Trump valuta nuove operazioni militari contro l'Iran: sul tavolo attacchi mirati
Il comandante del CENTCOM presenterà oggi al presidente i piani per rompere lo stallo negoziale, mentre il New York Times denuncia i limiti strutturali delle Forze Armate statunitensi emersi nella guerra.
Donald Trump riceverà oggi un briefing sulle opzioni per una nuova possibile azione militare contro l’Iran. Lo rivela Axios, citando due fonti a conoscenza del dossier. A presentare i piani sarà l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM: un segnale che il presidente sta valutando seriamente la possibilità di riprendere le operazioni di combattimento, per sbloccare i negoziati o assestare un colpo finale prima di chiudere il conflitto.
Secondo tre fonti sentite da Axios, il CENTCOM ha preparato piani per una nuova ondata di attacchi definita “breve e potente”, probabilmente diretta contro obiettivi infrastrutturali, per spingere Teheran a tornare al tavolo negoziale con maggiore flessibilità sul dossier nucleare. Un secondo piano prevede il controllo di una porzione dello Stretto di Hormuz e la sua riapertura al traffico commerciale: un’operazione che, secondo una fonte, potrebbe coinvolgere anche forze di terra e quindi essere molto più rischiosa. Una terza opzione, già discussa in passato, consiste in un ambizioso raid delle forze speciali per mettere in sicurezza le scorte iraniane di uranio altamente arricchito.
Trump ha dichiarato ieri ad Axios di considerare il blocco navale contro l’Iran “in qualche modo più efficace dei bombardamenti”. Due fonti riferiscono che il presidente considera oggi il blocco come la principale leva negoziale, pur restando pronto ad agire militarmente se Teheran non dovesse cedere. Al Pentagono si sta valutando anche il rischio di una rappresaglia iraniana contro le forze americane nella regione.
Cooper aveva già tenuto un briefing analogo con Trump il 26 febbraio, due giorni prima che Stati Uniti e Israele lanciassero la guerra contro l’Iran. Una fonte vicina al presidente ha riferito ad Axios che proprio quell’incontro contribuì alla decisione di entrare in guerra.
Il New York Times: la superiorità americana non basta
Le nuove opzioni sul tavolo di Trump arrivano mentre il board editoriale del New York Times ha pubblicato un’analisi che mette in discussione la tenuta strategica di Washington. Sulla carta, scrive il giornale, la guerra non avrebbe dovuto essere un confronto alla pari: gli Stati Uniti spendono circa 1.000 miliardi di dollari l’anno per la difesa, oltre cento volte la cifra iraniana, e nelle prime 6 settimane hanno colpito più di 13.000 obiettivi militari e industriali, subendo perdite contenute, 13 militari uccisi e oltre 300 feriti. Eppure lo scontro appare oggi meno sbilanciato.
L’Iran ha preso il controllo di fatto dello Stretto di Hormuz, missili e droni continuano a minacciare gli alleati regionali di Washington e, mentre Trump intende a tutti i costi trovare una via d'uscita che gli salvi la faccia, la leadership iraniana resiste. Insomma, paradossalmente, la nazione più debole si trova nella posizione negoziale più forte.
Per il New York Times, la spiegazione sta nei limiti strutturali del modello militare statunitense. Gli Stati Uniti hanno speso centinaia di miliardi in navi e aerei progettati per battere flotte avversarie, ma poco efficaci contro armi economiche prodotte in serie come i droni iraniani. Anche l’industria della difesa, concentrata in cinque grandi appaltatori, fatica a rispondere alla domanda: una sola fabbrica produceva fino a poco tempo fa tutti i missili cruise Tomahawk, mentre anche gli intercettori Patriot scarseggiano cronicamente.
Da qui le quattro priorità di riforma indicate dall’editoriale. La prima è dotarsi di tecnologie anti-drone economiche e producibili su larga scala, sul modello sviluppato dall’Ucraina contro la Russia: una carenza che la Marina statunitense ha pagato non riuscendo a impedire la chiusura di Hormuz. La seconda è avviare la produzione di massa di armi economiche e sacrificabili, come droni d’attacco e navi senza equipaggio, mentre il Pentagono continua a puntare su sistemi molto più complessi. La terza è ampliare la capacità industriale, diversificando i fornitori e coinvolgendo aziende tecnologiche più dinamiche. La quarta, infine, è riprendere la collaborazione con le democrazie industrializzate: le richieste di aiuto rivolte da Trump, per riaprire lo Stretto di Hormuz, agli stessi alleati emarginati all’inizio della guerra dimostrano, scrive il giornale, che Washington non può agire da sola.
Le riforme mancate e il rischio strategico
Il quadro non è però del tutto negativo. Il New York Times riconosce all’Amministrazione alcuni passi positivi, come la pressione sui grandi fornitori delle Forze Armate per aumentare la produzione di missili e le azioni del Segretario dell’Esercito Daniel Driscoll per cancellare programmi ormai obsoleti. Ma il bilancio resta segnato da scelte controverse: la commessa per la costruzione di una nuova flotta di corazzate “classe Trump”, giudicate vulnerabili agli attacchi aerei; i licenziamenti voluti dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth, oggi in aperto conflitto con lo stesso Driscoll; e una proposta di budget monstre da 1.500 miliardi di dollari che, secondo il quotidiano newyorkese, rischia di amplificare le debolezze invece di correggerle.
La guerra in Iran, avverte l’editoriale, rischia così di trasformarsi in una mappa operativa per Paesi come Russia e Corea del Nord, interessati a capire come resistere alla forza militare di Washington. Per la Cina, invece, conferma la validità della scommessa su droni, cyber e capacità spaziali come nuovi terreni decisivi dello scontro.