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I democratici rilanciano le riforme della Corte Suprema
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Giustizia 19 min di lettura

I democratici rilanciano le riforme della Corte Suprema

Mandati di 18 anni, codice etico vincolante e fino a 13 giudici: le varie proposte non hanno ancora i voti al Congresso, ma la crescente sfiducia dei democratici verso la maggioranza conservatrice della Corte Suprema spinge il partito a moltiplicare i piani per riformarla.

Portare i giudici della Corte Suprema da 9 a 13, sostituire l'incarico a vita con un mandato a termine di 18 anni, imporre un codice etico vincolante e stabilire regole più precise per la gestione dei ricorsi d'urgenza. Sono alcune delle circa dieci proposte presentate negli ultimi mesi dai democratici al Congresso, che, esasperati dalla svolta a destra della Corte, hanno rilanciato il tema con un'intensità che non si vedeva dal 2020.

Nell'ultima sessione la Corte Suprema ha bloccato diverse iniziative di Donald Trump, a cominciare dal tentativo di abolire la cittadinanza per nascita. Allo stesso tempo, con la sentenza Louisiana v. Callais ha fortemente indebolito l'applicazione della sezione 2 del Voting Rights Act del 1965, che tutela il diritto di voto delle minoranze, ha eliminato i limiti alle spese sostenute dai partiti in coordinamento con i propri candidati e ha ampliato i poteri presidenziali. Secondo i democratici, queste decisioni rispondono più a un calcolo politico che a un'interpretazione imparziale del diritto.

Il malcontento emerge anche dai sondaggi. Nella rilevazione Washington Post-Ipsos di luglio, condotta su 2.648 adulti tra l'8 e il 13 del mese, il 41% degli intervistati approva l'operato della Corte Suprema e il 55% lo disapprova: è la quota di giudizi negativi più alta mai registrata in questa serie. Solo un quarto degli intervistati ritiene che i giudici abbiano deciso in base al diritto nei casi riguardanti le politiche di Trump, mentre il 46% pensa che si siano lasciati guidare dalle proprie convinzioni politiche. La spaccatura è netta: approva la Corte il 66% dei repubblicani, mentre la disapprova il 75% dei democratici e il 60% degli indipendenti.

"C'è uno sconcerto costante e crescente per il bilancio sempre più desolante della Corte", ha dichiarato al Washington Post il senatore democratico del Rhode Island Sheldon Whitehouse, che ha appena ripresentato la proposta sui mandati a termine. "Il persistente interesse per la riforma nasce dallo sconcerto e dalla preoccupazione per la cattiva condotta della Corte".

Il testo, presentato insieme ai senatori Cory Booker, Richard Blumenthal e Alex Padilla, limiterebbe a 18 anni la partecipazione dei giudici a tutti i casi sottoposti alla Corte. Alla scadenza, rimarrebbero in carica, ma potrebbero occuparsi soltanto del ristretto numero di controversie che rientrano nella giurisdizione originaria prevista dalla Costituzione o sostituire un collega indisponibile. Ogni presidente sarebbe inoltre tenuto a nominare un giudice nel primo e nel terzo anno del proprio mandato. L'obiettivo è rendere più regolare il ricambio, ridurre il peso delle circostanze casuali nella composizione della Corte Suprema e abbassare la posta delle conferme al Senato, diventate negli ultimi anni battaglie durissime e spesso personali.

Corte Suprema · Le proposte di riforma

I democratici vogliono riformare la Corte Suprema, ma nessuna proposta ha i voti

Dopo una sessione che ha indebolito la tutela del voto delle minoranze e allargato i poteri del presidente, al Congresso sono arrivate circa dieci proposte per cambiare la Corte. Gli americani sono d’accordo su quasi tutte. Al Senato, però, i 60 voti necessari non ci sono.

Il giudizio degli americani, luglio 2026
Il prospetto ovest della Corte Suprema degli Stati UnitiEQUAL JUSTICE UNDER LAW
  • Approva il 41%, disapprova il 55%, non si esprime il 4%.
Approva
41%
Disapprova
55%
La Corte ha oggi una maggioranza conservatrice di sei giudici su nove
È la quota di giudizi negativi più alta mai registrata da questa serie
Il fronte ovest, con l’iscrizione «Equal justice under law». La fascia alla base vale 100 americani: il 4% non si esprime.

