Gli Stati Uniti rimettono le sanzioni su Francesca Albanese
Il Tesoro ha reinserito la relatrice ONU per i territori palestinesi tra i sanzionati a una settimana dalla rimozione, dopo un'ordinanza della corte d'appello
Gli Stati Uniti hanno reinserito Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, nella lista delle persone sanzionate, appena una settimana dopo averla rimossa. Una nota pubblicata mercoledì 27 maggio sul sito del Dipartimento del Tesoro americano segnala che l'ufficio per il controllo dei beni stranieri, l'Office of Foreign Assets Control, ha aggiunto di nuovo il suo nome all'elenco dei Specially Designated Nationals.
L'inserimento in questa lista congela i beni che Albanese possiede negli Stati Uniti e vieta a cittadini e aziende americane di avere rapporti d'affari con lei. La misura le impedisce inoltre di usare carte di credito e di effettuare molte operazioni bancarie, e le proibisce di entrare nel territorio statunitense. Era stata tolta dall'elenco il 20 maggio.
Il dietrofront segue un'ordinanza emessa venerdì da una corte d'appello federale. Un collegio di tre giudici della Corte d'appello per il distretto di Columbia ha disposto una sospensione amministrativa della decisione che aveva bloccato le sanzioni, consentendo al governo di tornare ad applicare la designazione di Albanese come cittadina straniera sanzionata. L'ordinanza precisa che la sospensione ha carattere puramente procedurale e "non deve essere interpretata in alcun modo come una pronuncia nel merito" della richiesta dell'amministrazione.
Le sanzioni risalgono al luglio 2025, quando l'amministrazione del presidente Donald Trump le impose per la prima volta. Il segretario di Stato Marco Rubio accusò Albanese di condurre una "guerra politica ed economica" contro gli Stati Uniti e Israele, e di portare avanti "attività faziose e malevole".
Al centro delle accuse c'è la raccomandazione, formulata da Albanese, che la Corte penale internazionale emettesse mandati di arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l'ex ministro della Difesa Yoav Gallant. La Corte lo fece nel novembre 2024. L'amministrazione le ha contestato anche di aver inviato lettere a decine di imprese e organizzazioni, comprese aziende americane, sollecitando indagini e procedimenti giudiziari nei loro confronti.
Nel febbraio 2026 i familiari di Albanese hanno presentato un ricorso in suo favore, sostenendo che le sanzioni le avevano stravolto la vita fino a impedirle di accedere al proprio conto bancario. Il marito, Massimiliano Calì, ha agito in tribunale anche a nome della figlia, cittadina americana. Il 13 maggio il giudice federale Richard Leon ha dato ragione alla famiglia e ha concesso un'ingiunzione temporanea contro le sanzioni, ritenendo che l'amministrazione avesse violato il diritto alla libertà di parola garantito dal Primo emendamento. Leon ha scritto che Albanese non può essere ritenuta responsabile delle decisioni della Corte penale internazionale: "È incontestabile che le sue raccomandazioni non hanno alcun effetto vincolante sulle azioni della Corte. Non sono altro che la sua opinione".
A seguito di quella sentenza il Tesoro aveva rimosso Albanese dall'elenco. L'amministrazione ha però fatto ricorso e ha annunciato che l'avrebbe reinserita appena possibile, cosa avvenuta con l'ordinanza della corte d'appello.
Albanese, cittadina italiana, ha legami stretti con gli Stati Uniti: la figlia è cittadina americana e la famiglia mantiene una residenza nel Paese. Da relatrice speciale del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha più volte criticato il trattamento riservato da Israele ai palestinesi e ha sostenuto che a Gaza sia in corso un genocidio. Respinge le accuse di antisemitismo, mosse anche da Israele.
Il caso di Albanese non è isolato. Dall'inizio del suo secondo mandato, il presidente avrebbe sanzionato nove giudici della Corte penale internazionale, oltre ad alcuni procuratori, coinvolti in indagini su presunti abusi commessi da forze statunitensi e israeliane.