Le centinaia di documenti d'intelligence declassificati che la Casa Bianca ha diffuso per sostenere il discorso di giovedì sera del presidente Donald Trump sulle elezioni non confermano le sue accuse. Le testate che li hanno esaminati non hanno trovato prove che interferenze straniere o brogli abbiano mai cambiato il risultato di un'elezione americana, compresa quella del 2020 che Trump perse. In diversi passaggi, anzi, i rapporti dicono il contrario di quanto sostenuto dal presidente: i sistemi elettorali "sarebbero difficili da manipolare su una scala abbastanza ampia da alterare l'esito delle elezioni".
Nel discorso di 26 minuti Trump aveva accusato la Cina di essersi procurata illecitamente i dati di 220 milioni di elettori, aveva rilanciato un vecchio caso di presunte frodi in Michigan e aveva sostenuto che circa 278.000 persone senza cittadinanza americana risultano registrate per votare. BBC Verify, la squadra di verifica dei fatti dell'emittente britannica, ha analizzato i quattro pacchetti di documenti pubblicati dalla Casa Bianca, alcuni con ampie parti oscurate, senza trovare rivelazioni clamorose. Una parte consistente dei file ripropone informazioni pubbliche da anni. Una fonte a conoscenza diretta delle valutazioni dell'intelligence sul 2020 ha detto alla CNN che il materiale aggiuntivo raccolto all'epoca, una volta verificato, non era stato giudicato abbastanza credibile o rilevante da finire nei rapporti ufficiali.
Le accuse di Trump, alla prova dei suoi stessi documenti
Cosa dicono davvero le centinaia di documenti d’intelligence che la Casa Bianca ha declassificato a sostegno del discorso del presidente sulle elezioni.
Le testate che hanno esaminato i file non hanno trovato prove che brogli o interferenze straniere abbiano mai cambiato l’esito di un’elezione americana: in diversi passaggi, i rapporti dicono il contrario di quanto sostiene il presidente.
Per il presidente, la prova che la Cina voleva interferire sul voto del 2020.
Nel 2020 una funzionaria elettorale segnalò tra 8.000 e 10.000 domande sospette di registrazione al voto. L’FBI ne verificò un campione.
Il numero più citato del discorso arriva da un documento di una sola pagina, che non spiega come la cifra sia stata calcolata.
Ogni barra rappresenta il totale dei voti o degli iscritti esaminati. La linea rossa indica i casi accertati: a questa scala è quasi invisibile.
crede comunque che i non cittadini votino in gran numero, secondo un sondaggio Reuters/Ipsos di aprile.
Le false narrazioni sulla vulnerabilità delle elezioni “potrebbero attecchire”; una violazione molto pubblicizzata minerebbe la fiducia nel voto “anche se non fosse stata usata per manipolare dati o sistemi”.
Memo dell’intelligence americana, gennaio 2020 — tra i documenti declassificati dalla Casa Bianca
I rapporti del National Intelligence Council, l'organo che riunisce le analisi delle agenzie di intelligence americane, riconoscono che Russia, Cina, Iran e Corea del Nord "hanno la capacità di accedere e potenzialmente manipolare" alcuni sistemi informatici legati alle elezioni, come le banche dati con i registri degli elettori. Gli stessi rapporti hanno però concluso che il sistema è decentralizzato, gestito da Stati e contee, e che verifiche successive al voto e schede cartacee farebbero "molto probabilmente" emergere qualsiasi manipolazione su larga scala. Un attacco informatico, si legge in uno dei rapporti del 2020, potrebbe ritardare le operazioni di voto o la pubblicazione dei risultati, "ma probabilmente non intaccherebbe l'integrità dei risultati certificati".
Sulla Cina i documenti confermano l'acquisizione di dati sugli elettori, non un'interferenza sul voto. Una nota della task force della Casa Bianca sulla trasparenza, datata 13 luglio, sostiene che i registri elettorali di almeno 18 Stati sono stati "compromessi" da Pechino e parla di oltre 200 milioni di record coinvolti, senza specificare il periodo. Il documento che dovrebbe provare la cifra è però quasi interamente oscurato: contiene una tabella con circa 204,8 milioni di record di "dati non specificati su elettori americani" datata 2016, di cui non è possibile ricostruire il contesto. Molte di queste informazioni sono peraltro pubbliche o acquistabili legalmente, perché diversi Stati vendono la parte pubblica delle proprie liste elettorali: un altro documento declassificato spiega che nel gennaio 2022 un attore cinese ha scaricato i dati di registrazione "pubblicamente disponibili" di sei Stati e che "le reali motivazioni della raccolta sono sconosciute".
