Virginia approva il referendum per ridisegnare i collegi, quattro seggi in più per i Dem
Il referendum sospende fino al 2030 la commissione bipartisan che disegna i collegi e trasferisce il potere all'assemblea democratica. I Repubblicani annunciano ricorsi alla Corte Suprema statale.
La Virginia ha approvato martedì un referendum che consente al parlamento statale di ridisegnare i confini dei collegi elettorali per la Camera dei Rappresentanti, una mossa che potrebbe portare i Democratici a conquistare dieci degli undici seggi dello Stato alle elezioni di metà mandato del 2026. Il sì ha prevalso con il 51,5% contro il 48,5%, con oltre il 95% dei voti scrutinati, su un totale di circa 3 milioni di schede.
La consultazione in Virginia rappresenta l'ultimo capitolo di una battaglia nazionale iniziata nell'estate scorsa, quando il presidente Donald Trump ha spinto gli Stati a guida repubblicana a ridisegnare i collegi congressuali a metà decennio, una pratica rara ma non inedita. L'obiettivo dichiarato era ampliare la fragile maggioranza repubblicana alla Camera in vista del voto di novembre 2026, quando storicamente il partito al potere tende a perdere seggi. Il Texas ha aperto la strada approvando una nuova mappa che aggiungeva cinque seggi favorevoli al Partito Repubblicano. Da lì la disputa si è estesa a Missouri, Ohio, North Carolina e Utah, dove però un giudice distrettuale ha respinto la mappa repubblicana approvandone una alternativa che favorisce i Democratici. In Indiana il Senato statale ha bocciato la proposta sfidando Trump.
La risposta democratica è arrivata prima dalla California, dove a novembre gli elettori hanno approvato con un ampio margine, 64% contro 36%, la Proposition 50. Quella misura ha sospeso temporaneamente la commissione indipendente che disegna i collegi, restituendo il potere al parlamento statale a maggioranza democratica e aggiungendo cinque seggi favorevoli al partito. Il referendum della Virginia segue la stessa logica. L'emendamento costituzionale approvato martedì sospende fino al 2030 la commissione bipartisan che ridisegna i collegi, trasferendo temporaneamente questa funzione al parlamento controllato dai Democratici. La nuova mappa trasformerebbe l'attuale equilibrio di sei seggi democratici e cinque repubblicani in una configurazione di otto seggi sicuri per i Democratici, due contendibili ma orientati a sinistra e uno solido per i Repubblicani.
La governatrice democratica Abigail Spanberger, eletta a novembre con oltre quindici punti di vantaggio, è stata il volto della campagna per il sì. In una dichiarazione dopo il voto ha definito la misura "temporanea" e ha ribadito l'impegno a restituire nel 2030 il compito di disegnare le mappe alla commissione bipartisan istituita sei anni fa. Hakeem Jeffries, leader democratico alla Camera proveniente da New York, ha commentato il risultato affermando che i Democratici "non hanno fatto un passo indietro" ma "hanno reagito". L'ex presidente Barack Obama era intervenuto nei giorni precedenti con un video pubblicato venerdì invitando i Virginiani a votare sì per "livellare il campo di gioco" contro i Repubblicani.
Sul fronte opposto, Trump aveva fatto pressione fino all'ultimo, intervenendo in un programma radiofonico conservatore e pubblicando un messaggio sui social in cui esortava a votare contro "per salvare il vostro Paese". L'ex governatore repubblicano Glenn Youngkin e l'ex procuratore generale Jason Miyares hanno guidato la campagna per il no, definendo la nuova mappa "la più di parte d'America" e il referendum una "acquisizione di potere incostituzionale". Jeff Ryer, presidente del Partito Repubblicano della Virginia, ha dichiarato che le battaglie legali continueranno davanti alla Corte Suprema dello Stato. Richard Hudson, deputato della North Carolina e presidente del National Republican Congressional Committee, ha ribadito che i Repubblicani manterranno la maggioranza anche con la nuova mappa.
Il voto non chiude definitivamente la questione. La Corte Suprema della Virginia deve ancora esaminare i ricorsi presentati dal Comitato Nazionale Repubblicano, dal NRCC e dal Partito Repubblicano statale. I ricorrenti contestano sia irregolarità procedurali nell'iter di approvazione dell'emendamento sia la formulazione del quesito sulla scheda, ritenuta fuorviante. Un tribunale di primo grado aveva dato ragione ai Repubblicani, ma la Corte Suprema dello Stato aveva poi autorizzato lo svolgimento del referendum. Esiste un precedente del 1958 in cui la Corte invalidò un risultato elettorale, anche se si trattava di un referendum locale di profilo più basso.
La campagna ha attratto ingenti risorse finanziarie. Secondo la società di monitoraggio AdImpact, sono stati spesi oltre 81 milioni di dollari in spot pubblicitari sul referendum, una cifra di soli 3 milioni inferiore a quella investita nella corsa per il governatore della Virginia lo scorso anno e superiore di 16 milioni a quella spesa per la corsa a sindaco di New York. I Democratici hanno superato i Repubblicani di quasi 32 milioni di dollari nella spesa pubblicitaria. Oltre il 95% dei fondi raccolti proviene da organizzazioni senza scopo di lucro che non sono obbligate a rivelare i propri donatori, i cosiddetti gruppi di dark money strutturati come enti 501(c)(4).
Lo sguardo si sposta ora sulla Florida, dove il governatore repubblicano Ron DeSantis ha convocato una sessione straordinaria del legislatore per il 28 aprile. I Repubblicani puntano ad aggiungere da due a cinque seggi favorevoli al partito, ma la mossa ha diverse complicazioni. La costituzione della Florida vieta esplicitamente il disegno dei collegi su base partitica, anche se una sentenza della Corte Suprema statale ha indebolito il vincolo negli anni scorsi. Inoltre, i Democratici hanno ottenuto buoni risultati in alcune elezioni speciali recenti in Florida, spingendo alcuni membri repubblicani del Congresso a esprimere preoccupazione per la possibilità di rendere troppo leggeri i propri margini di vittoria.
Sullo sfondo resta la sentenza attesa della Corte Suprema federale nel caso Louisiana contro Callais, che potrebbe ribaltare una disposizione chiave del Voting Rights Act, la legge del 1965 sui diritti di voto. Una pronuncia favorevole all'ala conservatrice della Corte potrebbe imporre il ridisegno di molti collegi a maggioranza etnica in tutto il Paese, con un beneficio significativo per i Repubblicani. La decisione è attesa non prima di giugno. Al momento i Democratici hanno aggiunto circa dieci seggi potenziali attraverso il ridisegno, i Repubblicani nove, un sostanziale pareggio che potrebbe però spostarsi a favore del Partito Repubblicano se la Florida porterà a termine la propria riforma.