Vance cerca un'ideologia per il trumpismo, ma Trump non la vuole
Secondo Economist, il vicepresidente americano cerca di costruire un'ideologia per il movimento MAGA, ma le sue teorie vengono sistematicamente smentite dalle scelte di Trump, dalla guerra con l'Iran al sostegno a Orban.
Il vicepresidente statunitense J.D. Vance ama le grandi idee, o almeno l'idea di avere grandi idee. A sostenerlo è Economist in un articolo della rubrica Lexington che analizza il ruolo ambiguo del numero due della Casa Bianca. A differenza del presidente Donald Trump, Vance legge libri e ne scrive, e parla come un membro diplomato di quell'élite che entrambi ostentatamente disprezzano. Si allinea con la cosiddetta post-liberal right, una definizione talmente altisonante che risulta difficile immaginarla pronunciata da Trump.
Secondo Economist, Vance svolge la funzione di principale emissario tra la Casa Bianca e la New Right intellettuale, un aggregato di pensatori, imprenditori della Silicon Valley e podcaster con le proprie idee per salvare la civiltà occidentale. Il problema, osserva il settimanale britannico, è che Vance si è ritagliato il ruolo di ideologo capo di un movimento, il MAGA, la cui essenza è proprio non avere un'ideologia. Il MAGA risponde agli istinti, agli impulsi e alla gloria di un solo uomo. Di conseguenza le teorie di governo di Vance continuano a essere smentite dalla pratica di Trump.
Il caso più evidente riguarda la politica estera. Vance, veterano della guerra in Iraq, è stato un sostenitore dell'isolazionismo. Durante l'ultima campagna presidenziale aveva dichiarato che l'America non deve costantemente fare da poliziotto in ogni regione del mondo. Una guerra con l'Iran gli sembrava un'idea particolarmente sbagliata, non nell'interesse americano e destinata a rappresentare una grande distrazione di risorse. Un conflitto tra Israele e Iran era ai suoi occhi lo scenario più probabile e più pericoloso per l'innesco di una terza guerra mondiale.
Ma secondo Economist Trump, con il suo America first, non intendeva smettere di fare da poliziotto del mondo. Intendeva usare la forza ovunque ritenesse giusto, senza riguardo per risorse, alleati o stabilità globale, tanto meno per una grande strategia. Vance si è quindi trovato a giustificare la guerra in Medio Oriente sostenendo che questa volta ha senso perché l'America ha un presidente intelligente, mentre in passato ha avuto presidenti stupidi. Una formula, osserva il settimanale, infantile ma utile, perché lusinga Trump e allo stesso tempo gli scarica la responsabilità. Una fonte anonima ha fatto sapere al New York Times che tra tutti i consiglieri di Trump, Vance era l'unica netta eccezione contraria alla guerra. Il vicepresidente si è poi proposto come capo negoziatore, la migliore tra le opzioni cattive: se fallisce può dare la colpa all'Iran, e al tempo stesso evita che il segretario di Stato Marco Rubio, recentemente indicato da Trump come possibile successore, possa riuscirci al posto suo.
Ancora più controversa, secondo Economist, è stata la trasferta di Vance in Ungheria a sostegno del primo ministro Viktor Orban. Il 7 aprile a Budapest, accanto a Orban, Vance ha dichiarato che Ungheria e America rappresentavano nientemeno che la difesa della civiltà occidentale, fondata su una certa civiltà cristiana e su valori cristiani che animano tutto, dalla libertà di parola allo stato di diritto, dal rispetto dei diritti delle minoranze alla protezione dei più vulnerabili.
Economist individua qui un passaggio chiave della New Right: un gioco di prestigio con cui Vance attribuisce al cristianesimo le conquiste del liberalismo, saltando i decenni in cui i cristiani si uccisero tra loro per divergenze dottrinali prima che i pensatori dell'Illuminismo relegassero la religione alla sfera privata, liberando il discorso politico e l'indagine scientifica dal dogma religioso. Questo espediente, sottolinea il settimanale, consente a chi è al potere di ridefinire le protezioni liberali a proprio uso e consumo, per esempio espellendo manifestanti per il tipo sbagliato di discorso o dichiarando che alcune minoranze, come i musulmani, non appartengono alla società americana, come ha fatto di recente un deputato repubblicano.
La teoria di Vance ha però un difetto: non corrisponde alla realtà del governo della destra populista. L'idea di stato di diritto di Orban, ricorda Economist, è stata indirizzare denaro pubblico a oligarchi favoriti, riempire i tribunali di giudici compiacenti e riscrivere le leggi elettorali a proprio vantaggio. La sua idea di libertà di parola è stata mettere alleati a capo dei mezzi di informazione. Un modello, avverte il settimanale, che dovrebbe suonare familiare agli americani, e la stagnazione ungherese dovrebbe servire da monito.
Il 12 aprile, mentre Vance tornava a casa dopo una deviazione a Islamabad per trattative infruttuose con l'Iran, Trump ha rivelato che i suoi valori cristiani non erano tali da impedirgli di pubblicare un'immagine di sé stesso nei panni di Cristo, né di attaccare il papa. Lo stesso giorno, gli ungheresi hanno mostrato quanto credito dessero alle parole di Vance sulla civiltà votando in massa per l'uscita di scena di Orban.
Secondo Economist, Vance è così evidentemente intelligente eppure capace di dire tali assurdità che viene da chiedersi se rispetti l'intelligenza di chi lo ascolta. A Budapest, mentre elogiava Orban come leader profondo e modello per il continente, ha affermato di non voler dire agli ungheresi come votare e ha attaccato i burocrati di Bruxelles per la loro sfrontatezza nell'interferire nelle elezioni. D'altra parte, conclude il settimanale, Vance, ex blogger, ha sostenuto così tante teorie provocatorie, come quella secondo cui le childless cat ladies stavano impoverendo l'America, che è difficile capire quanto sia davvero legato a ciascuna di esse. Si è già rimangiato le sue posizioni su alcune delle più importanti, inclusa quella sull'opportunità che Trump diventasse presidente.