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La Casa Bianca si prepara a una guerra con l'Iran fino al 2029
Un Sea Hawk durante un'operazione di rifornimento sul cacciatorpediniere lanciamissili USS John Paul Jones in Medio Oriente, 8 settembre 2026. Credito: NAVCENT Public Affairs / U.S. Navy / DVIDS — pubblico dominio, foto ritagliata.
Politica estera 29 min di lettura

La Casa Bianca si prepara a una guerra con l'Iran fino al 2029

I consiglieri di Trump stanno valutando la possibilità di un conflitto lungo nel tempo mentre Teheran intensifica gli attacchi, ricostruisce il proprio arsenale missilistico e Washington ammette danni più gravi alle proprie forze.

I principali consiglieri del presidente Donald Trump hanno discusso con lui la possibilità che la guerra con l'Iran si trascini fino alla fine del suo secondo mandato, nel gennaio 2029. Nelle riunioni nello Studio Ovale e nella Situation Room, la sala di crisi della Casa Bianca, il vicepresidente JD Vance, il Segretario di Stato Marco Rubio e altri alti funzionari dell'Amministrazione Trump hanno iniziato a prendere in esame lo scenario di una Teheran capace di resistere a lungo alla pressione militare ed economica americana. Lo ha rivelato il Wall Street Journal (WSJ), citando alti funzionari statunitensi.

È un quadro che contrasta con quello descritto pubblicamente dal presidente. Solo mercoledì Trump aveva detto che la guerra finirà "subito dopo" le elezioni di metà mandato di novembre e che la conclusione del conflitto avrebbe fatto scendere subito dopo anche i prezzi della benzina. Interpellato dal WSJ, un portavoce della Casa Bianca ha replicato che Trump ha distrutto le capacità militari iraniane e sta paralizzando ciò che resta dell'economia del Paese con "il blocco navale più potente della storia".

Un conflitto così lungo metterebbe sicuramente sotto forte pressione le Forze Armate americane e rischierebbe di mantenere elevati per lungo tempo i prezzi dei carburanti, esponendo il mercato petrolifero a nuove interruzioni proprio durante la vitale campagna presidenziale del 2028. Sia Vance che Rubio sono considerati possibili candidati alla Casa Bianca, anche se nessuno dei due ha annunciato di voler ancora correre per succedere a Trump. Gli effetti della guerra in corso sui prezzi sono già evidenti: mercoledì il Brent, il greggio di riferimento internazionale, ha chiuso sopra i 100 dollari al barile per la prima volta da luglio e giovedì ha superato quota 107 dollari.

Anche il Pentagono si sta preparando a tempi lunghi. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha prolungato fino al 2027 il dispiegamento di alcune unità in Medio Oriente, in modo da lasciare al presidente un ventaglio più ampio di opzioni. Il Dipartimento vuole inoltre estendere senza una scadenza predefinita la missione di alcuni reparti di difesa aerea, parte di un contingente di circa 50.000 militari schierati nella regione. Le unità sono dislocate in diversi Paesi del Golfo per intercettare missili e droni.

La guerra con l'Iran
I consiglieri di Trump mettono in conto una guerra con l'Iran fino al 2029
Vance, Rubio e altri alti funzionari hanno discusso con il presidente l'ipotesi che Teheran resista fino alla fine del suo mandato, nel gennaio 2029. In pubblico Trump continua a dire che il conflitto finirà subito dopo le elezioni di metà mandato.
Un quadrato per ogni giorno, dall'inizio della guerra alla fine del mandato di Trump
Giorni di guerra finora 195
Giorni alla fine del mandato 863
Dal 28 febbraio, primo giorno di attacchi, al 10 settembre 2026
Dall'11 settembre al 20 gennaio 2029, ultimo giorno di Trump alla Casa Bianca
Giorni di guerra Giorni che mancano al 20 gennaio 2029 Scadenze politiche
Se la guerra durasse quanto temono i consiglieri del presidente, i giorni combattuti finora sarebbero meno di un quinto del totale: 195 su 1.058.
Il petrolio è tornato sopra i 100 dollari, come nei mesi più duri della guerra
Prezzo del Brent in dollari al barile: media settimanale del prezzo spot fino al 28 agosto, poi le quotazioni dei future del 9 e del 10 settembre. Tocca o passa sul grafico per leggere i valori.
Media settimanale (EIA) Future, 9 e 10 settembre
Il Brent valeva circa 71 dollari prima della guerra, ha toccato una media settimanale di 124,61 dollari ad aprile, è sceso sotto i 70 dopo l'intesa di giugno su Hormuz ed è risalito a 107 dollari il 10 settembre.
Il punto
L'intesa di giugno sullo Stretto di Hormuz aveva riportato il Brent sotto i 70 dollari, poco meno di quanto costava prima della guerra. La ripresa degli scontri lo ha spinto di nuovo oltre quota 100: nel mercato torna a pesare il rischio di un conflitto lungo.
Il Pentagono si prepara a restare, l'Iran ricostruisce l'arsenale
Le forze americane in Medio Oriente e le stime sui missili che Teheran può ancora assemblare.
Quanti missili balistici può ancora assemblare l'Iran
Quello che Washington diceva e quello che emerge ora
Le dichiarazioni ufficiali dei mesi scorsi a confronto con le rivelazioni degli ultimi giorni.
FonteEIA (prezzo spot del Brent, medie settimanali, via FRED); Reuters e CNN per le quotazioni del 9 e 10 settembre; Wall Street Journal; The Epoch Times; Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Dati aggiornati al 10 settembre 2026.

