L'economia americana è cresciuta a un ritmo annualizzato dell'1,5% nel secondo trimestre, cioè al passo che si otterrebbe se l'andamento di quei tre mesi si ripetesse per un anno intero. Il risultato è inferiore all'1,8% previsto dagli economisti interpellati dal Wall Street Journal e segna un rallentamento rispetto al 2,1% annualizzato registrato tra gennaio e marzo. Negli ultimi tre mesi del 2025 la crescita si era invece fermata allo 0,5%. Il dato, diffuso oggi dal Dipartimento del Commercio, riguarda un trimestre segnato dalla guerra in Medio Oriente e dal rincaro dell'energia.
A pesare sul risultato sono state soprattutto le importazioni, che nel calcolo del PIL entrano con il segno meno perché riguardano beni prodotti all'estero. Il saldo commerciale ha sottratto circa un punto percentuale alla crescita complessiva; anche la riduzione delle scorte delle imprese e il calo della spesa pubblica hanno frenato l'economia. Una parte consistente degli acquisti dall'estero è però legata proprio alla corsa all'intelligenza artificiale: le aziende che costruiscono data center importano semiconduttori e apparecchiature, contribuendo così ad ampliare una voce che, nella contabilità nazionale, riduce il PIL.
Il PIL americano rallenta, ma sotto la superficie l’economia accelera
Nel secondo trimestre del 2026 la crescita si ferma all’1,5% annualizzato, frenata dalle importazioni legate alla corsa all’intelligenza artificiale. La domanda interna, però, aumenta al ritmo più alto da tre anni.
Depurata dalle componenti più volatili, la domanda interna cresce a un ritmo più che doppio rispetto a quello del PIL ufficiale: è l’aumento più rapido dall’inizio del 2023.
Un anno e mezzo di crescita a strappi
Variazione del PIL reale rispetto al trimestre precedente, tasso annualizzato e destagionalizzato.
L’intelligenza artificiale dà e toglie
Il contributo della corsa all’AI alla crescita del secondo trimestre, in punti percentuali di PIL.
Le aziende che costruiscono data center comprano semiconduttori e apparecchiature dall’estero: la stessa corsa all’AI che spinge gli investimenti gonfia le importazioni, che nel calcolo del PIL entrano con il segno meno.
Consumi e investimenti spingono, la benzina frena
Le tre variabili che raccontano il trimestre, tra tagli fiscali e guerra con l’Iran.
Tassi fermi, ma i falchi alzano la voce
La Federal Reserve ha lasciato i tassi tra il 3,5% e il 3,75%. Il voto, però, non è stato unanime.
La domanda interna cresce al ritmo più alto da tre anni
Al di là del dato principale, l'economia ha invece accelerato. Le vendite finali agli acquirenti privati interni, l'indicatore seguito dagli economisti perché esclude le componenti più volatili come commercio estero, scorte e spesa pubblica, sono aumentate a un ritmo annualizzato del 3,9%, contro l'1,7% del trimestre precedente. È l'incremento più rapido dal primo trimestre del 2023.
I consumi delle famiglie, che rappresentano circa due terzi dell'attività economica americana, sono cresciuti del 3,2%, dopo lo 0,5% dei primi tre mesi dell'anno: il risultato migliore dal terzo trimestre del 2025. Sostenute dai tagli fiscali approvati lo scorso anno dal Congresso, le famiglie hanno aumentato la spesa sia per i beni sia per i servizi. Gli investimenti delle imprese sono saliti dell'8,4% annualizzato, trainati dai macchinari e dalla proprietà intellettuale, le due categorie che comprendono server, computer e software destinati all'intelligenza artificiale.
"Più della metà della crescita reale del PIL nel solo secondo trimestre è attribuibile a computer, data center o a qualcosa di collegato alle apparecchiature e ai software per l'elaborazione delle informazioni", ha spiegato al Wall Street Journal Ernie Tedeschi, capo economista della società di pagamenti Stripe, che ha calcolato il contributo complessivo della spesa informatica.
L'Amministrazione Trump considera queste importazioni un segnale positivo. Intervenendo la settimana scorsa davanti alla Commissione Finanze del Senato, il Rappresentante degli Stati Uniti per il Commercio, Jamieson Greer, ha detto di accogliere con favore l'aumento degli acquisti dall'estero del "tipo di beni che ci aiutano a produrre ancora di più qui". "Abbiamo spostato il grosso delle nostre importazioni dai beni di consumo e dalle automobili verso ciò che serve a sostenere la reindustrializzazione, come macchine utensili, macchinari per lo stampaggio a iniezione e chip per l'intelligenza artificiale", ha aggiunto.
Il caro benzina erode i salari e rafforza i falchi della Fed
La guerra con l'Iran ha invece colpito direttamente i bilanci delle famiglie, facendo aumentare il costo dei carburanti e riaccendendo l'inflazione, che erode il potere d'acquisto dei salari. Nel secondo trimestre la benzina è costata in media 4,22 dollari al gallone, secondo i dati dell'AAA, l'Associazione automobilistica americana, contro meno di 3 dollari prima che Stati Uniti e Israele attaccassero l'Iran alla fine di febbraio. Questo mese i prezzi hanno nuovamente superato i 4,10 dollari, pur rimanendo al di sotto del picco di oltre 4,50 dollari raggiunto a maggio. Gli economisti indicano in un nuovo shock energetico il rischio principale per la seconda metà dell'anno: un'ulteriore ripresa dell'inflazione potrebbe spingere la Federal Reserve a rendere ancora più restrittiva la politica monetaria.
La Banca Centrale ha lasciato i tassi invariati tra il 3,5% e il 3,75%, ma la decisione è stata approvata con 9 voti contro 3. I presidenti delle Federal Reserve regionali di Cleveland, Minneapolis e Dallas, Beth Hammack, Neel Kashkari e Lorie Logan, hanno chiesto un aumento immediato di un quarto di punto. Tre dissensi nella stessa direzione non si registravano dal settembre 2016. Il nuovo presidente della Fed, Kevin Warsh, alla sua seconda riunione di politica monetaria, ha comunque descritto positivamente lo stato dell'economia: "L'economia sta mostrando una capacità di tenuta impressionante, anche di fronte agli shock recenti", ha detto, indicando negli investimenti aziendali legati all'intelligenza artificiale l'elemento più sorprendente del quadro.
Dall'inflazione è arrivato a giugno un segnale di raffreddamento. L'indice PCE, la misura dei prezzi preferita dalla Fed, è diminuito dello 0,1% rispetto a maggio grazie al calo del petrolio, ma è rimasto del 3,7% superiore rispetto a un anno prima. La componente core, che esclude le categorie più volatili come alimentari ed energia, è aumentata dello 0,1% sul mese e del 3,3% su base annua.
Il trimestre restituisce dunque un dato di crescita debole, dietro il quale si muove però un'economia molto più dinamica: la domanda interna aumenta al ritmo più sostenuto da tre anni, mentre il boom degli investimenti alimenta le importazioni e sottrae nell'immediato punti al PIL, pur ponendo le basi per una maggiore capacità produttiva. È proprio questa combinazione, un'economia ancora solida e un'inflazione persistente, a rafforzare le ragioni di chi, dentro la Fed, vuole mantenere restrittiva la politica monetaria.