Sui casi che riguardano le politiche di Trump, solo il 25% pensa che i giudici abbiano deciso in base al diritto. Il 46% è convinto che abbiano seguito le proprie convinzioni politiche.

La frattura

Repubblicani e democratici vedono due Corti diverse

Quota di intervistati che approva o disapprova l’operato della Corte, per schieramento politico.

  • Repubblicani: approva il 66%.
  • Indipendenti: disapprova il 60%.
  • Democratici: disapprova il 75%.
Le proposte

Dal codice etico al sorteggio, sei modi di cambiare la Corte

Le proposte in circolazione, ordinate da quella che tocca meno l’assetto della Corte a quella che lo riscrive. Tocca una voce per aprire la scheda.

  • Codice etico vincolante e trust cieco per i beni dei giudici.
  • Regole più rigorose per il canale d’urgenza, il cosiddetto shadow docket.
  • Mandati di 18 anni al posto dell’incarico a vita.
  • Ampliamento dell’organico da nove a tredici giudici.
  • Corte bilanciata a quindici giudici, cinque per parte più cinque scelti insieme.
  • Sorteggio di nove giudici ogni due settimane fra 188 magistrati.
Il consenso

Agli americani le riforme piacciono, tranne una

Quota di americani favorevoli a ciascuna misura, sondaggio Navigator Research del maggio 2026.

  • Mandati a termine per i giudici: 74% di favorevoli.
  • Indagini del Congresso sulle violazioni etiche: 70%.
  • Codice di condotta e obblighi di trasparenza: 67%.
  • Aumentare il numero dei giudici: 40%.
L’unica proposta che spacca il Paese è proprio quella tornata al centro del dibattito: portare i giudici da nove a tredici. Fra gli indipendenti i contrari superano di poco i favorevoli; fra i repubblicani il divario arriva a 27 punti.
L’ostacolo

Al Senato servono 60 voti, e non ci sono

Il Senato ha 100 seggi. Per chiudere il dibattito su un provvedimento e mandarlo al voto finale ne servono 60: una maggioranza semplice non basta.

  • Maggioranza semplice al Senato: 51 voti su 100.
  • Voti necessari per superare l’ostruzionismo: 60.
  • Nove voti separano le due soglie.

Dopo le tre nomine ottenute da Trump, i democratici hanno presentato diversi progetti di riforma della Corte: nessuno è mai arrivato al voto. Non è la prima volta: nel 1937 Franklin Delano Roosevelt propose di aumentare il numero dei giudici e fu fermato anche da molti esponenti del suo partito. Sheldon Whitehouse punta alla presidenza della Commissione Giustizia se i democratici conquisteranno la maggioranza il 3 novembre.

Fonte Sondaggio Washington Post-Ipsos condotto online dall’8 al 13 luglio 2026 su 2.648 adulti, margine di errore di 1,9 punti. Consenso sulle riforme: Navigator Research, maggio 2026. Le due ipotesi accademiche sono tratte da Daniel Epps e Ganesh Sitaraman, «How to Save the Supreme Court», Yale Law Journal, 2019.

Proposte senza numeri

Gli stessi promotori riconoscono che nessuna di queste misure potrà essere approvata senza una solida maggioranza democratica al Congresso e, soprattutto, anche in quel caso finché resterà in vigore il filibuster, ovvero la procedura che al Senato impone di raccogliere 60 voti per chiudere il dibattito su un provvedimento e mandarlo al voto finale in aula. Presentare e difendere le proposte resta comunque importante, sostiene Whitehouse, che punta alla presidenza della Commissione Giustizia se il suo partito dovesse conquistare la maggioranza a novembre: "Anche in un Congresso come questo, dove non hanno alcuna possibilità di essere approvate, è importante presentarle e sostenerle, perché rassicurano le persone sul fatto che esiste un meccanismo per rimettere ordine nella Corte".

I precedenti non sono incoraggianti. Dopo che le manovre dell'allora capogruppo repubblicano Mitch McConnell avevano consentito a Trump di nominare tre giudici, i democratici presentarono diversi progetti di riforma, ma nessuno di questi è mai approdato al voto. Nel 2024 il presidente Joe Biden ha sostenuto l'introduzione di termini di mandato di 18 anni e di un codice etico vincolante, senza tuttavia appoggiare l'ampliamento della Corte. Le altre proposte in circolazione vanno dall'aumento del numero dei giudici della Corte all'obbligo di trasferire determinati beni in un trust cieco, fino all'introduzione di criteri più rigorosi per il cosiddetto shadow docket: il canale d'urgenza attraverso il quale la Corte Suprema decide questioni importanti sulla base di una documentazione ridotta e, spesso, con motivazioni molto sintetiche.

