Trump valuta Vance e Rubio in vista del 2028

Il presidente segue da vicino il lavoro del suo vice nelle trattative di pace, chiedendo a consiglieri e amici come giudichino la sua performance rispetto al segretario di Stato, possibile rivale per la nomination repubblicana del 2028.

Trump valuta Vance e Rubio in vista del 2028
Official White House Photo by Daniel Torok

Il presidente Donald Trump sta osservando con attenzione il ruolo del vicepresidente JD Vance nei negoziati per porre fine alla guerra con l'Iran e ha chiesto a diversi amici e consiglieri come valutino la sua prestazione rispetto a quella del segretario di Stato Marco Rubio. Lo riferisce la CNN, citando tre persone a conoscenza delle conversazioni.

Rubio è considerato un potenziale rivale di Vance per la nomination repubblicana alla presidenza nel 2028, e il confronto tra i due uomini più in vista dell'amministrazione sta diventando un tema ricorrente nelle riflessioni del presidente. Vance, che in passato si era detto scettico sull'ingresso in una guerra con l'Iran, è ora incaricato di negoziare un accordo per chiuderla, insieme a Steve Witkoff e Jared Kushner.

Secondo le fonti citate dalla CNN, nella prima tornata di colloqui a Islamabad il presidente ha parlato al telefono con Vance fino a una dozzina di volte. Il vicepresidente è pronto a tornare in Pakistan per riprendere le trattative con Teheran qualora si intraveda la possibilità di un'intesa. Durante un pranzo pasquale, Trump ha detto in tono semiserio che, se l'accordo non dovesse concretizzarsi, la colpa sarebbe di Vance, mentre in caso di successo il merito sarebbe tutto suo.

La Casa Bianca ha espresso pieno sostegno al lavoro del vicepresidente. Il direttore della comunicazione Steven Cheung, che ha accompagnato Vance in Pakistan, ha dichiarato che la capacità del vicepresidente di affrontare le sfide più complesse ne fa un elemento prezioso dell'amministrazione.

Il ruolo di Vance è delicato. Pur essendo un fedelissimo di Trump, ha difeso pubblicamente una guerra a cui si era opposto in privato e ha appoggiato le critiche del presidente a Papa Leone XIV, nonostante le reazioni negative di molti cattolici, fede a cui lo stesso vicepresidente appartiene. In entrambi i casi, però, ha espresso posizioni che, senza contraddire il presidente, hanno lasciato intravedere qualche differenza di sfumatura.

A un evento di Turning Point USA in Georgia, Vance ha affrontato le proteste di alcuni contestatori contro la politica mediorientale dell'amministrazione, scaricando le responsabilità sulla precedente amministrazione Biden. Ha però riconosciuto che la guerra con l'Iran non è popolare, ammettendo che gli elettori giovani non apprezzano la linea adottata in Medio Oriente.

Nella stessa occasione, interrogato sullo scontro tra Trump e il pontefice, Vance ha detto di nutrire rispetto e ammirazione per il Papa, pur aggiungendo un avvertimento: a suo giudizio, il pontefice dovrebbe essere cauto quando parla di teologia. Una posizione che ha sollevato perplessità anche tra i repubblicani. Il leader della maggioranza al Senato John Thune, parlando il giorno dopo, si è detto perplesso, osservando che parlare di teologia è esattamente il compito del Papa. Thune ha invitato l'amministrazione a lasciar perdere la polemica con il pontefice, che rischia di irritare i cattolici repubblicani, e a concentrarsi sulle questioni economiche e sul costo della vita, temi che secondo lui interessano maggiormente gli americani.

Proprio l'economia avrebbe dovuto essere il fulcro dell'azione della Casa Bianca in vista delle elezioni di metà mandato. La guerra con l'Iran e il conseguente aumento dei prezzi della benzina hanno invece aggravato le preoccupazioni degli elettori, rendendo più difficile il tentativo di riportare l'attenzione sui temi interni.

Nell'arco di una settimana Vance ha compiuto due viaggi all'estero con risultati deludenti. Dopo un volo notturno, una giornata di riunioni e un comizio a sostegno del primo ministro ungherese Viktor Orbán, il vicepresidente ha lavorato fino a tarda notte a Budapest per chiudere un cessate il fuoco di due settimane con l'Iran. La tregua ha scongiurato la minaccia di Trump di cancellare l'intera civiltà iraniana, ma il successivo viaggio di 52 ore in Pakistan non ha prodotto un accordo definitivo per porre fine al conflitto.

Nel frattempo, mentre tornava a casa, è diventato chiaro che il suo intervento nella campagna elettorale ungherese non aveva dato i frutti sperati. In un'intervista a Fox News, Vance ha inquadrato la netta sconfitta di Orbán come un esito prevedibile, spiegando che il viaggio era stato comunque utile perché si trattava di sostenere una persona che aveva a lungo appoggiato l'amministrazione. La decisione di inserirsi in modo diretto in una campagna estera destinata alla sconfitta, tuttavia, alimenta le domande sulla capacità di Vance, e di riflesso di Trump, di influenzare gli elettori, in Ungheria come negli Stati Uniti.

Entrambi si trovano ora ai minimi storici di approvazione e, secondo persone informate, considerano la fine della guerra con l'Iran una priorità per risollevare le prospettive repubblicane alle elezioni di metà mandato. A Vance, nei mesi precedenti, non erano state affidate molte missioni di politica estera di alto profilo, e gli esiti delle ultime due trasferte complicano il quadro.

Sul palco in Georgia, il vicepresidente non è entrato nel dettaglio delle sue riserve sulla guerra né della sua lunga contrarietà ai conflitti all'estero. Ha invece invitato i giovani sostenitori delusi a non disimpegnarsi per un singolo disaccordo con l'amministrazione, ma a farsi sentire di più, indicando in questa partecipazione la via per riprendersi il Paese.

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