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Iran, gli Stati Uniti pronti a colpire entro 96 ore: Trump potrebbe decidere dopo le midterm
L'ammiraglio Brad Cooper, comandante dello U.S. Central Command, osserva una nave commerciale nello Stretto di Hormuz il 25 ottobre 2026. Credito: Amanda Dunford / U.S. Navy – U.S. Central Command, via DVIDS. Pubblico dominio.
Sicurezza e Difesa 4 min di lettura

Iran, gli Stati Uniti pronti a colpire entro 96 ore: Trump potrebbe decidere dopo le midterm

Secondo la CNN il Pentagono ha pronta una lista di obiettivi che comprende impianti energetici, basi militari e siti nucleari. Netanyahu voleva un attacco congiunto prima del voto israeliano, ma Trump gli ha detto di aspettare.

Le forze americane in Medio Oriente sono pronte ad avviare nuove operazioni militari contro l'Iran, potenzialmente su larga scala, entro 96 ore da un ordine di Donald Trump. Lo hanno riferito alla CNN due funzionari statunitensi, secondo cui nella regione sono ormai schierate forze sufficienti per condurre i nuovi attacchi. Le operazioni andrebbero probabilmente oltre i raid contro radar, lanciamissili e altre installazioni che Teheran può ripristinare rapidamente: interventi che hanno caratterizzato l'azione americana da quando, all'inizio dell'anno, Trump ha sospeso i combattimenti su vasta scala. "Sarà un'operazione di grande portata", ha detto uno dei funzionari.

Alcuni funzionari ed ex funzionari a conoscenza dei piani militari ritengono che la questione non sia più se Trump darà l'ordine, ma quando. A loro giudizio, il via libera potrebbe arrivare entro la fine dell'anno, più probabilmente dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre. Il presidente non avrebbe ancora preso una decisione, pur sembrando orientato verso un'azione di ampia portata. Le stesse fonti ricordano però che in passato Trump è apparso più volte deciso ad agire, salvo poi fare marcia indietro all'ultimo momento.

Il Comando Centrale statunitense, responsabile delle operazioni americane in Medio Oriente, e il Pentagono stanno elaborando un ampio elenco di possibili obiettivi, tra cui infrastrutture energetiche, basi militari e impianti nucleari. Le forze iraniane conoscono però meglio le tattiche americane, e questo renderebbe più difficile distruggere tutti gli obiettivi previsti. La Casa Bianca non ha commentato. Un alto funzionario del Pentagono si è limitato a spiegare che il dipartimento "è un'organizzazione che pianifica" e ha il compito di "elaborare e attuare le opzioni militari ordinate dal presidente".

Il rischio di rappresaglie e la situazione a Hormuz

Secondo le più recenti valutazioni dell'intelligence americana, l'Iran e il movimento Houthi dello Yemen prendono molto sul serio la possibilità di nuovi attacchi statunitensi e israeliani. Se venissero colpiti, probabilmente reagirebbero subito contro personale e strutture americane in Medio Oriente e, potenzialmente, anche altrove. Al momento, invece, gli analisti ritengono improbabile che attacchino per primi.

In un Memorandum del 23 ottobre al Segretario di Stato Marco Rubio, il direttore dell'intelligence nazionale Jay Clayton ha scritto che l'Iran "ha intensificato in modo sostanziale gli sforzi per colpire il personale statunitense" e che i preparativi "hanno raggiunto una fase avanzata sia in Medio Oriente sia in alcuni altri Paesi".

La minaccia di rappresaglie è uno dei motivi per cui Washington sta riducendo la propria presenza diplomatica nella regione. All'ambasciata di Riyadh, in Arabia Saudita, è stata disposta la partenza obbligatoria del personale non essenziale, mentre la settimana scorsa sono state ordinate riduzioni del personale anche negli Emirati Arabi Uniti, in Libano, in Qatar e in Giordania. Altre sedi diplomatiche dovrebbero ricevere nei prossimi giorni disposizioni analoghe o un limite al numero di dipendenti. Anche i militari non essenziali che avrebbero dovuto raggiungere il Medio Oriente con la prossima rotazione sono stati informati che non partiranno.

