Trump vuole il controllo della ricerca scientifica
Un regolamento dell'ufficio bilancio della Casa Bianca darebbe ai funzionari di nomina politica il potere di scegliere quali ricerche finanziare e di cancellare i fondi già assegnati.
L'amministrazione Trump vuole togliere agli scienziati il controllo sulla distribuzione dei fondi pubblici per la ricerca e affidarlo a funzionari di nomina politica. A fine maggio l'Office of Management and Budget, l'ufficio della Casa Bianca che gestisce il bilancio federale, ha proposto un nuovo regolamento che darebbe a questi funzionari il potere di scegliere quali progetti finanziare e di cancellare in qualsiasi momento i finanziamenti già assegnati. È quanto denuncia Mark Histed, neuroscienziato che lavora da oltre dieci anni ai National Institutes of Health (NIH), la principale agenzia pubblica statunitense per la ricerca biomedica, in un'analisi pubblicata sull'Atlantic.
Per decenni il finanziamento della ricerca negli Stati Uniti ha seguito un principio: il giudizio scientifico non deve essere sostituito dalle pressioni politiche. Su questa base, secondo Histed, il paese ha costruito i suoi grandi successi, dai progressi nelle cure salvavita a un sistema universitario invidiato nel mondo, fino a un settore della tecnologia e delle biotecnologie molto vitale.
La proposta non riguarda solo la scienza ma fa parte di una visione più ampia che una parte dell'amministrazione Trump porta avanti da anni: spostare il potere dal Congresso e dalle agenzie federali verso il presidente e i funzionari da lui nominati. Questa idea attraversa Project 2025, il piano programmatico conservatore per la presidenza co-firmato da Russell Vought, oggi a capo dell'OMB. A sostenerla è una dottrina giuridica nota come teoria dell'esecutivo unitario.
La teoria dell'esecutivo unitario afferma che il presidente detiene tutto il potere esecutivo federale, come la formulò nel 1988 il giudice della Corte Suprema Antonin Scalia. Nella sua versione più estesa significa che il presidente può rivedere e dirigere ogni atto del ramo esecutivo e che il Congresso non può limitare questo potere, a meno che non sia la Costituzione a prevederlo.
Negli ultimi anni la Corte Suprema ha emesso una serie di sentenze in linea con questa teoria, molte delle quali sul potere del presidente di licenziare i vertici delle agenzie. La stessa dottrina sta dietro ad altre mosse dell'amministrazione in contrasto con il Congresso, come gli ordini di smantellare il Dipartimento dell'Istruzione e di demolire l'ala est della Casa Bianca per costruire una sala da ballo. Il nuovo regolamento estende questa logica all'assegnazione dei finanziamenti, comprese le agenzie scientifiche.
Elias Zerhouni, direttore dei NIH durante la presidenza di George W. Bush, ha spiegato all'inizio dell'anno la posta in gioco in dichiarazioni alla rivista Science. "Quando ero ai NIH, non mi è mai passato per la testa di poter dire che non avremmo pagato qualcosa per cui il Congresso aveva stanziato i fondi solo perché non era in linea con le mie politiche" ha detto. "Ma se quel potere viene dato all'esecutivo perché lo usi quando vuole, allora non ci sono più regole."
Il regolamento, secondo Histed, formalizzerebbe pratiche già in corso ai NIH: la cancellazione di finanziamenti, la revisione politica delle assegnazioni, il controllo su chi siede nei comitati che valutano i programmi di ricerca, perfino la modifica forzata di alcune parole nelle proposte di finanziamento.
Storicamente le agenzie scientifiche rispondevano al pubblico attraverso il Congresso, che fissava le priorità di lungo periodo affidandone l'attuazione ai funzionari pubblici. Il presidente aveva un ruolo indiretto: firmava le leggi o vi poneva il veto e poteva fare pressione sul Congresso, ma non interveniva direttamente. Nel 1971, quando Richard Nixon volle lanciare la sua "guerra al cancro", non ordinò ai NIH di cambiare le priorità: annunciò il piano e lavorò con il Congresso per approvare una legge, il National Cancer Act, che avviò lo sforzo nazionale di ricerca. Poteva nominare i vertici delle agenzie, ma non controllava i dettagli del loro lavoro.
Le agenzie come i NIH e la National Science Foundation, l'ente federale che finanzia la ricerca di base, rispondono anche a un'altra comunità: gli scienziati. I finanziamenti passano dalla revisione tra pari, il sistema con cui gruppi di esperti esterni, a rotazione, valutano i progetti di ricerca. Nel 2023 quasi 30.000 persone hanno fatto da revisori per i NIH e le loro valutazioni pesano molto sulle decisioni di finanziamento. Come nei mercati, dove la conoscenza diffusa di molti individui orienta le scelte, la revisione tra pari mette a frutto le competenze di tanti scienziati, che una pianificazione centrale decisa dalla Casa Bianca cancellerebbe.
L'amministrazione giustifica il cambiamento citando critiche di vecchia data, secondo cui la revisione tra pari rende gli scienziati prudenti e li porta a evitare i progetti più rischiosi. Per Histed il vero ostacolo alle idee ambiziose è invece il basso tasso di finanziamento. Quando veniva finanziato il 30% delle domande, i revisori potevano avere opinioni diverse e approvare anche progetti azzardati accanto a quelli sicuri. Ora che il tasso di successo è sceso in alcuni casi al 5%, serve la quasi unanimità e passano solo i progetti dall'esito più certo. Affidare il sistema al controllo presidenziale non risolverebbe il problema, perché i funzionari politici tendono a scegliere i lavori più appariscenti e ben presentati invece delle idee insolite ma promettenti che gli scienziati esperti sanno riconoscere.
La proposta ha già provocato la reazione del mondo scientifico. Diverse società scientifiche l'hanno condannata e hanno invitato i propri membri a inviare osservazioni. Holden Thorp, direttore della rivista Science, ha scritto in un editoriale che "è arrivato il momento di agire" e che la comunità scientifica deve "sommergere l'OMB di risposte".
Gli Stati Uniti stanno attraversando un cambiamento profondo del significato della separazione dei poteri. Un presidente concentrato sull'accrescere il proprio potere è sostenuto da una maggioranza della Corte Suprema favorevole a quella linea. Tra i suoi sostenitori c'è lo stesso presidente della Corte, John Roberts, secondo cui il capo dello Stato deve avere un controllo capillare sull'intero ramo esecutivo perché è l'unico, insieme al vicepresidente, a essere eletto dall'intera nazione. La teoria dell'esecutivo unitario implica che l'ultima parola sulle decisioni delle agenzie spetti ai funzionari nominati dal presidente, quali che siano le leggi approvate dal Congresso.