La valutazione ufficiale dell'intelligence americana, declassificata già nel 2021, era arrivata a conclusioni opposte a quelle del presidente: nel 2020 non ci fu alcun segnale che "un attore straniero abbia tentato di alterare un qualsiasi aspetto tecnico del processo di voto" e la Cina "non ha messo in campo sforzi di interferenza", un giudizio formulato "con alta fiducia". Le agenzie accertarono invece una campagna di influenza russa a favore della rielezione di Trump e una iraniana contro di lui. Nei nuovi documenti c'è anche il memo di un alto funzionario in dissenso, secondo cui Pechino aveva compiuto "alcuni passi esplorativi di basso livello" per denigrare Trump e orientare la percezione degli elettori prima del voto.
Anche sul Michigan i file raccontano una vicenda diversa da quella del presidente, che parla di prove di frode "seppellite e insabbiate" e accusa il dipartimento di Giustizia di Biden di avere affossato l'indagine. Nell'autunno del 2020 una funzionaria elettorale della città di Muskegon segnalò migliaia di domande sospette di registrazione al voto, tra 8.000 e 10.000 secondo uno dei documenti, presentate da una collaboratrice di GBI Strategies, un'organizzazione vicina ai democratici che paga i propri attivisti per iscrivere nuovi elettori alle liste (negli Stati Uniti per votare bisogna prima registrarsi). L'FBI accertò che molte domande erano davvero false: su un campione di 107, 91 non trovavano riscontro nelle banche dati, con indirizzi inesistenti e firme non corrispondenti. Nessuna però portò a un'iscrizione nelle liste o a un voto. L'indagine durò quasi cinque anni, sotto entrambe le amministrazioni, e fu chiusa il 25 settembre 2025, quando l'FBI era già guidata da Kash Patel, nominato da Trump: l'agenzia concluse che "non è stata identificata alcuna violazione penale" e che gli attivisti "non erano stati istruiti a falsificare le informazioni". Il presidente ha detto di avere chiesto a Patel di riaprire il caso.
Il numero più citato del discorso, i circa 278.000 non cittadini che sarebbero registrati per votare, arriva da un documento di una sola pagina del dipartimento per la Sicurezza interna, secondo cui "oltre 250.000 non cittadini sono illegalmente registrati al voto" in California, Pennsylvania, New Jersey e Nevada. Il documento non spiega da dove arrivi la cifra né come sia stata verificata. La Casa Bianca ha riconosciuto che la stima si basa su banche dati commerciali, meno affidabili di quelle governative, usate perché i quattro Stati hanno rifiutato di sottoporre le liste al sistema federale di verifica della cittadinanza. Lo stesso documento riporta che questo sistema, applicato a oltre 68 milioni di registrazioni in 25 Stati, ha trovato 28.000 casi, circa lo 0,04% del totale. In alcune città, come San Francisco, le persone senza cittadinanza possono peraltro votare legalmente alle elezioni locali, per esempio per i consigli scolastici, il che spiegherebbe parte delle registrazioni in California.
All'inizio dell'anno lo Utah ha controllato l'intera lista elettorale dello Stato: su oltre 2 milioni di iscritti ha trovato una sola persona senza cittadinanza registrata e nessun caso di voto. Il database della Heritage Foundation, un centro studi conservatore, conta meno di 100 casi di voto da parte di non cittadini tra il 2002 e il 2022, su oltre un miliardo di schede votate, mentre un'analisi del Brennan Center, un istituto progressista, ne aveva stimati una trentina su più di 23 milioni di voti espressi nel 2016. Quasi metà degli americani crede comunque che i non cittadini votino in gran numero, secondo un sondaggio Reuters/Ipsos di aprile.
Tra i file c'è anche una valutazione della CIA di giugno sul Venezuela, per anni al centro delle teorie dei sostenitori di Trump sui brogli del 2020. Il memo dice che il governo venezuelano ha sviluppato la capacità di manipolare il voto elettronico nelle proprie elezioni, ma che questa dipendeva dal controllo diretto dell'intero processo: né Caracas né l'azienda Smartmatic, i cui sistemi sono usati negli Stati Uniti solo nella contea di Los Angeles, avevano la capacità "di manipolare l'esito di un'elezione fuori dal Venezuela".
La Casa Bianca ha presentato la pubblicazione dei documenti come un intervento per correggere le vulnerabilità prima delle elezioni di metà mandato di novembre, non come un tentativo di riaprire la discussione sul 2020. L'amministrazione ha però tagliato i fondi e ridimensionato le agenzie federali che negli ultimi anni monitoravano le interferenze straniere sulle campagne elettorali. E uno dei memo declassificati, del gennaio 2020, avvertiva di un rischio diverso da quelli elencati dal presidente: poiché "gran parte del pubblico probabilmente sa poco" di come vengono amministrate le elezioni, le false narrazioni sulla loro vulnerabilità "potrebbero attecchire". Una violazione molto pubblicizzata, aggiungeva il memo, minerebbe la fiducia nel voto "anche se non fosse stata usata per manipolare dati o sistemi".
