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I separatisti dell'Alberta vedono in Trump un alleato per staccarsi dal Canada
Eric Newcombe, 2025, Flickr, CC BY-NC 4.0
Politica estera 6 min di lettura

I separatisti dell'Alberta vedono in Trump un alleato per staccarsi dal Canada

Il 19 ottobre la provincia petrolifera vota se avviare il percorso verso un referendum sull'indipendenza. Un reportage di Politico racconta un movimento tra complottismo e simpatie per il presidente

Il 19 ottobre gli elettori dell'Alberta, la provincia petrolifera e profondamente conservatrice del Canada occidentale, decideranno se avviare il processo legale che potrebbe portare a un referendum sulla secessione dal paese. Il movimento separatista locale, a lungo liquidato come marginale, è oggi al centro di uno dei dibattiti più delicati della politica canadese e ha trovato un punto di riferimento inatteso nel presidente americano Donald Trump. Lo racconta un reportage di Politico da Mirror, un piccolo centro dell'Alberta dove il 1° luglio, giorno della festa nazionale canadese, centinaia di persone si sono radunate per una celebrazione alternativa chiamata "Albertans' Day".

La festa si è tenuta al Whistle Stop Cafe, un locale diventato noto per aver sfidato le restrizioni durante la pandemia e che l'ex premier della provincia Jason Kenney definisce il "ground zero" del separatismo albertano. C'erano musica dal vivo, un mercato contadino e hamburger alla griglia, ma nessuna bandiera con la foglia d'acero. I partecipanti si avvolgevano nella bandiera dell'Alberta, sventolavano striscioni con la scritta "we're done" ("abbiamo chiuso") e indossavano cappellini "Trump 2024" o MAGA, sigla qui reinterpretata come "Make Alberta Great Again" ("rendere di nuovo grande l'Alberta"). Un attivista locale, diventato una piccola celebrità per i suoi cartelli da giardino separatisti, dice di averne consegnati più di 12.000 in tutta la provincia. Mentre il resto del Canada celebrava la nascita del paese, i presenti immaginavano di lasciarlo.

Il voto di ottobre, indetto dalla premier dell'Alberta Danielle Smith, non deciderà direttamente la secessione, ma stabilirà se avviare il percorso legale verso un eventuale referendum sull'indipendenza. Secondo i sondaggi circa il 30 per cento degli albertani vuole lasciare il Canada. Per i federalisti il rischio principale non è quindi una vittoria dei separatisti, ma l'astensione. Se chi vuole restare dà la vittoria per scontata e non va a votare, una base separatista molto motivata potrebbe ottenere un risultato sorprendentemente alto, dando nuova legittimità al movimento e allontanando gli investimenti privati dalla provincia. "Possiamo tutti pensare che il peggio non accadrà. Possiamo mettere cartelli in giardino e scrivere poesie sull'unità canadese. Ma onestamente, se la gente non si presenterà alle urne il 19 ottobre, potremmo perdere questo referendum", ha detto Eleanor Olszewski, ministra del governo federale eletta in Alberta.

Il risentimento dell'Alberta verso il governo federale di Ottawa è antico, ma l'ingrediente che ha accelerato la spinta separatista è nuovo: Trump e il deterioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Canada. I separatisti sono furiosi per gli attriti tra il primo ministro canadese Mark Carney e il presidente americano e molti considerano la presidenza Trump l'occasione che rende possibile l'indipendenza, con gli Stati Uniti pronti a comprare il petrolio e il gas della provincia in caso di distacco. Molti rivendicano anche una parentela culturale con gli americani e condividono ritagli di giornale falsi secondo cui i primi coloni arrivati dagli Stati Uniti avrebbero plasmato la cultura di frontiera dell'Alberta, mentre le province orientali sarebbero più legate alle tradizioni europee. C'è perfino chi guarda con favore all'idea, rilanciata più volte da Trump, di fare del Canada il 51° stato americano.

