Il vantaggio Dem nei sondaggi per il Congresso è ampio come nel 2018
La media di FiftyPlusOne dà i democratici avanti di quasi 6 punti, trainati dalla lealtà record dei propri elettori e da defezioni superiori al solito tra i repubblicani.
I democratici hanno oggi nei sondaggi per le elezioni di metà mandato un vantaggio ampio quanto quello che avevano nel 2018, l'anno in cui riconquistarono la Camera. Secondo la media calcolata dal sito FiftyPlusOne, il loro margine nel cosiddetto "generic ballot" è passato da circa 4,5 punti il 1° maggio 2026 a quasi 6 punti il 26 maggio.
Il "generic ballot" è la domanda con cui gli istituti chiedono agli elettori se alle elezioni per il Congresso voteranno per il candidato democratico o per quello repubblicano del proprio collegio, senza fare nomi. È uno degli indicatori più seguiti per misurare il clima politico nazionale in vista del voto di novembre.
È la prima volta in questo ciclo elettorale che i democratici guidano di poco più di quanto facessero nello stesso periodo del 2018, e di molto più di quanto i repubblicani fossero avanti nello stesso momento del 2022. Nella maggior parte dei cicli recenti il partito che non controlla la Casa Bianca amplia il proprio vantaggio negli ultimi mesi di campagna, il che rende il dato ancora più favorevole all'opposizione democratica.
La crescita recente dipende soprattutto da come dichiarano di voler votare gli elettori già schierati, più che dagli indipendenti, anch'essi orientati verso i democratici. Oggi quasi il 96 per cento degli elettori democratici dice che voterà per il candidato del proprio partito a novembre, una quota in aumento rispetto al 94 per cento del luglio 2025. Tra i repubblicani la fedeltà al partito si è invece mantenuta intorno al 91 per cento per tutto il ciclo ed è calata dal massimo del 91,9 per cento del 5 maggio al 90,6 per cento del 26 maggio, vicino al minimo del periodo.
Si tratta di scostamenti piccoli, che potrebbero essere casuali e rientrare con il tempo, ma che sommati pesano. Poiché i democratici sono circa il 45 per cento dell'elettorato, un aumento di pochi punti nella loro fedeltà si traduce in quasi due punti di margine, ai quali si aggiunge l'effetto opposto delle defezioni repubblicane.
Nel confronto con le ultime tornate di metà mandato i democratici del 2026 sono il partito più compatto degli ultimi anni. La quota di elettori democratici che dice di voler votare per il proprio partito è oggi più alta di quella mai registrata da democratici o repubblicani in nessuno degli ultimi tre cicli. Da qui in avanti la fedeltà tende a crescere ancora, perché gli elettori più tiepidi "tornano a casa" con l'avvicinarsi del voto, anche se con numeri così alti il partito potrebbe essere ormai vicino al massimo possibile tra i suoi.
I repubblicani somigliano invece a un ciclo di metà mandato normale, se pure su valori un po' alti. La loro fedeltà oscilla storicamente tra l'85 e il 90 per cento circa e sono oggi più leali del partito repubblicano del 2018, durante il primo mandato di Trump. Un segnale d'allarme è però l'andamento piatto o in calo della loro fedeltà, mentre nei cicli precedenti a questo punto aveva già iniziato a salire.
A questa fedeltà leggermente più alta del solito si accompagna anche un tasso di defezioni più elevato tra i repubblicani. Quasi il 6 per cento di loro dice che a novembre voterà un candidato democratico alla Camera, circa due punti in più della media delle defezioni registrate nello stesso periodo dei due cicli precedenti. Le defezioni democratiche sono invece ai minimi storici, più basse di qualsiasi momento delle ultime due tornate per entrambi i partiti.
Storicamente le defezioni sono più frequenti tra gli elettori del partito che occupa la Casa Bianca, e il 2026 supera leggermente sia il 2018 sia il 2022 su questo fronte. Nelle ultime due elezioni di metà mandato il partito al governo arrivava in media al 6 per cento di defezioni il giorno del voto, e i repubblicani sono già quasi a quel livello. A differenza dei cicli passati, in cui le defezioni dei due partiti tendevano a pareggiarsi, quest'anno il distacco è rimasto costante intorno ai tre punti per tutta la campagna: gli elettori repubblicani non stanno ancora tornando verso il loro partito.
I dati vanno presi con cautela, perché le analisi sui sottogruppi degli elettori sono più rumorose di quelle sui totali. Conta anche come si definisce un elettore "democratico" o "repubblicano": gli istituti lo fanno in modi diversi, chiedendo l'appartenenza dichiarata, usando la registrazione al partito dove esiste o stimandola con modelli. E non si tratta necessariamente delle stesse persone da un'elezione all'altra, perché chi si sente vicino a un partito può cambiare etichetta nel tempo, per esempio quando il proprio leader è molto impopolare.
Secondo Gallup l'identificazione come democratico o repubblicano è in calo, mentre quella come indipendente ha toccato un nuovo record al 45 per cento. Se chi si diceva repubblicano all'inizio del 2025 non approva più Trump, potrebbe smettere di definirsi tale, lasciando un nucleo più piccolo ma ferocemente leale al presidente e ingrossando il bacino di democratici e indipendenti contrari a Trump. Allo stesso modo, chi si diceva democratico dopo la sconfitta del 2024, se è in collera con la gestione del partito, potrebbe abbandonare l'etichetta, lasciando dietro di sé elettori più fedeli.
Nonostante i molti annunci di crisi per il Partito democratico, legati soprattutto al suo basso indice di gradimento, chi oggi si identifica come democratico appare più unito che in passato. I repubblicani, paradossalmente, sembrano insieme un po' più e un po' meno leali rispetto ai cicli precedenti, forse il primo segno di fratture interne che non sono ancora esplose.