Ma il malumore non si limita al Congresso. Anche l'ex vicepresidente Kamala Harris, che diversi democratici considerano una possibile candidata alla Casa Bianca nel 2028, ha dichiarato il 31 luglio, durante la convention della National Urban League a Nashville, che "bisogna tornare a discutere" dell'allargamento della Corte Suprema a 13 giudici. James Talarico, deputato del Parlamento statale texano e candidato al Senato contro il procuratore generale repubblicano Ken Paxton in una sfida considerata in equilibrio a meno di tre mesi dal voto del 3 novembre, chiede invece mandati a termine e un codice di condotta vincolante. Il capogruppo democratico alla Camera, Hakeem Jeffries, ha affermato giovedì 13 agosto che le opzioni sul tavolo sono diverse e che nessuna può essere esclusa.

La difesa dei conservatori e i dubbi degli accademici

I conservatori replicano che si tratta di ritorsioni mascherate da riforme. "Tutte queste 'riforme' esistono perché alla sinistra non piacciono le decisioni della Corte", ha scritto in una mail al Washington Post Mike Fragoso, ex consigliere capo di McConnell. "L'obiettivo è intimidire la Corte perché cambi l'orientamento delle proprie sentenze. È riprovevole". Tom Jipping, ricercatore di Advancing American Freedom, l'organizzazione fondata dall'ex vicepresidente Mike Pence, sostiene che le critiche democratiche riguardano sempre l'esito delle sentenze e mai il ragionamento giuridico: "Non spiegano mai in che cosa la Corte abbia sbagliato sul piano del diritto. Si limitano a citare il risultato e ad appiccicarci qualche insulto altisonante".

La Corte ha già attraversato momenti simili. Negli anni Cinquanta e Sessanta erano i conservatori a contestare quelle che consideravano dottrine liberali inventate durante la presidenza di Earl Warren. Nel 1937 Franklin Delano Roosevelt, esasperato dalle bocciature del New Deal, propose di aumentare il numero dei giudici, incontrando però la resistenza dei repubblicani e di molti esponenti del suo stesso partito.

Secondo alcuni studiosi, tuttavia, i problemi attuali non dipendono soltanto dalla composizione ideologica della Corte. Daniel Epps, docente di diritto alla Washington University, osserva che sono scomparsi i giudici che potevano decidere di volta in volta come Anthony Kennedy, Sandra Day O'Connor e Lewis Powell, tutti nominati da presidenti repubblicani ma difficilmente prevedibili sulle questioni più divisive. "È la prima volta che abbiamo una Corte nella quale l'ideologia coincide davvero con l'appartenenza partitica", ha spiegato.

In un saggio del 2019, Epps e Ganesh Sitaraman, docente alla facoltà di legge della Vanderbilt University, si sono schierati contro le due soluzioni più popolari, i mandati a termine e l'allargamento dell'organico, sostenendo che avrebbero politicizzato ulteriormente la Corte. Le loro proposte erano però ancora più radicali.

La prima prevedeva un sorteggio: tutti i 179 giudici delle corti d'appello federali sarebbero diventati membri della Corte Suprema, portando l'organico complessivo a 188. Ogni due settimane ne sarebbero stati estratti 9, in modo che nessuno potesse sapere in anticipo chi avrebbe deciso un determinato caso. La seconda immaginava invece una Corte bilanciata composta da 15 giudici: 5 di area democratica e 5 di area repubblicana con un seggio permanente, incaricati di scegliere gli altri 5 membri temporanei.

Il presidente della Corte Suprema, John Roberts, e i suoi colleghi rispondono alle critiche affermando di aver sempre deciso in base al diritto e non alle proprie inclinazioni politiche. La percezione contraria, tuttavia, si sta consolidando nell'opinione pubblica e, secondo Epps, è proprio questa che potrebbe causare danni di lungo periodo: "La Corte può funzionare come istituzione soltanto se è capace di decidere i casi più difficili in modi che al Paese appaiano credibili. Se metà del Paese la considera un organo di parte e la Corte Suprema si comporta in modo largamente compatibile con questa lettura, quella metà può benissimo dire: 'Andate al diavolo'".

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