Più di cinque mesi di guerra hanno rallentato il programma nucleare iraniano, ma non lo hanno fermato. È quanto emerge dalla ricostruzione del New York Times, basata sulle valutazioni di funzionari ed esperti e concentrata sui tre principali impianti atomici del Paese. Il presidente Donald Trump aveva presentato l'avvio della guerra proprio come lo strumento necessario per impedire a Teheran di costruire un'arma nucleare.
Anzitutto la sorte dell'uranio altamente arricchito resta sconosciuta. Teheran vieta le ispezioni dell'ONU nei siti più sensibili, uno dei nodi centrali di qualsiasi futuro accordo di pace, e gli ispettori dell'AIEA, l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, non entrano negli impianti dal giugno 2025. Nonostante i bombardamenti del 2025 e del 2026, l'Agenzia ritiene che l'Iran possa aver conservato scorte sufficienti di uranio altamente arricchito.
Nel rapporto pubblicato a febbraio 2026, l’AIEA ha ripreso l’ultima stima verificata disponibile, risalente al 13 giugno 2025 secondo cui prima dei bombardamenti l’Iran possedeva 440,9 kg di uranio arricchito fino al 60%. Il direttore generale dell’Agenzia, Rafael Grossi, ha successivamente dichiarato che poco più di 200 kg erano probabilmente custoditi nei tunnel di Isfahan, mentre altro materiale si trovava a Natanz o in altri impianti. Da allora, non avendo più avuto accesso ai siti più sensibili, gli ispettori non hanno potuto verificarne la quantità, l’ubicazione e le condizioni.
L’uranio arricchito al 60% è già classificato come altamente arricchito e ha completato gran parte del percorso necessario per raggiungere il grado militare, convenzionalmente fissato intorno al 90%. Se tutte le scorte fossero ancora intatte e disponibili e l’Iran disponesse di centrifughe operative, potrebbero essere ulteriormente arricchite in tempi relativamente brevi, producendo materiale fissile teoricamente sufficiente per circa dieci ordigni atomici.
Questo non significa che l’Iran possieda dieci bombe già costruite: resterebbero da completare la conversione dell’uranio in metallo, la fabbricazione dei nuclei e le successive fasi di progettazione e assemblaggio delle armi. Un numero analogo è stato citato dall’inviato statunitense Steve Witkoff, secondo il quale durante i negoziati i rappresentanti iraniani avrebbero rivendicato il controllo di 460 kg di uranio arricchito al 60%, sostenendo che potessero fornire materiale per undici ordigni. Si tratta, tuttavia, del resoconto fornito da Witkoff, non verificato indipendentemente, e di una quantità leggermente superiore ai 440,9 kg stimati dall’AIEA.
Sta di fatto che Trump ha continuato a sostenere fino ad aprile che la sua Amministrazione avesse "obliterato" il programma nucleare iraniano, come aveva già affermato nel giugno 2025, quando gli aerei statunitensi sganciarono bombe anti-bunker sugli impianti di Fordow ed entrarono brevemente nella guerra di 12 giorni condotta da Israele contro l'Iran.
Ma Rafael Grossi ha espresso una valutazione diversa il 22 marzo, durante Face the Nation su CBS News: gli attacchi hanno provocato una significativa battuta d'arresto, ma alla fine delle operazioni militari sono rimasti irrisolti i problemi di fondo che hanno prodotto la crisi. Nella stessa intervista Grossi ha definito relativamente marginali i danni causati dagli attacchi contro i siti nucleari condotti in questa guerra, rispetto a quelli del giugno 2025.
L'uranio iraniano che nessuno controlla più
Oltre cinque mesi di guerra hanno rallentato il programma nucleare di Teheran, ma le scorte di uranio altamente arricchito sono probabilmente sopravvissute ai bombardamenti. Gli ispettori dell'AIEA non le vedono da oltre un anno.
Ultima stima verificata dall'AIEA, riferita al 13 giugno 2025: il giorno in cui iniziarono gli attacchi israeliani. Da allora quantità, ubicazione e condizioni del materiale non sono più verificabili.