Domenica 25 ottobre l'ammiraglio Brad Cooper, comandante del Comando centrale, ha sorvolato in elicottero lo Stretto di Hormuz, dove la Marina americana mantiene il blocco dei porti iraniani e assiste il transito delle navi commerciali. Cooper ha incontrato i militari che hanno bonificato il passaggio dalle mine iraniane. "Continuiamo a essere al fianco dei nostri partner del Golfo e del settore del trasporto marittimo", ha dichiarato.

Il numero di petroliere che attraversano lo Stretto è aumentato, ma i prezzi del petrolio restano elevati, anche per il timore di nuovi attacchi iraniani. Un funzionario americano ha definito la situazione "insostenibile" nel lungo periodo: in assenza di una svolta diplomatica dell'ultimo minuto, sarebbe una delle ragioni che potrebbero spingere Trump a ricorrere alla forza.

Le pressioni di Netanyahu e le elezioni israeliane

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu preme da tempo per nuovi attacchi contro l'Iran, ma Washington gli avrebbe chiesto di attendere finché gli Stati Uniti non saranno pronti a condurre operazioni congiunte. "Netanyahu voleva davvero un attacco congiunto contro l'Iran prima delle elezioni e ha cercato di convincere Trump, ma Trump non ha dato il via libera", ha detto alla CNN una fonte della sicurezza israeliana. L'ufficio del premier ha smentito la ricostruzione, definendola "fake news".

Secondo la stessa fonte, sul rifiuto di Trump avrebbe pesato anche un avvertimento del capo di Stato Maggiore israeliano Eyal Zamir al generale Dan Caine, suo omologo statunitense: un attacco avrebbe compromesso lo svolgimento delle elezioni israeliane di martedì 27 ottobre, provocandone il rinvio.

Domenica l'emittente israeliana Channel 12 ha riferito di uno scontro "senza precedenti" tra Zamir e Netanyahu a meno di 48 ore dal voto. Il capo di Stato Maggiore avrebbe ricevuto dal governo una direttiva per un'operazione legata all'Iran e, prima di eseguirla, avrebbe chiesto un confronto approfondito e garanzie legali scritte. Il timore era che un errore di calcolo potesse innescare rapidamente un conflitto.

Il Ministro della Difesa Israel Katz ha definito la ricostruzione "del tutto infondata e falsa", assicurando che Israele non ha intenzione di attaccare l'Iran prima delle elezioni. Netanyahu ha parlato di "sciocchezze". Il leader dell'opposizione Yair Lapid lo ha invece accusato di cercare un'escalation con Teheran per far slittare il voto.

Secondo le fonti della CNN, Israele avrebbe per ora rinviato gli attacchi e si starebbe preparando a possibili operazioni congiunte con gli Stati Uniti, probabilmente dopo le elezioni americane. Ad accettare il rinvio avrebbe contribuito anche la necessità del sostegno statunitense alla difesa antimissile: l'Iran e gli Houthi reagirebbero verosimilmente a un attacco, mentre la guerra ha già messo a dura prova le scorte israeliane di missili intercettori.

Le più recenti valutazioni dell'intelligence americana indicano però che Netanyahu e i suoi alleati non avrebbero ancora un obiettivo strategico chiaro, al di là del tentativo di mostrare qualche "progresso" e continuare a indebolire il regime iraniano. La settimana scorsa, durante una cerimonia per gli ufficiali che avevano concluso il corso di formazione, il premier israeliano ha tuttavia dichiarato di aver ordinato alle forze armate, al Mossad e agli altri apparati di sicurezza di perseguire il rovesciamento del regime. "I piani sono pronti, aspettano l'approvazione di Trump, che potrebbe arrivare dopo le elezioni di metà mandato", ha detto una delle fonti.

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