Gli americani condividono gli ideali fondativi degli Stati Uniti

Per un sondaggio dell'American Enterprise Institute il 74% degli americani ha letto la Dichiarazione di indipendenza, ma su valori comuni e orgoglio nazionale Gen Z e boomer sono lontani

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Gli americani condividono gli ideali fondativi degli Stati Uniti
Photo by Leif Christoph Gottwald / Unsplash

A pochi mesi dalle celebrazioni per i 250 anni della Dichiarazione di indipendenza, la maggior parte degli americani dice di conoscere i documenti fondativi del proprio paese e di condividerne gli ideali, dalla libertà di parola a quella di religione fino alle pari opportunità. Sotto questa superficie di continuità, però, si è aperto un divario generazionale profondo: sull'orgoglio di essere americani, sulla fiducia nel futuro del paese e sul ruolo della scuola nel trasmettere un'identità comune, i più giovani e gli anziani la pensano in modo molto diverso.

Il quadro emerge da un ampio sondaggio dell'American Enterprise Institute, un centro studi di Washington, realizzato dal suo Survey Center on American Life su 5.306 adulti tra il 12 e il 18 febbraio 2026. La ricerca riprende un'indagine condotta quasi trent'anni fa dalla Public Agenda Foundation, un'organizzazione di ricerca sull'opinione pubblica, che nel 1998 aveva intervistato i genitori americani in piena battaglia nazionale sull'educazione bilingue e sul multiculturalismo nelle scuole. Confrontare le due fotografie permette di capire che cosa è cambiato e che cosa è rimasto uguale nel modo in cui gli americani guardano alla propria storia.

Il sondaggio arriva mentre il paese discute persino sulla propria data di nascita, se gli Stati Uniti siano nati nel 1776, l'anno della Dichiarazione, oppure nel 1619, quando arrivarono nelle colonie i primi schiavi africani. Nonostante la forte polarizzazione e la sfiducia verso le istituzioni, i risultati mostrano che gli americani credono ancora nel valore di guardare al proprio passato.

La familiarità con i testi fondativi resta diffusa ma ineguale. Alla domanda se avessero mai letto la Dichiarazione di indipendenza, il 29% ha risposto di averla letta per intero e un altro 45% in parte, mentre il 26% non l'ha mai aperta. Pesa il livello di istruzione: ha letto il testo completo più di un terzo dei laureati, contro il 21% di chi ha al massimo il diploma. E pesa l'età: tra i giovani della Gen Z l'ha letta per intero il 23%, contro il 35% dei baby boomer, oggi ultrasessantenni.

Sulla conoscenza della storia gli americani si rivelano più ferrati sul passato remoto che su quello recente. L'85% sa spiegare che cosa celebra il 4 luglio e il 70% le cause della guerra civile, mentre scende al 55% chi sa indicare i diritti garantiti dal Bill of Rights (la Carta dei diritti) e al 48% chi conosce le ragioni della Guerra fredda. Anche qui i più giovani ne sanno meno: sul significato del 4 luglio risponde bene il 77% della Gen Z contro il 91% dei boomer.

Gli americani non sembrano troppo allarmati da queste lacune. Il 91% considera molto importante che gli studenti imparino le competenze scolastiche di base e il 77% le competenze sociali, ma solo il 63% dice lo stesso delle idee e della storia che tengono insieme tutti gli americani. È proprio sull'educazione civica che si apre il divario generazionale più ampio: la giudica molto importante il 50% della Gen Z contro il 78% dei boomer, ventotto punti di differenza.

Pur dando priorità ad altre materie, gli americani non liquidano l'importanza di trasmettere gli ideali nazionali. Il 68% pensa che la società debba insegnare attivamente ai ragazzi che cosa significa essere americani, contro il 31% per cui è qualcosa che si impara crescendo. Anche su questo i giovani sono più tiepidi: lo dice il 56% della Gen Z contro l'81% dei boomer.

Allo stesso tempo gli americani, soprattutto i più giovani, sono restii a giudicare chi sa poco di storia. Solo il 24% della Gen Z considererebbe un "cattivo cittadino" chi non sa praticamente nulla dei Padri fondatori, contro il 46% dei boomer. Ampio anche il divario politico: lo pensa il 27% dei democratici e il 53% dei repubblicani, ventisei punti di scarto.

