La vittoria dei democratici alle midterm è "l'inizio della fine dell'era Trump". Lo sostiene il comitato editoriale del Financial Times, il principale quotidiano economico britannico, in un editoriale pubblicato il giorno dopo il voto. Per il giornale l'ondata che ha dato ai democratici il controllo di entrambe le camere del Congresso è "una vittoria notevole" per il partito ma, soprattutto, "una vittoria storica per la democrazia americana".
Secondo il Financial Times, dal secondo insediamento di Donald Trump nel gennaio 2025 il sistema di pesi e contrappesi che regola il potere negli Stati Uniti è stato attaccato "come mai prima d'ora dagli impulsi autoritari di un presidente". Il risultato delle urne dimostra invece che "le ancore fondamentali della democrazia hanno tenuto". L'editoriale lo considera un'occasione per cominciare a riparare il sistema politico americano, a patto che i democratici sappiano coglierla e che i repubblicani "comincino a ragionare".
Altri presidenti hanno subito pesanti sconfitte alle elezioni di metà mandato: George W. Bush perse entrambe le camere nel 2006 a causa della guerra in Iraq. Barack Obama subì una "batosta" nel 2010. Questa volta però i democratici hanno conquistato Camera e Senato e hanno guadagnato molti voti anche in stati come il Texas e il Kansas, roccaforti repubblicane da decenni. Per il giornale è la bocciatura più netta di un presidente in carica almeno dal 1994.
Il quotidiano ritiene che la difesa della democrazia non fosse il primo pensiero della maggior parte degli elettori, che erano però "certamente preoccupati" per la corruzione ai vertici. Il tema che ha deciso il voto è stato soprattutto il costo della vita. Trump aveva promesso di mettere fine alle "guerre infinite" dell'America e di alleggerire il peso sulle famiglie. Invece, scrive il Financial Times, "i suoi dazi e la sua sciagurata guerra in Iran hanno fatto salire i prezzi del carburante e di altri beni, colpendo soprattutto gli americani della classe lavoratrice". Il presidente aveva anche promesso di prosciugare la palude di Washington, cioè il sistema di potere e interessi della capitale, non di sfruttarla per arricchirsi. "In misura sorprendente, il presidente ha seminato da solo le ragioni della propria disfatta", conclude il giornale.
L'editoriale riconosce un ruolo ai tribunali, che hanno bloccato i tentativi di Trump di prendere il controllo del voto per posta. Lo stesso vale per i funzionari statali di entrambi i partiti che si sono rifiutati di consegnare le liste elettorali complete, con tutti i dati degli elettori. I tentativi repubblicani di gerrymandering, cioè di ridisegnare i confini dei collegi per favorire il proprio partito, sembrano essersi ritorti contro di loro. Il risultato è stato così chiaro, scrive il giornale, da lasciare al presidente "poca scelta se non dichiarare che lo avrebbe accettato".
Per il Financial Times restano però due rischi. Il primo è che nei prossimi due anni i democratici non riescano a ottenere nulla di concreto, bloccati dal potere di veto di un presidente "astioso" oppure dai propri errori strategici e dalle divisioni interne. Questo danneggerebbe le loro possibilità alle elezioni presidenziali del 2028, che il giornale considera decisive. Nonostante i successi di diversi candidati progressisti, l'editoriale invita il partito a evitare di spostarsi a sinistra. Sconsiglia anche un nuovo impeachment, la procedura con cui il Congresso può mettere sotto accusa e rimuovere il presidente: i numeri del Senato fanno sì che un terzo tentativo sarebbe "quasi certamente destinato a fallire" e rischierebbe di "rianimare ciò che resta della base di Trump". Secondo il giornale è meglio concentrarsi sulle indagini sugli affari della famiglia Trump e dei suoi collaboratori. I repubblicani, invece, dovrebbero riconoscere il danno che il presidente ha fatto all'immagine del partito e prendere le distanze da lui.
Il secondo rischio riguarda l'America e il resto del mondo. Il Financial Times teme che un presidente indebolito usi il controllo della politica estera per sfogare le proprie frustrazioni. Negli Stati Uniti si chiama lame duck, "anatra zoppa", un presidente che ha perso forza politica a fine mandato: il giornale parla invece di un'"anatra arrabbiata". "Un Trump rancoroso e senza freni potrebbe fare danni enormi, rilanciando la guerra in Iran o imbarcandosi in nuove avventure pericolose altrove", si legge nell'editoriale, che non si aspetta un atteggiamento più disponibile verso gli alleati tradizionali degli Stati Uniti in Canada, in Europa e altrove.
Il quotidiano avverte infine che il voto è solo l'inizio di uno sforzo per riparare i danni alle istituzioni americane, un lavoro che richiederà anni. Gli americani hanno seguito ungheresi e serbi nel respingere un autoritarismo fondato sul clientelismo, ma la minaccia globale del populismo nazionalista "è tutt'altro che sconfitta" e potrebbe presto guadagnare terreno, in particolare in Francia. Per il Financial Times resta comunque "un momento decisivo nella storia politica americana".