Uno dei gruppi principali, l'Alberta Prosperity Project, sta cercando di ottenere un prestito da 500 miliardi di dollari canadesi dal governo degli Stati Uniti per finanziare un'uscita "senza scosse" dal Canada. "Questo non è il movimento indipendentista di vostro nonno", ha detto a Politico Jeffrey Rath, co-fondatore del gruppo e attivista separatista di lunga data che ha cercato di farsi ascoltare dall'amministrazione Trump. Rath sostiene di aver chiesto presentazioni al Dipartimento del Tesoro e a grandi banche come JP Morgan Chase e Goldman Sachs per preparare un piano di fattibilità dell'indipendenza. Non è chiaro però se questi colloqui ci siano mai stati.

Il gruppo ha compiuto tre viaggi a Washington e Rath afferma di aver incontrato funzionari "di livello molto alto" che avrebbero portato le sue informazioni fino alla Casa Bianca. Un portavoce del Dipartimento di Stato ha risposto che il dipartimento "incontra regolarmente un'ampia gamma di rappresentanti" e che non prevede incontri futuri. Il voto, ha aggiunto citando l'ambasciatore americano in Canada Pete Hoekstra, è una decisione che spetta agli albertani.

A gennaio il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha definito l'Alberta un "partner naturale per gli Stati Uniti", citando le sue "grandi risorse". "La gente ne parla. La gente vuole la sovranità. Vuole quello che hanno gli Stati Uniti", ha detto al podcaster conservatore Jack Posobiec, con un cenno esplicito al movimento separatista.

Bessent parlava pochi giorni dopo che Carney aveva sostenuto al forum di Davos che le medie potenze devono costruire nuove coalizioni dopo la "rottura" dell'ordine globale alimentata da Trump. L'episodio ha fatto infuriare i separatisti filoamericani, come l'uso da parte di Carney dell'espressione "nuovo ordine mondiale" durante un viaggio in Cina a gennaio per firmare accordi su energia e commercio, una frase che è benzina per chi teme la nascita di un governo globale. Attraverso gruppi Facebook e video su YouTube nel movimento si sono diffuse teorie secondo cui Carney starebbe portando il Canada verso il comunismo e contro gli Stati Uniti.

Al raduno di Mirror le conversazioni passavano dall'accusa a Carney di non essere stato eletto democraticamente alla convinzione che la pandemia sia stata orchestrata dalle élite globali, fino all'idea che il divieto federale sulle armi d'assalto serva a impedire ai canadesi di ribellarsi al governo. Alcuni partecipanti difendono perfino i dazi imposti da Trump sulle merci canadesi, visti come uno strumento per fermare la deriva del paese.

Kenney fa risalire l'alienazione dell'Ovest canadese alla creazione della provincia nel 1905, quando a suo dire Ottawa trattava l'Alberta più come una colonia che come un partner alla pari. Il governo federale ritardò tra l'altro il passaggio alla provincia del controllo sulle risorse naturali. Il movimento separatista moderno prese poi forma negli anni Ottanta con il National Energy Program del primo ministro liberale Pierre Elliott Trudeau, che alzò le tasse sulle compagnie e sulle esportazioni petrolifere spostando una parte maggiore dei profitti dall'Alberta a Ottawa. Il programma, molto impopolare, fu smantellato cinque anni dopo, ma gli albertani non lo hanno dimenticato. Quando nel 2015 divenne primo ministro il figlio, Justin Trudeau, il suo governo introdusse politiche ambientali che secondo l'industria petrolifera resero più difficile e costoso costruire oleodotti, aumentare la produzione e attrarre investimenti.

