Il Dipartimento del Lavoro ha comunicato oggi che a ottobre l'economia statunitense ha creato 165mila posti di lavoro, quasi il triplo dei 59mila previsti dagli economisti interpellati dal Wall Street Journal. Il tasso di disoccupazione è sceso al 4,1%, contro il 4,2% atteso.
Sono stati rivisti al rialzo anche i dati dei due mesi precedenti: il saldo di agosto sale da 133mila a 186mila posti creati e quello di settembre da 29mila a 60mila, per un totale di 84mila posti in più rispetto alle stime precedenti. La retribuzione oraria media è nello stesso tempo aumentata dello 0,4% rispetto a settembre e del 3,1% rispetto a un anno prima, superando anche in questo caso le attese, rispettivamente dello 0,3% e del 2,9%.
Da alcuni anni economisti e responsabili della politica economica prestano maggiore attenzione al tasso di disoccupazione che alla variazione mensile del numero di occupati, un dato soggetto a forti oscillazioni, ha spiegato Justin Lahart sul Wall Street Journal. Ad accentuare questa instabilità potrebbe aver contribuito il metodo di calcolo adottato a partire dai dati di gennaio dal Bureau of Labor Statistics (BLS), l’ufficio statistico del dipartimento del Lavoro. La modifica riguarda il modello utilizzato per stimare quanti posti di lavoro vengono creati dalle nuove imprese e quanti si perdono con quelle che chiudono. L’obiettivo è ridurre l’entità delle revisioni annuali, ma il nuovo metodo potrebbe aver reso più marcate le oscillazioni da un mese all’altro.
Nel frattempo, l’invecchiamento della popolazione e le restrizioni all’immigrazione hanno ridotto la disponibilità di lavoratori, rendendo più difficile stimare quanti nuovi posti siano necessari ogni mese per mantenere stabile il tasso di disoccupazione. Quest’ultimo potrebbe quindi offrire un’indicazione più affidabile delle condizioni del mercato del lavoro: se si stia indebolendo oppure se, al contrario, le imprese facciano sempre più fatica a trovare personale.
Per la Fed resta centrale l'inflazione
Secondo l'analisi del Wall Street Journal, il dato difficilmente cambierà l'orientamento della Federal Reserve, che a settembre ha alzato i tassi per la prima volta dal 2023. La banca centrale sta concentrando, infatti, l'attenzione soprattutto sull'inflazione, che resta stabilmente sopra l'obiettivo del 2%. Per dissuaderla da un nuovo rialzo alla riunione dell'8 e 9 dicembre sarebbe servito probabilmente un brusco peggioramento del mercato del lavoro.
I vertici della Fed sono da tempo restii a dare troppo peso a un singolo rapporto sull'occupazione e oggi potrebbero esserlo ancora di più. Pesano sia l'incertezza sul numero di posti necessari a mantenere il mercato in equilibrio sia la maggiore volatilità dei dati mensili. A questi fattori si aggiunge, nella lettura del Wall Street Journal, la volontà del nuovo presidente Kevin Warsh di rendere la politica monetaria meno dipendente dalle oscillazioni dei dati di breve periodo.
Salari sotto pressione e poche opportunità per chi cerca lavoro
Secondo il Wall Street Journal, l'insoddisfazione per il mercato del lavoro e, più in generale, per l'economia potrebbe aver pesato sulle elezioni di metà mandato di questa settimana, nelle quali i democratici hanno conquistato la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. I salari hanno faticato a tenere il passo dell'aumento dei prezzi: in ciascuno dei sei mesi fino a settembre, l'inflazione annua ha infatti superato la crescita della retribuzione oraria media. A settembre, al netto dell'inflazione, la paga oraria media era inferiore dello 0,7% rispetto a un anno prima.
Nonostante la forte crescita dell’economia, continua quindi a diminuire la quota del reddito prodotto destinata a remunerare il lavoro. Proprio ieri il Dipartimento del Lavoro ha comunicato che nel terzo trimestre questa quota è scesa al 53% nel settore delle imprese non agricole: il livello più basso dall’inizio della serie storica, nel 1947.
Inoltre se i licenziamenti restano pochi, lo stesso vale anche per le assunzioni. A farne le spese è soprattutto chi cerca il primo impiego, come i neolaureati. La scarsità di opportunità, insieme ai timori per gli effetti dell’intelligenza artificiale sull’occupazione, potrebbe aver contribuito al forte spostamento del voto giovanile verso i candidati democratici. Il rallentamento delle assunzioni limita anche le possibilità di chi vuole cambiare lavoro, una delle principali strade per ottenere uno stipendio più alto.
Qualche segnale di ripresa, però, comincia a emergere. All'inizio della settimana il Dipartimento del Lavoro ha comunicato che a settembre il tasso di assunzione, cioè il rapporto tra le assunzioni effettuate nel mese e il totale dei posti di lavoro, è salito dal 3,3% al 3,4%. Il dato si colloca nella parte alta dell'intervallo in cui ha oscillato negli ultimi due anni, pur senza segnare ancora una chiara svolta.
