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Trump usa l'anniversario dell'11 settembre per difendere la guerra all'Iran
White House, X, 2026
Sicurezza e Difesa 6 min di lettura

Trump usa l'anniversario dell'11 settembre per difendere la guerra all'Iran

Al Pentagono il presidente presenta il conflitto in corso come prosecuzione della "Guerra al Terrorismo". Ma a Ground Zero i familiari delle vittime accusano l'Arabia Saudita per il suo ruolo e riaprono il fronte sulle responsabilità per gli attentati di 25 anni fa.

Il presidente Donald Trump ha usato il 25° anniversario degli attentati dell'11 settembre 2001 per presentare la guerra in corso contro l'Iran come una prosecuzione della "Guerra al Terrorismo" lanciata da George W. Bush. Durante la cerimonia al Pentagono, ad Arlington, in Virginia, ha reso omaggio alle vittime per poi tornare più volte sul conflitto iniziato il 28 febbraio con gli attacchi di Stati Uniti e Israele. "Oggi rinnoviamo il sacro giuramento che abbiamo pronunciato nel loro nome un quarto di secolo fa: non dimenticheremo mai. Per questo combattiamo oggi. Non abbiamo altra scelta", ha detto.

Trump ha quindi salutato "ogni membro delle Forze Armate degli Stati Uniti che ha servito nella Guerra al Terrorismo" così come i militari impegnati oggi a garantire che "il principale sponsor del terrorismo al mondo, la Repubblica Islamica dell'Iran, non abbia mai accesso a un'arma nucleare". Gli Stati Uniti, ha aggiunto, sono nuovamente "messi alla prova" e stanno superando il test "con grande facilità".

Il Washington Post ha visto nel discorso di oggi un netto cambiamento di posizione per un leader che nel 2016 si era distinto nel campo repubblicano per le critiche a Bush, arrivando a definire la guerra in Iraq la "peggiore decisione" della storia di tutti i presidenti degli Stati Uniti. Secondo il quotidiano, il conflitto con l'Iran si è protratto molto più a lungo di quanto Trump avesse inizialmente promesso, perché Teheran si è dimostrata un avversario più tenace e resistente del previsto.

La guerra inizia ora a pesare sulla sua presidenza proprio come quelle in Medio Oriente finirono per definire quella di Bush, e molti iniziano a vederci proprio la ripetizione di alcuni degli errori commessi dagli Stati Uniti dopo l'11 settembre.

Durante l'evento al Pentagono sono stati letti i nomi delle 184 persone uccise nell'attacco, compresi i passeggeri e l'equipaggio del volo American Airlines 77. Sul palco con il presidente sedevano il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, il generale Dan Caine, capo dello Stato Maggiore, e l'ex Segretaria di Stato Condoleezza Rice, che nel 2001 era Consigliera per la Sicurezza Nazionale di Bush.

Rice ha ricordato la NATO, che per la prima volta nella sua storia considerò l'attacco contro un Paese membro come un attacco contro tutti i Paesi alleati applicando il famoso articolo 5, e il Canada, dove cittadini comuni accolsero i viaggiatori rimasti bloccati dopo la chiusura dello spazio aereo statunitense. Il ricordo di Rice contrasta nettamente con la linea adottata da Trump nei confronti di entrambi: il presidente ha accusato più volte la NATO e il Canada di approfittarsi degli Stati Uniti e di recente ha definito il Canada un avversario più grande di Cina e Russia.

A Ground Zero l'accusa contro l'Arabia Saudita

A New York, dove per tradizione la cerimonia dell’11 settembre mantiene un carattere apartitico e i presidenti non pronunciano discorsi, erano presenti il vicepresidente JD Vance, massimo rappresentante dell’Amministrazione Trump, e tutti gli ex presidenti ancora in vita: Bill Clinton, George W. Bush, Barack Obama e Joe Biden. I familiari delle vittime hanno letto uno per uno i nomi delle 2.977 persone uccise negli attentati dell’11 settembre 2001, insieme a quelli delle sei vittime dell’attentato al World Trade Center del 1993.

Dopo aver pronunciato il nome del marito, Terry Strada, presidente di 9/11 Families United, ha accusato l'Arabia Saudita di continuare a sottrarsi alle proprie responsabilità e il governo americano di proteggerla. Tom Strada aveva 41 anni e lavorava per Cantor Fitzgerald al 104° piano della Torre Nord, colpita dal volo American Airlines 11.

