Circa 200 account riconducibili a una presunta fabbrica di bot cinesi hanno cercato di spingere gli americani a opporsi ai data center per l'intelligenza artificiale, ha reso noto X giovedì sera. Il team di sicurezza della piattaforma ha indagato su profili sospettati di partecipare a operazioni di influenza provenienti dalla Cina e ne ha individuati 200.000. Tra questi, circa 200 pubblicavano contenuti "in un modo che potrebbe manipolare un dibattito legittimo sulla politica americana in materia di intelligenza artificiale ed energia". I post sostenevano che i data center mettessero sotto pressione la rete elettrica e facessero aumentare le bollette e comprendevano "vignette che ritraevano i gestori dei data center mentre si arricchiscono a spese del pubblico".
The X Safety team conducted an investigation into suspected Chinese inauthentic accounts involved in influence operations:
— Global Government Affairs (@GlobalAffairs) August 28, 2026
We identified a bot farm of approximately 200,000 accounts. Within this farm, we found 200 accounts posting in a manner that could manipulate a legitimate… pic.twitter.com/Mj0SqerdlH
Il Congresso cerca la mano di Pechino
I repubblicani al Congresso indagano da mesi sulle campagne di influenza degli avversari stranieri, convinti che Pechino stia cercando di rallentare Washington nella corsa ai sistemi di intelligenza artificiale più avanzati. Il 4 giugno i presidenti della Commissione Energia e Commercio della Camera hanno scritto al direttore dell'FBI Kash Patel e ai consiglieri della Casa Bianca per la scienza e la tecnologia chiedendo un briefing sulle presunte operazioni di propaganda di Cina, Russia e Iran contro lo sviluppo dell'intelligenza artificiale e l'espansione dei data center. La lettera citava diversi rapporti, tra cui uno secondo il quale le campagne di opposizione avrebbero ritardato o bloccato progetti per circa 45,8 miliardi di dollari nella sola Virginia.
A giugno OpenAI aveva reso noto di aver smantellato due reti clandestine collegate alla Cina che utilizzavano ChatGPT per produrre contenuti destinati a influenzare il dibattito americano sui consumi energetici dell'intelligenza artificiale e sui dazi nel settore tecnologico. Una delle due generava, a partire da richieste scritte in cinese semplificato, vignette sulle bollette gonfiate dai data center, secondo uno schema analogo a quello delle immagini ora segnalate da X. Le campagne non avevano ottenuto una diffusione significativa, ma indicavano il tentativo di attori stranieri di sfruttare le preoccupazioni economiche degli americani.
I bot cinesi non spiegano la rivolta americana contro i data center
X ha individuato duecento account cinesi che spingevano gli americani a opporsi ai data center per l'intelligenza artificiale. Ma l'opposizione era già maggioritaria: in quattro mesi è cresciuta di dodici punti ed è oggi trasversale ai tre schieramenti.
1 su 1.000Ogni punto vale 200 account. Uno solo, in rosso, riguardava i data center.
In quattro mesi i contrari sono passati dal 49% al 61%
Quota di americani che si dichiara contraria o favorevole alla costruzione di un data center nella propria zona. Rilevazioni dell'Annenberg Public Policy Center su 1.320 adulti.
L'opposizione è maggioritaria in tutti e tre gli schieramenti
Contrari a un data center nella propria zona, per appartenenza politica. Tocca una riga per evidenziare il dato.
Solo un americano su quattro considera i data center un bene
Risposte alla domanda se la costruzione di nuovi data center faccia bene o male agli Stati Uniti. Sondaggio Economist/YouGov su 1.536 adulti, 21-24 agosto 2026.
Tre mesi di allarmi, sondaggi e inchieste
Tocca una data per aprire la scheda.
Duecento account non spostano dodici punti di opinione pubblica in quattro mesi. La propaganda straniera, se ha agito, si è innestata su un malcontento che era già maggioritario e che attraversa i due partiti.
Fonti: X, Global Government Affairs (28 agosto 2026); Annenberg Public Policy Center, University of Pennsylvania (1.320 adulti, 16 giugno - 19 luglio 2026); Economist/YouGov (1.536 adulti, 21-24 agosto 2026); Data Center Watch; Axios; OpenAI.
Un'opposizione che esisteva già
Democratici e repubblicani sostengono però sempre più spesso moratorie sui data center e, a livello locale, hanno fatto propria la logica del "non nel mio cortile" nei confronti di queste enormi infrastrutture. La resistenza è diventata un rischio finanziario per l'intero settore, osserva Madison Mills di Axios: diverse banche di Wall Street hanno citato di recente l'opposizione politica tra i rischi per un comparto che, per continuare a crescere, ha bisogno di nuovi impianti e di una capacità di calcolo sempre maggiore.
Per Jim Prosser, consulente di comunicazione della Silicon Valley ed ex responsabile della comunicazione aziendale di Twitter, la tesi della "operazione psicologica cinese" è il nuovo argomento con cui le grandi aziende tecnologiche cercano di cambiare la conversazione sui data center, una strategia che giudica "preoccupante e frustrante". "Se riesci a mettere d'accordo Greg Abbott e Kathy Hochul su qualcosa, probabilmente non è un'operazione psicologica cinese e probabilmente non è un'allucinazione collettiva", ha detto ad Axios, riferendosi al governatore repubblicano del Texas e alla governatrice democratica di New York. "Se sei un venture capitalist di Atherton o Menlo Park che spiega come dovrebbe sentirsi qualcuno in Ohio e in Ohio non ci sei mai stato, il problema sei tu".
I sondaggi confermano almeno l'ampiezza dell'opposizione. Il 61% degli americani è contrario alla costruzione di nuovi data center nella propria zona, secondo una rilevazione dell'Annenberg Public Policy Center della University of Pennsylvania pubblicata il 12 agosto e condotta tra giugno e luglio: 12 punti in più rispetto alla precedente indagine dello stesso centro, svolta tra febbraio e marzo. L'opposizione è maggioritaria tra i democratici (69%), ma anche tra i repubblicani (54%) e gli indipendenti (53%). Un sondaggio Economist/YouGov pubblicato martedì va nella stessa direzione: solo il 24% degli americani considera i nuovi data center un bene per il Paese, mentre il 47% li considera un male.
Sui social circolano inoltre numerosi video di residenti che partecipano in massa alle riunioni dei consigli locali per opporsi alla costruzione dei data center. L'eventuale propaganda cinese si è quindi innestata su un malcontento già esistente, che i 200 account individuati da X non bastano da soli a spiegare.
