Come Trump ha perso la guerra in Iran

L'economista, in un'analisi sulla sua newsletter Substack, indica quattro ragioni del fallimento: guerra non vincibile, declino militare, purghe nei ranghi e anti-intellettualismo MAGA

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Come Trump ha perso la guerra in Iran
Official White House photo by Daniel Torok

La guerra lanciata dal presidente Donald Trump contro l'Iran si è conclusa con una sconfitta americana. È la tesi di un'analisi pubblicata domenica dal premio Nobel per l'economia Paul Krugman sulla sua newsletter Substack, dedicata alla cosiddetta "Operation Epic Fury", la campagna aerea con cui Washington avrebbe dovuto annientare la minaccia iraniana sulla rotta del petrolio mondiale.

Krugman parte dal titolo apparso sul New York Times, "Many questions, few details in latest Iran peace proposal", per osservare che la trattativa in corso conferma la dinamica della guerra. "Trump ha cominciato pretendendo la resa incondizionata e cercando di imporre un nuovo regime sottomesso", scrive l'economista, "e ora si sta defilando, lasciando i falchi iraniani rafforzati e la reputazione americana a pezzi". L'articolo del Times è firmato da David Sanger, che il presidente ha definito "traditore" per la sua copertura del conflitto.

Il punto di partenza dell'analisi è uno squilibrio enorme tra i due contendenti. Gli Stati Uniti sono una superpotenza, l'Iran "al massimo una potenza regionale di medie dimensioni", e i bilanci militari dei due governi non sono nemmeno paragonabili. Eppure, osserva Krugman, "il regime iraniano non solo è ancora in piedi, è più forte di prima" mentre l'America "sta scappando".

L'economista individua quattro cause del fallimento. La prima è che si trattava di "una guerra fondamentalmente non vincibile". Dopo il fallito attacco di decapitazione contro la leadership di Teheran, l'operazione si è trasformata nel tentativo di sopprimere con la sola forza aerea i missili e i droni iraniani. Krugman cita la newsletter Substack "History Does You" per ricordare che campagne di questo tipo non hanno mai funzionato: né quando le forze alleate provarono a fermare i lanci tedeschi delle V1 e delle V2 durante la Seconda guerra mondiale, né quando la coalizione tentò di bloccare gli Scud iracheni nella prima guerra del Golfo. "Inseguire lanciatori mobili, soprattutto nell'era di droni economici e abbondanti e in un paese vasto e montuoso come l'Iran, è una partita impossibile", scrive. "I leader che non sono terminalmente arroganti e ignoranti non iniziano guerre non vincibili."

La seconda ragione è il declino dell'apparato militare americano. "Per quanto sia doloroso riconoscerlo", scrive Krugman, "dopo decenni di dominio incontrastato le forze armate statunitensi sembrano aver perso gran parte del loro vantaggio". L'economista riprende un'analisi dello storico Phillips O'Brien secondo cui "c'è troppa auto-celebrazione negli Stati Uniti rispetto al proprio esercito" e questa "visione romantica" viene oggi usata per scaricare ogni colpa sull'amministrazione Trump, ignorando problemi più profondi.

La terza causa, sostiene Krugman, è proprio l'azione dell'amministrazione, che ha "peggiorato molto" il declino preesistente. Pete Hegseth, autoproclamatosi "Segretario alla Guerra", ha condotto una purga senza precedenti di ufficiali con reputazioni impeccabili, in maggioranza neri o donne secondo quanto riportato dal Guardian, sostituendoli con fedelissimi politici. Tra questi l'ammiraglio Brad Cooper, attuale capo del Central Command, che secondo l'economista ha di fatto gestito la guerra di Trump. Meno di due settimane fa, Cooper raccontava ancora al Congresso "fantasie di facile vittoria", assicurando tra l'altro che gli Stati Uniti avrebbero potuto riaprire facilmente con la forza lo Stretto di Hormuz.

"È molto più probabile che Hegseth e Trump abbiano ricevuto a loro volta resoconti falsi e ottimistici, perché nessuno nelle forze armate osa dire loro la verità scomoda", scrive l'economista. La conseguenza, a suo giudizio, sarebbe stata una catena di decisioni sbagliate, a partire dall'incapacità di prevedere i danni che le basi americane avrebbero subito. Reportage di CNN, Washington Post e New York Times hanno documentato l'entità dei danni provocati da droni e missili iraniani su strutture statunitensi, con vittime e ingenti quantità di mezzi e aerei distrutti. Il fatto che il Pentagono non si fosse preparato a questa possibilità, scrive Krugman, "riflette chiaramente l'idea predeterminata che l'Iran sarebbe stato così devastato dagli attacchi americani da non poter rispondere".

La quarta ragione è quella che l'economista definisce l'anti-intellettualismo del movimento MAGA. "Il successo nella guerra moderna dipende in maniera cruciale dalla capacità di pensare meglio dei nemici", scrive, "ma MAGA è tutto incentrato sullo screditare il pensiero rigoroso e nel valorizzare l'ignoranza bellicosa". Sabato scorso, ricorda Krugman, Hegseth ha tenuto il discorso ai cadetti che si laureavano a West Point, dichiarando che in guerra "non puoi lanciare i tuoi pronomi contro il nemico" e congratulandosi con i diplomati per essere "in forma, non grassi". Nonostante il fallimento, conclude l'economista, il Segretario "continua ad affermare che eliminare la DEI fa vincere le guerre e che i bicipiti gonfi possono battere i droni".

La domanda finale che Krugman si pone è se l'America possa ancora ribaltare l'esito o se debba accettare un accordo che la lascia in una posizione peggiore di prima. La sua risposta è che "scappare, se è davvero quello che sta facendo Trump, è ora la mossa giusta". "È meglio accettare un cattivo accordo, che lascia l'America molto più debole di qualche mese fa, che raddoppiare la posta su una guerra fallita", scrive l'economista, ricordando che il tempo non gioca a favore di Washington: si profilano carenze di armamenti critici, l'esaurimento imminente delle scorte petrolifere mondiali e la perdita di sostegno da parte degli alleati e dell'opinione pubblica americana.

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