L'Iran intensifica gli attacchi e ricostruisce il suo arsenale

Intanto, Teheran non sembra intenzionata ad arretrare ed anzi sarebbe pronto a intensificare l'escalation e le rappresaglie contro le basi militari americane ed i Paesi del Golfo se gli Stati Uniti continueranno a colpire il suo territorio e le sue infrastrutture, nonostante gli attacchi americani alle petroliere e il blocco navale che impedisce al Paese di esportare greggio. La leadership iraniana sembra infatti considerare sempre più la guerra in corso come una minaccia esistenziale e ritiene di non avere altra scelta che continuare a combattere.

Nell'ultima settimana l'Iran ha lanciato almeno tre volte missili contro navi da guerra americane, compresa una portaerei, con un'intensità mai registrata in precedenza nei precedenti sei mesi di conflitto. Nessuna nave è stata colpita, ma in più occasioni i missili sarebbero arrivati molto vicino agli obiettivi. Mercoledì una salva missilistica ha nuovamente preso di mira una base aerea in Giordania che ospita truppe statunitensi. Secondo i video disponibili, i missili erano dotati di testate a grappolo, già impiegate frequentemente contro Israele nella prima fase della guerra per mettere sotto pressione le difese aeree.

Gli ultimi attacchi contro le navi sarebbero stati molto più pericolosi dei precedenti anche perché i missili utilizzavano testate manovrabili. Lo hanno riferito al Wall Street Journal persone coinvolte nella difesa, secondo le quali l'episodio ha allarmato funzionari e militari americani. L'Iran avrebbe migliorato le proprie capacità antinave, forse con l'assistenza della Russia o della Cina.

Teheran ha inoltre ripreso a produrre missili balistici, come ha ricostruito una separata inchiesta del Wall Street Journal basata su fonti americane e mediorientali. Il regime sta assemblando sia missili a propellente liquido, che devono essere riforniti poco prima del lancio, sia missili a propellente solido, che possono essere conservati per diverso tempo pronti all'impiego. La produzione sta avvenendo in diversi siti sotterranei, tra cui il complesso militare di Khojir, alle porte di Teheran. L'Iran starebbe inoltre costruendo nuovi impianti di assemblaggio nel sottosuolo per proteggerli dai bombardamenti.

Per ora si tratterebbe soprattutto di missili assemblati utilizzando componenti già presenti nei magazzini, a un ritmo inferiore rispetto a quello precedente alla guerra. Gli attacchi americani e israeliani hanno danneggiato numerosi impianti industriali, ed il blocco navale ostacola l'importazione di componenti e materie prime necessarie alla produzione del combustibile solido. Secondo un funzionario americano, una produzione a basso ritmo sarebbe ripresa subito dopo l'intesa preliminare raggiunta con Trump a metà giugno per riaprire lo Stretto di Hormuz e avviare trattative per porre fine della guerra.

Teheran disporrebbe però ancora di tutti componenti necessari per assemblare almeno un paio di centinaia di missili. Jim Lamson, ex analista della CIA oggi al King's College di Londra, ha detto al quotidiano statunitense che la produzione potrebbe arrivare a "centinaia o forse migliaia" di missili, a seconda dell'entità delle scorte disponibili e del numero di impianti sotterranei ancora operativi.

La ripresa della produzione ridimensiona chiaramente uno dei principali successi rivendicati da Washington. Ad aprile Hegseth aveva definito il programma missilistico iraniano "funzionalmente distrutto", mentre il portavoce del Pentagono Sean Parnell aveva sostenuto che gli Stati Uniti avessero eliminato "fino al 90%" della base industriale iraniana destinata alla produzione di droni e missili balistici e al sostegno delle forze navali.

I danni alle forze americane e le ammissioni di Washington

Anche sui danni subiti dalle forze americane stanno emergendo valutazioni più gravi rispetto a quelle rese pubbliche nelle prime fasi del conflitto. Hung Cao, Segretario della Marina facente funzioni da aprile, ha ammesso in un'intervista al giornalista Ryan Morgan dell'Epoch Times, una testata conservatrice americana, che gli iraniani hanno "fatto a pezzi" la base navale in Bahrein che ospita il comando della Quinta Flotta.

Cao ha aggiunto che, dopo l'attacco avvenuto il 28 febbraio, primo giorno di guerra, la portaerei USS Abraham Lincoln non ha potuto rientrare nella base e che una task force sta ora valutando come ripristinare la possibilità di utilizzarla. Jennifer Griffin, giornalista di Fox News, ha scritto di non aver mai sentito prima un alto funzionario americano riconoscere pubblicamente danni di questa portata.

Secondo Trita Parsi, del Quincy Institute, Washington ha cercato di minimizzare inizialmente i danni strategici inflitti dai missili iraniani ed è stata costretta ad ammetterli soltanto settimane o mesi dopo, contribuendo così a creare l'impressione iniziale che la guerra stesse andando meglio di quanto non fosse accaduto realmente.

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