Per l'ex deputato conservatore Damien Kurek uno dei momenti decisivi della rabbia albertana arrivò nel 2021, quando il presidente americano Joe Biden cancellò l'oleodotto Keystone XL nel suo primo giorno alla Casa Bianca, revocandone il permesso di attraversamento del confine. Nel collegio di Kurek, che comprendeva Hardisty, il più grande snodo di oleodotti del Canada, i meccanici avevano meno camion da riparare, i ristoranti servivano meno pasti, i motel restavano vuoti e le giovani famiglie rinviavano l'acquisto di una casa. Ma ciò che molti albertani ricordano di più non è la decisione di Biden: è la convinzione che Ottawa, allora guidata da Justin Trudeau, non abbia combattuto per fermarla. Kurek invita comunque a non liquidare i separatisti come traditori. I politici, dice, dovrebbero piuttosto chiedersi perché così tanti albertani si sentono abbandonati dalla federazione.

Molti nella provincia ritengono inoltre che il loro voto pesi meno di quello dell'Ontario e del Quebec, le province popolose dove si decidono le elezioni federali. Dopo aver eletto per anni deputati conservatori vedendo comunque nascere governi liberali, alcuni hanno concluso che le urne federali abbiano poco effetto sulle sorti dell'Alberta. La frustrazione è aggravata dal programma di perequazione (equalization) previsto dalla Costituzione canadese, che redistribuisce entrate fiscali federali alle province meno ricche. L'Alberta, tra le più ricche del paese grazie al petrolio, non ne ha mai beneficiato, mentre Ottawa raccoglie dagli albertani più tasse di quante ne spenda nella provincia. Ne esce rafforzata la convinzione, vecchia di decenni, che l'Alberta finanzi il resto del Canada ricevendo troppo poco in cambio.

Carney, che è cresciuto proprio in Alberta, ha avvertito la provincia che rischia una propria Brexit e allo stesso tempo ha cercato di rispondere alle sue richieste concrete. Lo scorso novembre ha firmato un accordo con il governo provinciale per lavorare a un nuovo oleodotto. Poco dopo, a porte chiuse, ha sorpreso i deputati del suo partito aprendo un discorso proprio dal tema del separatismo. L'intesa, ha spiegato, non era solo un successo economico, ma una necessità strategica per tenere insieme il paese. "Era emozionato. Si sarebbe sentito cadere uno spillo", ha raccontato a Politico un deputato liberale presente.

Da allora il governo ha smantellato diverse politiche ambientali dell'era Trudeau, nonostante le proteste di una parte dei deputati liberali. L'ex ministro dell'ambiente Steven Guilbeault ha annunciato l'addio alla politica accusando il partito di "fare marcia indietro" sul clima. Il mese scorso l'esecutivo ha detto che la partnership per l'oleodotto verso la costa occidentale varrà 35 miliardi di dollari canadesi. A luglio Carney è andato tre volte nella provincia, due delle quali accanto alla premier Smith. Entrambi presentano il patto come la prova che il Canada funziona ancora per tutti i suoi cittadini, anche se molti separatisti rispondono che arriva con dieci anni di ritardo. "In Canada siamo più forti quando siamo uniti, quando ci prendiamo cura gli uni degli altri e ci assicuriamo che nessun bambino, nessuna famiglia, nessuno venga lasciato indietro", ha detto Carney a gennaio in un discorso ai canadesi e al suo governo.

Al raduno di Mirror, intanto, un venditore proponeva coltelli, storditori elettrici, pale tattiche, visori notturni e scudi protettivi, invitando gli albertani a difendersi da soli. Nel parcheggio c'erano pickup e SUV modificati per sembrare auto dello sceriffo con adesivi "Republic of Alberta", mentre alcuni partecipanti mostravano magliette artigianali con insulti a Carney. I federalisti, racconta Kenney, sono allarmati dal fatto che vicini, amici, familiari e a volte perfino coniugi siano "disposti a tradire il loro paese". Per l'ex premier il separatismo è diventato la causa in cui confluisce ogni battaglia del mondo conservatore: "È un ombrello perfetto per ogni ossessione, paranoia e ansia della destra".

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