Il 75% ritiene comunque che gli studenti delle superiori debbano essere obbligati a studiare la Dichiarazione quest'anno, in occasione del 250esimo anniversario, mentre solo il 23% è contrario. Tornano le differenze: favorevoli il 61% della Gen Z contro l'86% dei boomer, il 69% dei democratici contro il 90% dei repubblicani. L'81% pensa inoltre che studiare i principi politici dei fondatori possa aiutare le decisioni di oggi.

Il 63% giudica molto importante insegnare come la schiavitù e la discriminazione razziale abbiano plasmato la storia del paese, una quota che sale al 74% tra gli intervistati neri e scende al 58% tra gli asiatici. Molto più in basso il ruolo del cristianesimo nella fondazione, considerato molto importante dal 31%, e i temi legati all'identità LGBTQ, fermi al 17%. Il 48% ritiene molto importante insegnare come l'attività umana contribuisca al cambiamento climatico e il 41% i benefici del capitalismo di libero mercato.

Sul tema della diversità il 27% pensa che le scuole vi dedichino troppa attenzione, il 34% troppo poca e il 36% quella giusta. Sul danno storico subito dagli afroamericani il 24% parla di attenzione eccessiva e il 42% di attenzione insufficiente: a dire che non se ne parla abbastanza è il 75% degli intervistati neri contro il 34% dei bianchi.

Pur senza grandi differenze tra uomini e donne nel complesso, tra i giovani il genere conta molto. Sul fatto che le scuole non dedichino abbastanza attenzione alle conquiste delle donne per la parità lo pensa il 57% delle ragazze della Gen Z contro il 40% dei coetanei maschi. E sull'attenzione al danno storico subito dagli afroamericani il divario tra ragazze e ragazzi della stessa generazione è di sedici punti, 53% contro 37%. È la conferma di un fenomeno già documentato dal Survey Center on American Life: le giovani donne assumono posizioni più progressiste dei loro coetanei.

Anche se sono favorevoli a studiare la storia di genere e di etnia, gli americani non vogliono che ciò vada a scapito di un'identità comune. Il 78% pensa che il posto migliore dove i ragazzi imparano l'orgoglio per la propria identità etnica sia la famiglia e il 69% che la scuola sia il luogo dove imparare che cosa significa essere americani. Su quest'ultimo punto la distanza generazionale è netta: d'accordo il 51% della Gen Z contro l'80% dei boomer. Sullo sforzo speciale che le scuole dovrebbero fare per insegnare i valori americani ai nuovi immigrati sono favorevoli il 63% della Gen Z e l'84% dei boomer, il 64% dei democratici e l'86% dei repubblicani.

Sui valori scolpiti nella Dichiarazione e nella Costituzione la maggioranza resta compatta. L'82% giudica assolutamente essenziale che ci siano pari opportunità a prescindere da etnia, religione o genere, il 79% il diritto di ciascuno alle proprie convinzioni religiose, il 72% l'idea che con il lavoro duro si possa migliorare la propria condizione, il 66% il diritto di protestare e criticare il governo senza timore di punizioni e il 59% la tolleranza. Per ciascuno di questi valori meno di un americano su dieci ne nega del tutto l'importanza.

I giovani, però, guardano ad alcuni di questi pilastri con occhi diversi. Considera essenziale la libertà religiosa il 71% della Gen Z contro l'86% dei boomer. E il valore del lavoro duro convince il 67% dei giovani contro il 78% degli anziani. È un'eco di un sondaggio del Pew Research Center, un istituto di ricerca demoscopica, secondo cui nel 2024 il 68% degli over 65 riteneva ancora possibile realizzare il sogno americano, contro il 39% degli under 29. Conta anche l'istruzione: considera essenziale la tolleranza il 51% di chi ha al massimo il diploma, contro il 66% dei laureati.

Il distacco più vistoso riguarda l'idea stessa di eccezionalismo americano. A definire gli Stati Uniti un paese unico, che rappresenta qualcosa di speciale nel mondo, è il 72% dei bianchi, il 58% degli asiatici e il 55% degli ispanici, mentre gli intervistati neri si dividono quasi a metà, 49% contro 46%. Ma è soprattutto l'età a pesare: lo pensa appena il 52% della Gen Z contro l'80% dei boomer. E tra i giovani conta il genere: le ragazze della Gen Z si dividono a metà tra chi considera il paese unico e chi lo giudica né migliore né peggiore degli altri, mentre tra i coetanei maschi il 58% lo ritiene eccezionale.