Sezione schematica di Fordow · profondità in metri
I raid del giugno 2025 hanno colpito ingressi, condotti di ventilazione e fianchi della montagna, danneggiando gravemente l'impianto. Ma la bomba anti-bunker più potente dell'arsenale americano penetra al massimo una sessantina di metri, e le camere sono scavate sotto 80–90 metri di roccia calcarea.
Un piccolo passo dal grado militare
Sulla scala delle percentuali il 60% sembra a due terzi del percorso verso il 90% richiesto per un'arma. Ma lo sforzo tecnico non è proporzionale: quasi tutto il lavoro di separazione è già stato fatto.
Con centrifughe operative e scorte intatte, l'ultimo tratto dell'arricchimento richiederebbe tempi relativamente brevi. Secondo il fisico James Acton (Carnegie), quanto resta del programma basterebbe a produrre una bomba in meno di un anno.
Dove si trova, probabilmente
Stime dell'Institute for Science and International Security sulla ripartizione dei 440,9 kg tra i tre siti principali. I cerchi sono proporzionali ai chilogrammi stimati: tocca un sito per aprire la sua scheda.
Il triangolo indica Pickaxe Mountain, il nuovo impianto in scavo ad appena un chilometro e mezzo da Natanz. Nessuna stima è verificata dagli ispettori.
Che cosa resta dei quattro siti chiave
I raid americani e israeliani del giugno 2025 hanno colpito duramente il complesso, ma con ogni probabilità le scorte di uranio altamente arricchito sono rimaste al loro posto, nei tunnel sotterranei.
A marzo l'intelligence statunitense ha concluso che gli iraniani potrebbero raggiungere il materiale solo attraverso uno stretto passaggio, sorvegliato senza interruzione dagli Stati Uniti.
È il più grande sito di arricchimento del Paese e gran parte delle attività si svolge sottoterra. I raid del giugno 2025 hanno distrutto le strutture in superficie.
Gli attacchi del marzo 2026 hanno invece colpito gli ingressi dell'impianto sotterraneo, forse nel tentativo di seppellire le scorte custodite all'interno.
A lungo considerato dagli iraniani l'impianto più avanzato e meglio protetto, perché scavato sotto la roccia. Secondo l'intelligence statunitense i bombardamenti potrebbero averlo reso inutilizzabile.
I quattro ingressi sono rimasti interrati almeno fino a metà maggio, e l'Iran ha collocato ostacoli sulle strade dirette ai tunnel, forse per rallentare un nuovo attacco.
Sorge a poco più di un chilometro e mezzo da Natanz, scavato a una profondità pensata per resistere anche agli ordigni più potenti. Gli esperti ritengono che non sia ancora operativo.
Le immagini satellitari mostrano che gli scavi sono proseguiti anche dopo il Memorandum d'Intesa del 17 giugno, che impegna l'Iran a lasciare gli impianti nucleari nelle condizioni in cui si trovano.
Se le scorte fossero intatte e le centrifughe operative, il materiale basterebbe in teoria per circa dieci ordigni atomici. Non significa dieci bombe pronte: mancherebbero la conversione in metallo, i nuclei e l'assemblaggio delle armi.
Durante i negoziati, secondo l'inviato USA Steve Witkoff, i rappresentanti iraniani avrebbero rivendicato 460 kg di uranio al 60%, sufficienti per undici ordigni. Il resoconto non è stato verificato in modo indipendente.
Fonte: AIEA (rapporto febbraio 2026, stima al 13 giugno 2025); Institute for Science and International Security, giugno 2026; New York Times; Carnegie Endowment for International Peace; Dipartimento della Difesa USA (briefing del 22 giugno 2025) e analisi geologiche pubbliche per profondità e penetrazione. Le stime sulla ripartizione per sito non sono verificate dagli ispettori.
Che cosa resta di Isfahan, Natanz e Fordow
Il complesso di Isfahan ha subito gravi danni durante i raid statunitensi e israeliani del giugno 2025. Due impianti per la conversione o l'arricchimento dell'uranio risultano ancora pesantemente danneggiati, mentre con ogni probabilità le scorte di uranio altamente arricchito sono rimaste al loro posto, secondo l'Iran Nuclear Monitor del Consiglio Europeo per le Relazioni Internazionali. A marzo l'intelligence statunitense ha concluso che gli iraniani sarebbero in grado di raggiungere il materiale solo attraverso uno stretto passaggio, sorvegliato senza interruzione dagli Stati Uniti.
