Le nuove misure tariffarie annunciate dal presidente Donald Trump potrebbero cambiare sensibilmente il costo di numerosi beni di consumo negli Stati Uniti. Si tratta di un pacchetto di dazi applicati a oltre 180 paesi con l’obiettivo dichiarato di riequilibrare i rapporti commerciali degli Stati Uniti con i propri partner internazionali. La misura prevede dazi minimi del 10%, ma con picchi fino al 54%, e riguarda una vasta gamma di prodotti, dagli smartphone alle automobili, dal cibo all’abbigliamento.
Uno dei casi più emblematici è quello di Apple, che secondo un’analisi di Rosenblatt Securities, potrebbe dover aumentare i prezzi dei propri dispositivi fino al 43% per compensare circa 39,5 miliardi di dollari di costi derivanti dai nuovi dazi. In termini pratici, un iPhone 16 Pro Max, oggi in vendita a 1.599 dollari, potrebbe arrivare a costare circa 2.300 dollari. Simili rincari sono previsti anche per iPad, AirPods e Mac. Apple, che dipende in larga parte dalla produzione in Cina, è particolarmente esposta alle nuove misure.
Il settore alimentare è un altro ambito in cui l’impatto sarà immediato. Circa l’80% dei chicchi di caffè importati negli Stati Uniti proviene dall’America Latina, con Brasile e Colombia ai primi posti. Entrambi i paesi sono soggetti a dazi del 10%. Anche il cioccolato risentirà dei nuovi costi: le fave di cacao vengono importate principalmente da Costa d’Avorio, Ecuador e Ghana, con dazi fino al 21%. Ancora più elevati quelli applicati al burro di cacao, con Indonesia e Malesia colpite da dazi rispettivamente del 32% e 24%.
La lista dei prodotti coinvolti è lunga: olio d’oliva (soprattutto da Spagna, Italia e Grecia), vino (dazi del 20% sull’Unione Europea), whisky scozzese (10%), riso (fino al 36% per le importazioni da Thailandia e Pakistan), e persino lo zucchero, con Brasile e Filippine soggetti a dazi fino al 17%. Per quanto riguarda l’abbigliamento, la Cina – principale esportatore verso gli Stati Uniti – sarà soggetta a un dazio complessivo del 54%, mentre Bangladesh, India e Cambogia subiranno tariffe tra il 26% e il 49%.
Anche il comparto automobilistico subirà conseguenze significative. Le automobili importate potrebbero diventare più costose di 20.000 dollari, mentre i modelli prodotti negli USA ma con componenti stranieri potrebbero aumentare tra i 2.000 e i 5.000 dollari. La decisione ha già avuto effetti concreti: Stellantis ha sospeso la produzione in due stabilimenti in Canada e Messico, con 900 dipendenti statunitensi licenziati.
Il governo canadese ha annunciato contromisure, introducendo dazi del 25% sulle automobili statunitensi non coperte dal trattato di libero scambio nordamericano, mentre il Messico è uno dei paesi più colpiti, specialmente per le esportazioni agricole: avocado, fragole, pomodori e tequila saranno probabilmente più costosi negli USA.
Sul fronte tecnologico, circa il 34,5% dell’elettronica importata – dai computer ai televisori – proviene dalla Cina, con altri paesi asiatici come Malesia, Taiwan e Vietnam che figurano tra i principali fornitori. Anche questi mercati saranno interessati da dazi elevati.
Particolare attenzione è stata rivolta all’eliminazione dell’esenzione che finora permetteva l’ingresso negli Stati Uniti di pacchi dal valore inferiore a 800 dollari senza dazi. Questo colpo colpirà duramente marchi come Temu e Shein, che basavano il loro modello di business su spedizioni economiche e rapide. A partire dal 2 maggio, tutti i pacchi saranno soggetti a costi aggiuntivi pari al 30% del loro valore o a un minimo di 25 dollari per articolo.
Infine, sebbene i farmaci siano stati esclusi dai dazi al momento, l’ipotesi di introdurre tariffe fino al 25% è stata ventilata dallo stesso Trump. Secondo alcune stime, queste misure potrebbero generare fino a 750 milioni di dollari di costi aggiuntivi per il sistema sanitario e aumentare il prezzo di farmaci salvavita anche di 10.000 dollari.
