I principali consiglieri del presidente Donald Trump hanno discusso con lui la possibilità che la guerra con l'Iran si trascini fino alla fine del suo secondo mandato, nel gennaio 2029. Nelle riunioni nello Studio Ovale e nella Situation Room, la sala di crisi della Casa Bianca, il vicepresidente JD Vance, il Segretario di Stato Marco Rubio e altri alti funzionari dell'Amministrazione Trump hanno iniziato a prendere in esame lo scenario di una Teheran capace di resistere a lungo alla pressione militare ed economica americana. Lo ha rivelato il Wall Street Journal (WSJ), citando alti funzionari statunitensi.
È un quadro che contrasta con quello descritto pubblicamente dal presidente. Solo mercoledì Trump aveva detto che la guerra finirà "subito dopo" le elezioni di metà mandato di novembre e che la conclusione del conflitto avrebbe fatto scendere subito dopo anche i prezzi della benzina. Interpellato dal WSJ, un portavoce della Casa Bianca ha replicato che Trump ha distrutto le capacità militari iraniane e sta paralizzando ciò che resta dell'economia del Paese con "il blocco navale più potente della storia".
Un conflitto così lungo metterebbe sicuramente sotto forte pressione le Forze Armate americane e rischierebbe di mantenere elevati per lungo tempo i prezzi dei carburanti, esponendo il mercato petrolifero a nuove interruzioni proprio durante la vitale campagna presidenziale del 2028. Sia Vance che Rubio sono considerati possibili candidati alla Casa Bianca, anche se nessuno dei due ha annunciato di voler ancora correre per succedere a Trump. Gli effetti della guerra in corso sui prezzi sono già evidenti: mercoledì il Brent, il greggio di riferimento internazionale, ha chiuso sopra i 100 dollari al barile per la prima volta da luglio e giovedì ha superato quota 107 dollari.
Anche il Pentagono si sta preparando a tempi lunghi. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha prolungato fino al 2027 il dispiegamento di alcune unità in Medio Oriente, in modo da lasciare al presidente un ventaglio più ampio di opzioni. Il Dipartimento vuole inoltre estendere senza una scadenza predefinita la missione di alcuni reparti di difesa aerea, parte di un contingente di circa 50.000 militari schierati nella regione. Le unità sono dislocate in diversi Paesi del Golfo per intercettare missili e droni.
L'Iran intensifica gli attacchi e ricostruisce il suo arsenale
Intanto, Teheran non sembra intenzionata ad arretrare ed anzi sarebbe pronto a intensificare l'escalation e le rappresaglie contro le basi militari americane ed i Paesi del Golfo se gli Stati Uniti continueranno a colpire il suo territorio e le sue infrastrutture, nonostante gli attacchi americani alle petroliere e il blocco navale che impedisce al Paese di esportare greggio. La leadership iraniana sembra infatti considerare sempre più la guerra in corso come una minaccia esistenziale e ritiene di non avere altra scelta che continuare a combattere.
Nell'ultima settimana l'Iran ha lanciato almeno tre volte missili contro navi da guerra americane, compresa una portaerei, con un'intensità mai registrata in precedenza nei precedenti sei mesi di conflitto. Nessuna nave è stata colpita, ma in più occasioni i missili sarebbero arrivati molto vicino agli obiettivi. Mercoledì una salva missilistica ha nuovamente preso di mira una base aerea in Giordania che ospita truppe statunitensi. Secondo i video disponibili, i missili erano dotati di testate a grappolo, già impiegate frequentemente contro Israele nella prima fase della guerra per mettere sotto pressione le difese aeree.
Gli ultimi attacchi contro le navi sarebbero stati molto più pericolosi dei precedenti anche perché i missili utilizzavano testate manovrabili. Lo hanno riferito al Wall Street Journal persone coinvolte nella difesa, secondo le quali l'episodio ha allarmato funzionari e militari americani. L'Iran avrebbe migliorato le proprie capacità antinave, forse con l'assistenza della Russia o della Cina.
Teheran ha inoltre ripreso a produrre missili balistici, come ha ricostruito una separata inchiesta del Wall Street Journal basata su fonti americane e mediorientali. Il regime sta assemblando sia missili a propellente liquido, che devono essere riforniti poco prima del lancio, sia missili a propellente solido, che possono essere conservati per diverso tempo pronti all'impiego. La produzione sta avvenendo in diversi siti sotterranei, tra cui il complesso militare di Khojir, alle porte di Teheran. L'Iran starebbe inoltre costruendo nuovi impianti di assemblaggio nel sottosuolo per proteggerli dai bombardamenti.
Per ora si tratterebbe soprattutto di missili assemblati utilizzando componenti già presenti nei magazzini, a un ritmo inferiore rispetto a quello precedente alla guerra. Gli attacchi americani e israeliani hanno danneggiato numerosi impianti industriali, ed il blocco navale ostacola l'importazione di componenti e materie prime necessarie alla produzione del combustibile solido. Secondo un funzionario americano, una produzione a basso ritmo sarebbe ripresa subito dopo l'intesa preliminare raggiunta con Trump a metà giugno per riaprire lo Stretto di Hormuz e avviare trattative per porre fine della guerra.
Teheran disporrebbe però ancora di tutti componenti necessari per assemblare almeno un paio di centinaia di missili. Jim Lamson, ex analista della CIA oggi al King's College di Londra, ha detto al quotidiano statunitense che la produzione potrebbe arrivare a "centinaia o forse migliaia" di missili, a seconda dell'entità delle scorte disponibili e del numero di impianti sotterranei ancora operativi.
La ripresa della produzione ridimensiona chiaramente uno dei principali successi rivendicati da Washington. Ad aprile Hegseth aveva definito il programma missilistico iraniano "funzionalmente distrutto", mentre il portavoce del Pentagono Sean Parnell aveva sostenuto che gli Stati Uniti avessero eliminato "fino al 90%" della base industriale iraniana destinata alla produzione di droni e missili balistici e al sostegno delle forze navali.
I danni alle forze americane e le ammissioni di Washington
Anche sui danni subiti dalle forze americane stanno emergendo valutazioni più gravi rispetto a quelle rese pubbliche nelle prime fasi del conflitto. Hung Cao, Segretario della Marina facente funzioni da aprile, ha ammesso in un'intervista al giornalista Ryan Morgan dell'Epoch Times, una testata conservatrice americana, che gli iraniani hanno "fatto a pezzi" la base navale in Bahrein che ospita il comando della Quinta Flotta.
Cao ha aggiunto che, dopo l'attacco avvenuto il 28 febbraio, primo giorno di guerra, la portaerei USS Abraham Lincoln non ha potuto rientrare nella base e che una task force sta ora valutando come ripristinare la possibilità di utilizzarla. Jennifer Griffin, giornalista di Fox News, ha scritto di non aver mai sentito prima un alto funzionario americano riconoscere pubblicamente danni di questa portata.
Secondo Trita Parsi, del Quincy Institute, Washington ha cercato di minimizzare inizialmente i danni strategici inflitti dai missili iraniani ed è stata costretta ad ammetterli soltanto settimane o mesi dopo, contribuendo così a creare l'impressione iniziale che la guerra stesse andando meglio di quanto non fosse accaduto realmente.
