Todd Blanche, Procuratore Generale degli Stati Uniti da una settimana ed ex avvocato personale di Donald Trump, domenica si è rifiutato di garantire l'indipendenza del Dipartimento di Giustizia dalla Casa Bianca. Durante la trasmissione "Meet the Press", sulla NBC, la giornalista Kristen Welker gli ha chiesto se il Dipartimento avrebbe "sempre agito in modo indipendente" dalla presidenza. "No, non lo prometterò", ha risposto Blanche. "E nessun Procuratore Generale dovrebbe mai farlo". Alla domanda se il presidente debba avere voce in capitolo nelle decisioni relative a singoli procedimenti, Blanche ha risposto: "Sì, certo".
"Se il presidente degli Stati Uniti, il presidente eletto degli Stati Uniti, mi dice qualcosa, dovrei rispondergli che non intendo ascoltarlo? Non funziona così".
Blanche ha però definito "completamente falsa" l'idea che Trump gli ordini di perseguire questa o quella persona, anche se il presidente ha espresso pubblicamente richieste simili anche in pubblico: nel settembre 2025 ha sollecitato esplicitamente l'incriminazione dell'ex direttore dell'FBI James Comey, della Procuratrice Generale dello Stato di New York Letitia James e del senatore democratico Adam Schiff, scrivendo che erano "tutti colpevoli marci" e che "GIUSTIZIA DEVE ESSERE FATTA, ORA!!!".
Todd Blanche, Trump’s former personal attorney and now attorney general, was asked: Can you pledge that DOJ will always act independently of the White House?
— grizzy (@Furbeti) August 17, 2026
Blanche: “No. I’m not going to pledge that, and no attorney general should ever pledge that.”
Clip: NBC News/Meet the… pic.twitter.com/hw1kLTwxfs
Il Dipartimento di Giustizia ha provato ad incriminare sia Comey e James, ma un giudice ha archiviato entrambi i procedimenti perché la Procuratrice che aveva presentato le accuse era stata nominata illegittimamente. Pochi mesi dopo i procuratori sono tornati alla carica contro Comey con una seconda incriminazione, questa volta davanti a un tribunale federale della North Carolina a causa di una fotografia pubblicata su Instagram. Nell'immagine, alcune conchiglie disposte sulla sabbia formavano la scritta "86 47", che secondo l'accusa costituirebbe una minaccia contro il presidente. Comey ha chiesto l'archiviazione anche di questo procedimento, sostenendo che si tratti di un'espressione politica protetta dal Primo Emendamento: nel gergo della ristorazione americana "86" significa eliminare qualcosa dal menù, mentre Trump è il quarantasettesimo presidente.
La Casa Bianca è intervenuta anche in un altro caso. Nelle scorse settimane Trump ha chiesto a Jeanine Pirro, procuratrice federale del distretto di Washington, di riesaminare un procedimento per vandalismo che il suo ufficio aveva deciso di abbandonare. Il caso riguarda il canoista olimpico David Hearn, accusato di aver danneggiato la vasca riflettente del Lincoln Memorial. Pirro aveva spiegato al giudice che i danni erano dovuti alla posa difettosa del rivestimento e che il Dipartimento degli Interni aveva inizialmente consegnato ai procuratori relazioni incomplete, prive dei documenti che attestavano i problemi di installazione.
La conferma al Senato per un solo voto
L'intervista a "Meet the Press" ha chiuso la prima settimana di Blanche alla guida del Dipartimento da Procuratore Generale in carica con tutti i poteri, cominciata proprio con la conferma da parte del Senato per 50 voti contro 49. Il voto è arrivato alle 4:31 del mattino, ora locale, poco prima della pausa estiva. Si sono opposti tutti i senatori democratici e due senatrici repubblicane, Susan Collins e Lisa Murkowski, mentre decisivo per la sua conferma è stato il sostegno tardivo da parte del senatore repubblicano Bill Cassidy.
Blanche ha prestato giuramento lunedì nello Studio Ovale, davanti a Trump. A presiedere la cerimonia è stato il giudice federale Emil Bove, che insieme a Blanche aveva fatto parte proprio del collegio difensivo del presidente. Pochi giorni dopo, il nuovo Procuratore Generale ha preceduto Trump sul palco durante un evento a Long Island a sostegno dei candidati repubblicani.
La nomina di Blanche aveva rischiato di naufragare per le conseguenze dell'accordo che aveva chiuso una causa intentata da Trump contro l'IRS, l'agenzia federale delle entrate. L'intesa prevedeva la creazione di un fondo da 1,776 miliardi di dollari contro il presunto "uso politico della giustizia" e proteggeva il presidente, i suoi due figli maggiori e la Trump Organization da alcuni accertamenti fiscali.
Alcuni senatori avevano avvertito che al fondo avrebbero potuto accedere anche persone perseguite per l'assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, comprese quelle accusate di aver aggredito gli agenti di polizia. I senatori repubblicani John Cornyn e Thom Tillis si sono rifiutati di sostenere la nomina finché Blanche non ha revocato il provvedimento istitutivo del fondo e limitato la portata delle tutele fiscali. Nella sua intervista, il Procuratore Generale ha confermato che il fondo non sarà istituito, senza però escludere che gli imputati del 6 gennaio possano ottenere indennizzi attraverso l'ordinaria procedura federale.
Una posizione rivendicata da mesi
Non è la prima volta che Blanche respinge l'idea di una barriera tra il Dipartimento di Giustizia e la Casa Bianca. A maggio aveva detto al Congresso che il Dipartimento di Giustizia riceve dal presidente i propri "indirizzi politici". Ad aprile, intervistato nel podcast di Steve Bannon, aveva criticato l'idea che "il Dipartimento di Giustizia sia in qualche modo indipendente dal presidente degli Stati Uniti", aggiungendo: "Non è vero". Nelle risposte scritte al Congresso si è richiamato alla Costituzione: il presidente è a capo del potere esecutivo e il Dipartimento ne fa parte a tutti gli effetti.
Trump ha denunciato per anni le presunte ingerenze politiche nel Dipartimento di Giustizia durante le Amministrazioni dei suoi predecessori. Nel 2016 definì vergognoso che l'allora Procuratrice Generale Loretta Lynch avesse incontrato in privato l'ex presidente Bill Clinton sulla pista di un aeroporto. Chuck Grassley, all'epoca presidente della Commissione Giustizia del Senato, chiese un'indagine interna, che però non trovò prove di condizionamenti politici ma giudicò l'incontro un errore di valutazione. Negli anni successivi i repubblicani hanno accusato il Dipartimento guidato da Merrick Garland di aver trasformato la giustizia in un'arma politica contro i rivali politici.