L'Institute for Science and International Security, un centro di ricerca di Washington, stima che a Isfahan siano ancora sepolti tra 265 e 287 kg di uranio altamente arricchito, mentre fino a 80 kg si troverebbero a Fordow e la parte restante a Natanz.
Anche Grossi indica Natanz come possibile deposito di una quota minore delle scorte. È il più grande sito di arricchimento del Paese e Teheran non ne dichiarò l'esistenza agli ispettori dell'ONU fino al 2002, quando alcuni dissidenti ne rivelarono l'esistenza. Gran parte delle attività di arricchimento si svolge sottoterra. I raid del giugno 2025 hanno distrutto le strutture in superficie; gli attacchi del marzo 2026 hanno invece colpito gli ingressi dell'impianto sotterraneo, forse nel tentativo di seppellire le scorte.
A poco più di un chilometro e mezzo da Natanz sorge Pickaxe Mountain, la "Montagna del Piccone". Nel 2020 le autorità iraniane annunciarono che vi avrebbero costruito un impianto per la produzione di centrifughe, scavato a una profondità tale da resistere anche alle più potenti bombe anti-bunker. Gli esperti ritengono che il sito non sia ancora operativo, ma le immagini satellitari mostrano che i lavori sono proseguiti anche dopo gli attacchi del 2025. Trump ha minacciato più volte di bombardarlo, senza finora passare all'azione. Il Memorandum d'Intesa firmato il 17 giugno impegna l'Iran a lasciare gli impianti nucleari nelle condizioni in cui si trovano; gli scavi nella montagna, tuttavia, sono continuati anche dopo la firma.
Fordow è stato a lungo considerato dagli iraniani l'impianto più avanzato e meglio protetto, perché sepolto sotto la roccia. Ma nel giugno 2025 dodici bombe di grandi dimensioni lo hanno danneggiato gravemente e potrebbero averlo reso inutilizzabile, secondo le valutazioni dell'intelligence statunitense diffuse lo scorso anno. I quattro ingressi sono rimasti interrati almeno fino alla metà di maggio, come ha riferito in giugno l'Institute for Science and International Security. Le immagini satellitari di quelle settimane mostrano inoltre che l'Iran stava collocando ostacoli sulle strade dirette ai tunnel, forse per rallentare un nuovo attacco.
Il limite della strategia militare
L'Iran sostiene che il suo programma abbia finalità esclusivamente civili, ma l'arricchimento dell'uranio a livelli prossimi a quello militare e i tentativi di sottrarsi alle ispezioni alimentano da anni l'allarme internazionale sulle reali intenzioni del regime iraniano. James Acton, fisico ed esperto di Iran al Carnegie Endowment for International Peace, ha detto al New York Times che quanto resta del programma sarebbe sufficiente a produrre una bomba "in meno di un anno", forse molto meno, in assenza di nuovi interventi.
Ellie Geranmayeh, responsabile dell'Iran Nuclear Monitor per il think tank europeo, non indica una scadenza precisa. Nella sua ultima analisi avverte però che, senza controlli internazionali, l'Iran potrebbe arricchire rapidamente le scorte esistenti fino al grado militare. La capacità nucleare iraniana, ha spiegato al quotidiano statunitense, "in gran parte è ancora lì".
Infine per Daryl Kimball, direttore esecutivo dell'Arms Control Association, la politica della "massima pressione" e le iniziative militari di Trump non hanno distrutto, né possono distruggere, il potenziale nucleare iraniano. Kimball lo ha affermato in una recente analisi, nella quale definisce la guerra contro l'Iran un errore da 100 miliardi di dollari. A dimostrare il fallimento della strategia, sostiene, è il tentativo dello stesso presidente di fermare ora i combattimenti e tornare al tavolo negoziale. All'origine di tutta la crisi odierna, secondo Kimball, ci sarebbe la decisione di Trump, durante il suo primo mandato, di ritirare gli Stati Uniti dall'accordo nucleare del 2015, aprendo così la strada alla ricostituzione del programma iraniano.
