Hegseth attacca l'Europa: smettete di fare la morale e spendete per la difesa

Il segretario alla difesa statunitense, parlando allo Shangri-La Dialogue, ha rimproverato gli alleati europei di ignorare le richieste americane di aumentare la spesa militare.

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Hegseth attacca l'Europa: smettete di fare la morale e spendete per la difesa
Staff Sgt. Madelyn Keech / Office of the Secretary of War Public Affairs

Il segretario alla difesa statunitense Pete Hegseth ha attaccato di nuovo gli alleati europei di Washington, accusandoli di avere "troppo a lungo" ignorato le richieste americane di rafforzare la propria difesa e invitandoli a smettere di "fare la morale". L'intervento è arrivato sabato 30 maggio nel corso di un discorso al Dialogo di Shangri-La, la principale conferenza sulla difesa dell'area indo-pacifica che si tiene ogni anno a Singapore.

Hegseth ha avvertito che sono in arrivo "decisioni importanti" sulla sicurezza europea, senza fornire dettagli. "L'Europa e la NATO devono prendere decisioni importanti, e ne saprete di più presto", ha detto il segretario alla difesa. Il riferimento è alla volontà del presidente Donald Trump di ridurre la presenza militare statunitense nel continente, un tema tornato al centro del dibattito nelle ultime settimane dopo il rifiuto europeo di sostenere la guerra americana contro l'Iran.

Il capo del Pentagono ha elogiato i paesi asiatici, che a suo dire "hanno capito da tempo che il fondamento di un partenariato duraturo non poggia su valori idealistici, ma su un allineamento concreto degli interessi nazionali". "Quando i nostri interessi convergono, agiamo insieme con determinazione. Quando i nostri interessi divergono, ci adattiamo con pragmatismo, senza drammi e senza fare la morale. Penso che l'Europa occidentale potrebbe prenderne nota", ha aggiunto.

Nel passaggio più duro del discorso, Hegseth ha rimproverato alle capitali europee di avere a lungo coltivato "una retorica globalista vuota su un ordine internazionale fondato sulle regole, mentre aprivano le frontiere e svuotavano i loro eserciti". Gli appelli rivolti agli alleati europei perché spendessero di più per la propria difesa, ha aggiunto, "sono rimasti lettera morta per troppo tempo". "Adesso stanno finalmente recuperando il terreno perduto".

Sotto la pressione di Trump, l'Alleanza atlantica si è data lo scorso anno l'obiettivo di investire collettivamente nella difesa il 5 per cento del PIL dei suoi membri, una soglia molto lontana dai livelli attuali della maggior parte dei paesi coinvolti. Nel corso di una recente riunione della NATO in Svezia, il segretario di stato statunitense Marco Rubio aveva confermato agli europei che dovranno imparare a convivere con un numero minore di soldati americani sul loro territorio.

In assenza di rappresentanti europei di peso, è toccato al ministro della difesa australiano Richard Marles replicare alle accuse. L'ordine internazionale fondato sulle regole non è perfetto, ha riconosciuto Marles, ma "il compito che abbiamo davanti, tutti noi compresi i grandi attori, è quello di riformare quell'ordine, non di smantellarlo". Quando le regole vengono applicate, ha aggiunto il ministro australiano, "gli stati più piccoli hanno capacità di azione e autonomia decisionale", mentre quando "le regole cedono il passo alla forza, la sovranità diventa prerogativa dei più potenti, e nessuno stato in questa sala, indipendentemente dalle sue dimensioni, ne trae vantaggio".

Sulla Cina, Hegseth ha moderato i toni rispetto al passato. L'anno scorso aveva descritto l'assertività militare cinese come "una minaccia reale e imminente", scatenando l'ira di Pechino. Stavolta si è limitato a riconoscere "una preoccupazione legittima per l'inedito potenziamento militare cinese e per l'espansione delle sue attività militari", senza spingersi oltre. L'aggiustamento di tono riflette il clima cordiale del recente vertice tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping.

Il segretario alla difesa non si è pronunciato sulla possibile vendita di armi statunitensi a Taiwan, da 14 miliardi di dollari, che Trump ha recentemente definito "una buona carta negoziale" nei colloqui commerciali con Pechino. Si è limitato a osservare che "un Oceano Pacifico dominato da una singola potenza egemone sconvolgerebbe gli equilibri regionali e minerebbe la stabilità che tutti cerchiamo di preservare".

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