Il Texas imporrà l'esposizione dei Dieci comandamenti in tutte le aule delle scuole pubbliche

La decisione del Quinto circuito, adottata con una maggioranza di nove giudici contro otto, ribalta un'ingiunzione di primo grado e apre la strada a un probabile esame della Corte suprema.

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Il Texas imporrà l'esposizione dei Dieci comandamenti in tutte le aule delle scuole pubbliche
Photo by Sean Foster / Unsplash

Il Texas può obbligare le scuole pubbliche a esporre i Dieci comandamenti in ogni aula. Lo ha stabilito martedì 21 aprile la Corte d'appello federale del Quinto circuito, con sede a New Orleans, ribaltando una precedente decisione di primo grado che aveva bloccato l'applicazione della norma. La sentenza rappresenta una vittoria per il fronte conservatore e religioso che da tempo chiede una maggiore presenza di simboli cristiani nelle scuole statali.

La legge in questione è il Senate Bill 10, approvato nel giugno 2025 dal parlamento texano, a maggioranza repubblicana. La norma impone a tutte le scuole elementari e secondarie pubbliche, comprese le charter school ad accesso libero, di esporre in ciascuna aula un poster durevole o una copia incorniciata dei Dieci comandamenti. Il materiale deve misurare almeno 16 pollici di larghezza e 20 di altezza (41 centimetri per 51 centimetri), usare un carattere facilmente leggibile ed essere collocato in una posizione ben visibile. La legge è entrata in vigore il primo settembre ed è considerata il più ampio tentativo mai compiuto negli Stati Uniti di portare il testo biblico nelle aule pubbliche.

A dicembre 2025 diciotto famiglie con figli nelle scuole pubbliche texane hanno presentato ricorso presso il tribunale distrettuale di San Antonio, assistite dall'American Civil Liberties Union e da organizzazioni per la libertà religiosa. Nel ricorso sono stati citati sedici distretti scolastici, sette dei quali nel Nord del Texas. Le famiglie sostenevano che la legge violasse il Primo emendamento, che tutela la libertà religiosa e vieta al governo di istituire una religione di Stato. Un giudice federale aveva inizialmente accolto la tesi, emettendo un'ingiunzione che bloccava l'affissione in circa due dozzine di distretti, mentre in molte altre scuole i poster erano stati comunque esposti dall'inizio dell'anno scolastico.

La corte d'appello si è pronunciata con una maggioranza risicata di nove giudici contro otto. Nell'opinione di maggioranza si legge che la legge non impone alcun esercizio o osservanza religiosa, non dice alle chiese, alle sinagoghe o alle moschee in cosa credere o come pregare, non punisce chi rifiuta i comandamenti e non impone tasse a sostegno del clero. I giudici hanno sottolineato che nessuno studente è obbligato a recitare il testo, a crederci o a riconoscerne l'origine divina, e che l'esposizione di un poster non equivale a una convocazione alla preghiera. Secondo la maggioranza, esporre bambini a un linguaggio religioso non basta a trasformare il cartello in uno strumento di indottrinamento coercitivo.

Un passaggio centrale della decisione riguarda il superamento del precedente Stone contro Graham del 1980, con cui la Corte suprema aveva dichiarato incostituzionale una legge del Kentucky analoga a quella texana. I giudici del Quinto circuito hanno sostenuto che quel precedente si basava sul cosiddetto Lemon test, un criterio di valutazione che la Corte suprema ha esplicitamente abbandonato nel 2022 con la sentenza Kennedy contro Bremerton School District. Tolto il Lemon test, scrive la maggioranza, di Stone non resta nulla. I giudici di minoranza hanno replicato che la Corte suprema non ha mai formalmente rovesciato la sentenza del 1980 e hanno avvertito che l'obbligo rischia di minare le convinzioni religiose che i genitori intendono trasmettere ai figli e di fare pressione sugli studenti perché si conformino.

Il giudice Leslie H. Southwick, nominato da George W. Bush, ha scritto in dissenso che la religione è una questione di mente e cuore e che la fede non può prosperare se imposta. Il giudice James C. Ho, nominato dal presidente Trump, ha invece concordato con la maggioranza, affermando che la legge non si avvicina né all'istituzione di una religione né a un divieto del suo libero esercizio. Il giudice Andrew S. Oldham ha espresso posizione analoga.

Le reazioni politiche sono state nette. Il procuratore generale del Texas, il repubblicano Ken Paxton, ha definito la sentenza una grande vittoria per lo Stato e per i suoi valori morali, aggiungendo su X che i Dieci comandamenti hanno avuto un impatto profondo sulla nazione e che è importante che gli studenti ne traggano insegnamenti ogni giorno. Andrew Mahaleris, portavoce del governatore repubblicano Greg Abbott, ha parlato di una legge di buonsenso, coerente con la storia e la tradizione dello Stato. Il senatore repubblicano Phil King, primo firmatario del testo, ha dichiarato che pochi documenti nella storia della civiltà occidentale hanno avuto un impatto maggiore sul codice morale e legale americano.

L'American Civil Liberties Union si è detta estremamente delusa dalla decisione, sostenendo in un comunicato che la sentenza contraddice i principi fondamentali del Primo emendamento e la giurisprudenza vincolante della Corte suprema. L'organizzazione ha annunciato che chiederà ai giudici della Corte suprema di ribaltare la decisione.

La pronuncia texana si inserisce in un quadro più ampio. A febbraio lo stesso Quinto circuito aveva rimosso un blocco sulla legge della Louisiana che impone la stessa esposizione nelle aule. Il procuratore generale della Louisiana, Liz Murrill, ha commentato che la norma del suo Stato è sempre stata costituzionale. Leggi simili sono state approvate in Arkansas, dove un giudice federale ha sospeso l'applicazione in alcuni distretti, e in Alabama, dove la governatrice Kay Ivey ha firmato un provvedimento analogo lo scorso mese. Il procuratore generale del Kentucky, Russell Coleman, ha ricordato di aver guidato una coalizione di diciannove Stati a sostegno della legge texana. Il contenzioso è destinato a proseguire e potrebbe approdare davanti alla Corte suprema.

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