Solo il 26% della Gen Z ritiene assolutamente essenziale insegnare a scuola che la nazione è fondamentalmente buona, contro il 61% dei boomer. Un divario di venticinque punti separa le due generazioni anche sulla necessità di insegnare ad apprezzare le libertà garantite dalla Costituzione e dal Bill of Rights, 59% contro 84%.

Sugli artefici della fondazione gli americani mantengono un giudizio equilibrato. L'83% concorda che i Padri fondatori meritino rispetto per come hanno costruito il paese, ma il 75% pensa anche che per capirne l'impatto occorra esaminare la loro tolleranza verso la schiavitù accanto ai loro meriti. Un altro 75% ritiene che il paese, pur imperfetto, abbia fatto progressi sostanziali nel rimediare a torti come la schiavitù. Sull'affermazione più netta, secondo cui l'America non potrà mai superare l'eredità della schiavitù, il 43% si dice d'accordo e il 53% in disaccordo.

Qui le divisioni per etnia e per orientamento politico diventano profonde. Sull'eredità della schiavitù che non si potrà mai superare concorda il 67% degli intervistati neri contro il 36% dei bianchi. Tra democratici e repubblicani ci sono circa quaranta punti di distanza sia sul rispetto dovuto ai fondatori sia sui progressi compiuti. La stessa frattura era emersa nel 2022 in una ricerca dell'organizzazione More in Common, secondo cui l'88% dei democratici e il 52% dei repubblicani riteneva importante insegnare la storia del razzismo in America. Sul rispetto per i fondatori, invece, anche le generazioni restano lontane, 73% tra i giovani e 91% tra i boomer.

Trent'anni fa i genitori con figli in età scolare erano molto più inclini di oggi ad accentuare la visione positiva del paese. Riteneva l'America un paese unico l'84% dei genitori nel 1998, contro il 62% di oggi. Considerava assolutamente essenziale insegnare a scuola che l'America è fondamentalmente buona il 67% allora e il 42% nel 2026. Metà dei genitori, nel 1998, si sarebbe arrabbiata con un insegnante che criticava di continuo il sistema economico e politico americano: oggi lo farebbe solo il 32%.

I genitori di oggi sono anche più disposti ad accettare un approccio critico alla storia nazionale. Nel 1998 il 25% si sarebbe arrabbiato se un insegnante avesse insistito sui maltrattamenti subiti dalle minoranze nella storia americana, oggi lo farebbe il 15%. È cambiato anche il modo di giudicare gli altri: nel 2026 l'85% considera un cattivo cittadino chi si rifiuta di lavorare con persone di etnia o origine diversa, contro il 72% del 1998, mentre è sceso dall'89% al 77% chi giudica essenziale il diritto di ciascuno alle proprie convinzioni religiose, un possibile segno della crescente disaffezione religiosa.

Non mancano gli elementi di continuità. Il sostegno ad alcuni valori civici è quasi invariato: il diritto di protestare e criticare il governo passa dal 67% al 64%, le pari opportunità dall'88% all'81% e il valore del lavoro duro dal 79% al 72%. In entrambe le rilevazioni i genitori mettono le competenze scolastiche e sociali di base davanti alla conoscenza della storia comune. E l'idea che gli americani diano per scontate le proprie libertà resta diffusa, anche se in calo: la pensava così il 90% dei genitori nel 1998 e il 77% nel 2026.

La distanza tra giovani e anziani attraversa tutto il sondaggio. Resta da capire se l'effetto di moderazione che di solito accompagna l'età cambierà le opinioni della Gen Z, come è successo con le generazioni precedenti. Gli autori ricordano che tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta i baby boomer avevano più o meno l'età dei ragazzi di oggi e molti diffidavano delle istituzioni, indignati per la guerra del Vietnam, eppure oggi il loro patriottismo appare solido. Persistono anche le differenze per etnia, con l'esperienza unica e tragica della schiavitù che continua a segnare il modo in cui gli afroamericani guardano al paese. Il rapporto, firmato da Karlyn Bowman e Nicole Penn, individua nell'anniversario di quest'estate l'occasione per riflettere su come gli americani pensano oggi al passato, al presente e al futuro del loro paese.

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