Gli elettori Dem sono mobilitati ma furiosi con i loro leader
A pochi mesi dalle elezioni di metà mandato l'attivismo alla base non è mai stato così alto, ma cresce la rabbia per un partito che non ha fatto i conti con la sconfitta del 2024.
A pochi mesi dalle elezioni di metà mandato, le consultazioni che a metà del mandato presidenziale rinnovano l'intera Camera e un terzo del Senato, la base militante del Partito democratico non è mai stata così mobilitata. È però anche furiosa con i propri vertici, che a suo giudizio non hanno fatto i conti con la sconfitta del 2024. Lo racconta un'analisi di Elaine Godfrey pubblicata sull'Atlantic.
I numeri dell'attivismo sono cresciuti molto da quando il presidente Donald Trump è tornato alla Casa Bianca. Indivisible, una rete nazionale di gruppi di attivisti progressisti, dichiara di avere circa 2.800 sezioni attive, più del doppio rispetto a prima del voto del 2024. Tramite Run for Something, organizzazione che aiuta i giovani a candidarsi, nel solo 2025 si sono iscritte circa 80.000 persone intenzionate a correre per una carica, più di quante lo avessero fatto in tutto il primo mandato di Trump. Red, Wine & Blue, gruppo nato nel 2019 per mobilitare gli elettori indecisi delle periferie residenziali, ha accolto 200.000 nuovi iscritti dopo il secondo insediamento del presidente.
La terza marcia di protesta "No Kings", il movimento anti-Trump nato dopo il suo ritorno al potere, ha radunato a marzo otto milioni di partecipanti secondo gli organizzatori, il che la renderebbe la più grande manifestazione in un solo giorno nella storia americana. Un esempio della spinta dal basso è GRR, sigla di Grass Roots Resistance, un gruppo di donne delle periferie di Cleveland, in Ohio, nato una settimana dopo la prima vittoria di Trump e cresciuto da una decina di iscritte a oltre duecento.
Il tono di questo attivismo è più arrabbiato e disperato rispetto al 2018, l'ultima volta che si votò per le elezioni di metà mandato con Trump alla Casa Bianca. "Nel 2018 c'era una resistenza guidata dall'alto", ha detto all'Atlantic Amanda Litman, direttrice di Run for Something. "Questa volta non è stato così". A guidare è stata la base, e gli elettori più fedeli sono in collera in parte con Trump, ma anche con i propri leader.
Tra volontari e finanziatori cresce l'insofferenza per quella che Yasmin Radjy, direttrice del gruppo progressista Swing Left, ha definito all'Atlantic la "sclerosi culturale" interna alle organizzazioni democratiche. La domanda che si sente ripetere, ha detto, è cosa stiano facendo i democratici di diverso rispetto al 2024 per essere sicuri di vincere. A quella domanda non è arrivata una vera risposta dall'apparato del partito.
Ken Martin, presidente del Democratic National Committee, l'organo che dirige il Partito democratico a livello nazionale, ha pubblicato l'attesa analisi sulla sconfitta del 2024 solo dopo una lunga campagna di pressioni, alimentata anche dai conduttori del podcast progressista Pod Save America. Il risultato è stato un rapporto incompleto e con poche conclusioni chiare.
L'immagine del partito è il primo dei problemi irrisolti: più strateghi hanno detto all'Atlantic che il marchio democratico è "nel cesso". Un sondaggio di inizio anno ha mostrato che, per il pubblico americano, il partito è più popolare dell'Iran ma meno popolare dell'intelligenza artificiale. A questo si aggiunge che i leader sono detestati eppure restano al loro posto: Chuck Schumer, leader della minoranza al Senato, è pronto a tornare leader della maggioranza se i democratici riconquisteranno la camera alta, pur essendo più impopolare di Trump secondo alcuni sondaggi.
Il consenso degli osservatori è che a novembre andrà comunque bene ai democratici. Riconquisteranno con ogni probabilità la Camera e, se saranno fortunati in Ohio, North Carolina, Maine e Alaska, potrebbero riprendersi anche il Senato. Nessuna di queste eventuali vittorie sarebbe però merito di un messaggio nuovo o di una trasformazione del partito. Il successo è atteso soprattutto perché l'alternativa è peggiore: Trump è un presidente storicamente impopolare che ha trascinato il Paese in un nuovo conflitto mediorientale, con l'effetto di far salire i prezzi e di diffondere un senso di precarietà.
"Vinceremo una serie di seggi a novembre? Sì. Abbiamo l'entusiasmo per portarlo avanti fino al 2028? Sì", ha detto all'Atlantic Kelly Dietrich, fondatore del National Democratic Training Committee, organizzazione che forma i candidati democratici. "Abbiamo l'infrastruttura che ci serve per farlo? No". Dietrich ha proposto un fondo per investire nelle elezioni statali e locali anche negli anni senza grandi appuntamenti nazionali, e indica come modello gruppi conservatori come Turning Point USA e il Leadership Institute, capaci di costruire fiducia e una base di volontari al di là del livello federale.
Susan Polakoff Shaw, tra le animatrici di GRR, ha detto che l'entusiasmo nel gruppo non è mai stato così alto e che quest'anno "sembra il 2018 sotto steroidi". L'interrogativo che resta, ha detto Radjy, è se tutta questa energia stia costruendo qualcosa di duraturo o sia solo un castello di sabbia, con il rischio di svegliarsi nel 2027 e accorgersi di dover ancora costruire le strutture necessarie a vincere sul lungo periodo.