte.
di dollari
18 militari morti e decine di velivoli perduti o danneggiati
La tabella delle vittime contenuta nel rapporto, aggiornata al 26 agosto, parla di 18 militari americani morti: 11 classificati come "uccisi in azione" e 7 in "eventi non ostili". Sei militari sono stati uccisi il 1° marzo a Port Shuaiba, in Kuwait, mentre un settimo, ferito lo stesso giorno in Arabia Saudita, è morto l'8 marzo. Sei aviatori sono invece morti il 12 marzo nello schianto di un KC-135 nell'Iraq occidentale. Il 1° luglio un militare è morto nello schianto di un elicottero MH-60S nel Mare Arabico, il 17 luglio altri 3 furono uccisi nella base aerea giordana di Muwaffaq al-Salti e il 19 luglio un militare è morto nella base di Erbil, in Iraq, durante la distruzione controllata di un ordigno inesploso proveniente da un drone iraniano abbattuto.
Il rapporto indica inoltre che, tra il 28 febbraio e il 30 giugno, almeno 417 militari americani sono rimasti feriti in combattimento. Le perdite di mezzi riguardano invece quasi ogni categoria di velivolo impiegata nella campagna militare: 4 cacciabombardieri F-15E sono stati distrutti, di cui 3 dal fuoco amico e 1 dal fuoco nemico. Un F-35A è stato danneggiato dal fuoco nemico sopra l'Iran, mentre un A-10 è stato distrutto dopo essere stato danneggiato durante una missione di ricerca e soccorso in combattimento ed essere stato abbandonato al rientro.
Sette aerei cisterna KC-135 sono stati invece danneggiati o distrutti: uno è precipitato e un secondo è rimasto danneggiato nella collisione sull'Iraq del 12 marzo, mentre altri 5 sono stati colpiti a terra in Arabia Saudita da munizioni iraniane. Nella base saudita Prince Sultan è stato danneggiato anche un E-3 Sentry, velivolo radar per l'allerta precoce e il comando.
Tra gli elicotteri, un HH-60W è stato danneggiato durante operazioni di ricerca e soccorso, un AH-64 Apache è stato abbattuto sopra lo Stretto di Hormuz e quattro elicotteri leggeri AH-6, impossibili da recuperare durante una missione in Iran, sono stati distrutti dalle stesse forze americane. È precipitato anche un drone da sorveglianza marittima MQ-4C Triton, del valore di circa 240 milioni di dollari, mentre fino a 30 MQ-9 Reaper sono stati distrutti in circostanze diverse.
A queste perdite si è aggiunto, all'inizio di settembre, un drone sottomarino americano Dive-LD che le Guardie della Rivoluzione hanno recuperato all'ingresso dello Stretto di Hormuz. Il Pentagono ha confermato la perdita del mezzo, sostenendo che si trattasse di un modello più vecchio, finito in avaria e privo di sistemi o dati classificati.
Basi e sedi diplomatiche colpite in otto Paesi
Il rapporto conferma che gli attacchi iraniani hanno danneggiato o distrutto centinaia di edifici e altre strutture nelle installazioni militari statunitensi in Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq, Oman e Giordania. Sulla base navale in Bahrein, che ospita la Quinta Flotta, il Segretario della Marina facente funzioni aveva già parlato di danni molto gravi. L'ispettore generale segnala inoltre le difficoltà incontrate nel predisporre basi navali e porti di supporto adeguati, anche per le incertezze sui permessi concessi dai Paesi ospitanti.
Il CENTCOM è stato così costretto a spostare parte della logistica verso hub più lontani, tra cui l'isola di Diego Garcia, l'atollo britannico dell'oceano Indiano dove Stati Uniti e Regno Unito gestiscono una base congiunta: la distanza ha allungato i cicli logistici fino a 14-18 giorni. Anche le sedi diplomatiche americane in Iraq, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno subito danni, per un costo complessivo stimato in circa 184 milioni di dollari. A questa cifra si aggiungono ritardi nei cantieri valutati dal Dipartimento di Stato in circa 24,5 milioni di dollari al mese, dovuti alle partenze obbligatorie del personale e alle restrizioni ai viaggi a Baghdad, Gerusalemme, Tel Aviv, Il Cairo, Amman, Kuwait City e Mascate.
La missione statunitense in Iraq ha subito invece più di 600 attacchi nel periodo coperto dal rapporto. Nel nuovo complesso del consolato di Erbil sono stati danneggiati diversi edifici: l'ambasciata di Baghdad ha riportato danni più limitati, ma il centro di supporto diplomatico vicino all'aeroporto della capitale è stato gravemente colpito. I danni alle strutture diplomatiche in Iraq sono stimati complessivamente in 157,35 milioni di dollari. L'ambasciata americana in Kuwait ha invece sospeso le attività il 5 marzo e ha riportato danni per 14,75 milioni. Non è finita qui: il 3 marzo due droni iraniani hanno colpito l'ambasciata a Riyadh, causando danni per circa 11,5 milioni, mentre a Dubai il consolato americano ha registrato danni a un edificio di servizio per circa 125.000 dollari. Si tratta comunque un bilancio parziale, fermo per la maggior parte dei dati al 30 giugno.