"Per 25 anni, un'Amministrazione dopo l'altra, compresi alcuni dei leader che sono qui davanti a noi oggi, ha scelto di proteggere i sauditi invece di stare con le famiglie dell'11 settembre", ha detto Strada. Poi si è rivolta direttamente a Vance perché portasse il messaggio al presidente: "Il presidente Trump può ancora cambiare le cose. Dica ai sauditi di smettere di mentire". E ancora: "Vicepresidente Vance, grazie di essere qui oggi. Per favore, riporti questo messaggio".

Strada è tra le migliaia di familiari delle vittime e sopravvissuti che hanno fatto causa all'Arabia Saudita, accusando il regno saudita di aver fornito sostegno materiale ai dirottatori di al Qaeda. Riyadh ha sempre respinto le accuse. Il 28 agosto 2025 il giudice federale George B. Daniels ha respinto la richiesta saudita di archiviare la causa, ritenendo che i ricorrenti avessero presentato "prove ragionevoli" sul ruolo di due uomini legati al governo saudita, Omar al-Bayoumi e Fahad al-Thumairy, e dello stesso regno saudita nell'assistenza fornita a Nawaf al-Hazmi e Khalid al-Mihdhar, due futuri dirottatori arrivati negli Stati Uniti all'inizio del 2000.

La decisione non ha stabilito nel merito la responsabilità dell'Arabia Saudita, ma ha consentito di andare verso il processo. Le prime cause contro l'Arabia Saudita risalgono al 2003, ma per anni il regno saudita ha potuto invocare l'immunità riconosciuta agli Stati sovrani. La svolta è arrivata solo nel settembre 2016, quando il Congresso approvò il Justice Against Sponsors of Terrorism Act (JASTA), introducendo un'eccezione all'immunità sovrana per determinate cause legate ad atti di terrorismo commessi negli Stati Uniti.

Obama pose il veto a questa legge, sostenendo tra l'altro che avrebbe esposto i governi stranieri ad azioni giudiziarie basate sulle accuse di privati e avrebbe potuto creare un precedente per cause analoghe contro gli Stati Uniti all'estero. Ma il Congresso superò il veto pochi giorni dopo con un voto ampiamente bipartisan. Strada, con Obama presente fra il pubblico a Ground Zero, ha ricordato proprio quella decisione con la sua citazione.

Mamdani, Giuliani e la polemica sul filmato

Alla cerimonia di commemorazione delle vittime a Ground Zero ha partecipato anche il sindaco Zohran Mamdani, nonostante una petizione promossa da alcuni familiari delle vittime gli chiedesse di non presentarsi. Tra le ragioni addotte dai promotori c'era anche la nomina di Ramzi Kassem a capo consulente legale dell'Amministrazione Mamdani: l'avvocato aveva in passato rappresentato Ahmed al-Darbi, membro di al Qaeda condannato per terrorismo.

Anche l'ex sindaco Rudolph Giuliani, divenuto il simbolo della risposta di New York agli attentati, aveva sostenuto che Mamdani, primo sindaco musulmano della città, non dovesse partecipare. Durante la cerimonia Mamdani, però, gli si è avvicinato e gli ha teso la mano. Giuliani l'ha stretta e, come ha confermato un suo rappresentante, gli ha detto che avrebbe pregato per lui. "Entrambi abbiamo teso la mano e ci siamo scambiati convenevoli", ha raccontato Mamdani, aggiungendo che l'attenzione della giornata doveva restare sulle famiglie e sui soccorritori.

Una sequenza della diretta televisiva ha poi alimentato una nuova polemica. All'immagine di un familiare in lacrime sono seguite quelle di Mamdani e della deputata Alexandria Ocasio-Cortez sorridenti che si salutavano e parlavano tra loro mentre proseguiva la lettura dei nomi. Il senatore repubblicano del Texas Ted Cruz ha chiesto su X come si potesse ridere in un momento simile. La successione delle immagini, tuttavia, non dimostra che i due momenti siano avvenuti nello stesso istante.

Michael Ragusa, ex collaboratore di Giuliani e responsabile della sua sicurezza nel 2025, ha contestato la ricostruzione: ha scritto su X di essere rimasto accanto a Mamdani e Ocasio-Cortez per tutto il tempo e che la telecamera aveva colto soltanto la deputata mentre salutava il sindaco. Secondo Ragusa, alle loro spalle anche altri politici, repubblicani e democratici, in diversi momenti ridevano o scherzavano.

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