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I generali americani hanno smesso di dire quello che pensano
U.S. Marine Corps photo by Lance Cpl. Landon Heredia
Sicurezza e Difesa 5 min di lettura

I generali americani hanno smesso di dire quello che pensano

Un'analisi dell'Atlantic: con Hegseth che rimuove gli ufficiali poco leali, il capo di stato maggiore Caine evita ogni giudizio pubblico. Per gli esperti un silenzio così è pericoloso

I più alti generali americani hanno ridotto il loro ruolo a occuparsi di tattica, eseguire gli ordini e tacere su tutto il resto. Secondo un'analisi pubblicata sull'Atlantic da Missy Ryan e Nancy Youssef, due giornaliste che seguono il Pentagono da decenni, i vertici militari degli Stati Uniti hanno interpretato in modo strettissimo il compito di consigliare il presidente, anche perché servono un comandante in capo che ha detto di preferire "il tipo di generali che aveva Hitler" e un segretario alla Difesa, Pete Hegseth, che ha rimosso gli ufficiali giudicati poco leali.

Il simbolo di questo approccio è Dan Caine, il generale che il presidente ha richiamato dalla pensione per farne il capo dello stato maggiore congiunto, il vertice militare delle forze armate americane. Caine presenta le opzioni militari e risponde su questioni tattiche, ma evita i giudizi di fondo sulla geopolitica e sull'opportunità delle scelte dell'amministrazione, purché siano considerate legali. Il mese scorso, parlando ai diplomati della National Defense University, l'università della Difesa americana, ha spiegato che la domanda "possiamo farlo?" spetta ai militari, mentre la domanda "dovremmo farlo?" "arriva al livello politico, e noi non ci occupiamo di questo nel nostro mestiere".

Hegseth ha costretto all'uscita più di venti generali e ammiragli, tra cui alcuni degli ufficiali di carriera più rispettati delle forze armate: il predecessore di Caine, il generale dell'aeronautica C. Q. Brown Jr., altri due membri dello stato maggiore congiunto e, da ultimo, il generale dell'esercito C. D. Donahue. Al loro posto ha promosso ufficiali meno esperti, senza mai spiegare le singole rimozioni. Tra i comandanti si è diffusa la convinzione che il segretario premi la fedeltà e l'acquiescenza più della competenza e dell'esperienza.

La prudenza dei generali non ha però garantito risultati migliori sul campo. Prima della guerra con l'Iran, i comandanti avevano preparato un piano per tenere aperto lo Stretto di Hormuz al traffico marittimo, che prevedeva più navi, più truppe e altre forze nell'ipotesi che Teheran provasse a chiuderlo. Il presidente ha scelto una strada diversa e i comandanti hanno eseguito le sue indicazioni senza criticarle pubblicamente, salvo poi vedere l'Iran chiudere lo stretto al traffico commerciale, con gravi danni al commercio mondiale, una tregua fragile, poi saltata, e un ritorno alla diplomazia finora inutile. Le guerre in Iraq e in Afghanistan, guidate da generali molto più assertivi, erano d'altra parte durate anni, costate migliaia di miliardi di dollari e finite lontano dalla vittoria.

Il modo in cui il presidente considera i militari rende la questione più urgente. Nel primo mandato definì i vertici del Pentagono "stupidi e bambini" e, una volta lasciata la Casa Bianca, accusò di tradimento il suo principale consigliere militare. Nel secondo mandato ha mandato le truppe nelle città americane, ha usato le forze armate per la campagna, dalla dubbia base legale, contro i presunti narcotrafficanti nei Caraibi e ha ipotizzato di impiegare i militari per sorvegliare le elezioni. "Se Trump 1.0 era le Olimpiadi per questi leader militari, Trump 2.0 è Hunger Games", ha detto alla rivista Carrie Lee, studiosa dei rapporti tra civili e militari al German Marshall Fund, un centro studi.

La storia americana offre modelli diversi. George Washington discuteva le scelte politiche con il Congresso continentale durante la guerra d'indipendenza e nel 1783, dopo la vittoria, rinunciò al comando militare prima di diventare presidente. Abraham Lincoln lasciò al generale Ulysses Grant ampia libertà operativa nella guerra civile, mentre Grant accettava che fosse il presidente a fissare gli obiettivi politici del conflitto. Nel 1951 Harry Truman rimosse il generale Douglas MacArthur, che contestava pubblicamente la strategia sulla guerra di Corea, e spiegò in pubblico le ragioni della decisione, facendo capire al resto delle forze armate che cosa i leader civili si aspettassero. L'attuale amministrazione, invece, non ha mai chiarito perché i generali vengono rimossi.

Prima dell'invasione dell'Iraq del 2003 il generale Eric Shinseki disse al Congresso che per occupare il paese sarebbero serviti "qualcosa nell'ordine di diverse centinaia di migliaia di soldati", una valutazione respinta dall'allora segretario alla Difesa Donald Rumsfeld. Negli anni successivi generali come David Petraeus e Stanley McChrystal erano figure note a livello nazionale, parlavano di grande strategia con i media e mobilitavano l'opinione pubblica a favore delle politiche sostenute dai militari, al punto che Joe Biden, da vicepresidente, li accusò di voler "ingabbiare" Barack Obama sull'Afghanistan per costringerlo ad approvare un massiccio aumento delle truppe.

Il precedente più recente di generale assertivo è Mark Milley, capo di stato maggiore scelto da Trump nel primo mandato. Nel 2020 rimase inorridito quando il presidente propose di sparare su manifestanti disarmati e di usare l'esercito per pattugliare le strade americane. Dopo la sconfitta elettorale di Trump lavorò dietro le quinte per garantire la transizione dei poteri. Alcuni ufficiali in servizio e in congedo ritengono però che Milley abbia a volte esagerato, per esempio quando nel discorso di congedo del 2023 definì Trump, senza nominarlo, un "aspirante dittatore". Biden gli concesse una grazia preventiva temendo che venisse perseguito al ritorno di Trump al potere. Gli stessi ufficiali pensano che oggi Caine e gli altri stiano correggendo l'approccio di Milley in modo eccessivo e che il pendolo sia tornato indietro troppo.

Kori Schake, analista di questioni di difesa e autrice di un libro sui rapporti tra civili e militari negli Stati Uniti, ha detto all'Atlantic che le rimozioni senza spiegazioni decise da Hegseth, insieme all'assenza di dibattito pubblico o parlamentare prima delle azioni militari in Iran, in Venezuela e nei Caraibi, "hanno creato un clima di comando che penalizza le valutazioni oneste dei militari sulle questioni in cui i militari sono esperti e i civili no". I generali intimoriti di Vladimir Putin alimentarono la convinzione sbagliata che il Cremlino potesse vincere facilmente in Ucraina e quelli americani, ha aggiunto, non dovrebbero avere la stessa paura di parlare: "È molto pericoloso. È così che si perdono le guerre".

Caine è intanto diventato uno dei collaboratori più vicini al presidente, che si affida a una cerchia ristretta di consiglieri per la sicurezza nazionale: nei primi 365 giorni in carica è andato alla Casa Bianca più di 330 volte. In privato, secondo una persona che conosce il suo modo di pensare, "dice la verità al potere". In pubblico, davanti al Congresso e alla stampa, ha però evitato ripetutamente di rispondere sulle iniziative più controverse, dal dispiegamento della Guardia Nazionale nelle città a maggioranza democratica alla decisione di iniziare una guerra con l'Iran senza dibattito parlamentare. Quando il senatore democratico Dick Durbin gli ha chiesto se l'operazione contro l'Iran avesse raggiunto i suoi obiettivi, ha risposto: "Signore, solo i leader politici decidono la vittoria o la sconfitta, e lascio a loro esprimersi su questo".

Qualche ufficiale è stato più diretto. Il generale Gregory Guillot, a capo del comando che sorveglia il territorio nordamericano, ha riconosciuto davanti ai parlamentari che schierare truppe armate ai seggi sarebbe illegale, salvo il caso di una ribellione armata, anche se il presidente ha suggerito di volerlo fare. Altri hanno seguito la linea del silenzio: l'ammiraglio Brad Cooper, a capo del comando militare per il Medio Oriente, ha evitato di confermare al deputato democratico Jason Crow che le regole militari vietano dichiarazioni come quella di Hegseth, che a inizio guerra aveva promesso "nessun quartiere" ai nemici, una formula proibita perché implica non lasciare sopravvissuti sul campo. Nella stessa audizione Cooper ha reagito con rabbia al deputato Seth Moulton, che gli chiedeva quanti altri americani dovessero morire per la guerra in Iran: "È una dichiarazione del tutto inappropriata da parte sua, signore". Per le autrici dell'analisi, in decenni di audizioni al Congresso, nessun leader militare aveva mai risposto in modo così duro a un eletto.

Dentro il Pentagono e al Congresso molti si chiedono se Caine e gli altri alti ufficiali stiano conservando la loro influenza su Hegseth e sul presidente per quando servirà davvero, per esempio in una crisi costituzionale come un tentativo di piazzare truppe ai seggi nel 2026 o nel 2028. Caine dovrebbe lasciare l'incarico a settembre 2027, ma il mandato potrebbe essere prorogato. Lui e gli altri ufficiali hanno promesso di rispettare la legge, in un'amministrazione che però si è mostrata disposta ad agire prima e a difendersi in tribunale poi.

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