Trump prolunga il blocco navale sull'Iran, ma la guerra è costata già 25 miliardi e la benzina sale ancora
Il presidente respinge l'ultima offerta di Teheran sullo stretto di Hormuz e mantiene la stretta economica come unica leva negoziale. Il greggio sale oltre i 109 dollari al barile, il prezzo della benzina negli Stati Uniti a livello record dall'inizio del conflitto.
Donald Trump intende mantenere il blocco navale sull’Iran finché il regime non accetterà un accordo sul programma nucleare. In un’intervista ad Axios, il presidente ha respinto la proposta iraniana di riaprire subito lo stretto di Hormuz e rinviare il negoziato sul programma nucleare a una fase successiva. Il blocco, ha spiegato il presidente, è “in qualche modo più efficace dei bombardamenti” e sta soffocando l’economia di Teheran.
La decisione segna una svolta nell’operazione Epic Fury, la campagna militare avviata otto settimane fa e ridimensionata nella sua fase più intensa con il cessate il fuoco del 7 aprile. Trump ha ordinato ai suoi collaboratori di prepararsi a un blocco prolungato, con l’obiettivo di colpire le casse del regime e ottenere in questo modo la capitolazione sul programma nucleare che Teheran ha sempre rifiutato. Lunedì, durante una riunione nella Situation Room, ha esaminato le alternative, riprendere i bombardamenti o ritirarsi dal conflitto, e le ha giudicate più rischiose dello status quo.
L’opzione militare resta sul tavolo
L’offerta iraniana prevedeva tre passaggi: riapertura dello Stretto di Hormuz, allentamento del blocco navale e, solo nell’ultima fase, negoziato nucleare. Per la Casa Bianca avrebbe però significato rinunciare alla principale leva di pressione. Trump non intende, invece, derogare dalla sua richiesta minima: una sospensione ventennale dell’arricchimento dell’uranio, seguita da restrizioni durature al programma nucleare.
La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha dichiarato che gli obiettivi militari di Epic Fury sono stati già raggiunti e che il blocco navale garantisce a Washington “la massima leva” nei negoziati. L’opzione militare, però, resta sul tavolo. Il Comando Centrale americano, CENTCOM, ha pronto un piano per una nuova ondata di attacchi “breve e potente” contro le infrastrutture iraniane, da utilizzare per sbloccare lo stallo. Tre fonti a conoscenza del dossier hanno riferito ad Axios che Trump non ha ancora autorizzato alcuna nuova azione. Tuttavia, oggi il presidente ha pubblicato su Truth Social un meme generato con intelligenza artificiale in cui impugna una pistola, accompagnato dalla scritta “NO MORE MR. NICE GUY”.
Il costo della guerra
Intanto, dinanzi alla Commissione Forze armate della Camera, il funzionario del Pentagono Jules Hurst ha fornito la prima stima ufficiale del costo della guerra: 25 miliardi di dollari, in gran parte spesi in munizioni. All’audizione erano presenti anche il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il capo di Stato Maggiore, il generale Dan Caine. Hegseth ha evitato di rispondere quando gli è stato chiesto quanto l'Amministrazione intenda ancora spendere.
Nel frattempo da Teheran è arrivato un nuovo avvertimento. Una fonte di sicurezza citata dall’emittente di Stato in lingua inglese Press TV ha detto che il blocco navale “incontrerà presto un’azione pratica e senza precedenti”. Le Forze Armate iraniane, ha aggiunto, hanno finora dato prova di moderazione per lasciare spazio alla diplomazia. Ma “la pazienza ha dei limiti” e, se nulla cambierà, una “risposta punitiva” diventerà inevitabile.
Il prezzo che pagano le famiglie americane
I costi della linea dura si vedono già sui mercati. Lo Stretto di Hormuz, da cui in tempi normali transitava fino a un quinto del petrolio mondiale, registra il numero più basso di passaggi dall’inizio del conflitto. Il Brent, indice di riferimento internazionale per il greggio, è salito mercoledì di oltre il 5% e ha toccato i 109 dollari al barile per le consegne di luglio. Due settimane fa era intorno ai 90 dollari, mentre alla vigilia della guerra costava 72 dollari. Il West Texas Intermediate, riferimento del mercato americano del greggio, ha superato i 105 dollari.
Il rincaro è già arrivato anche ai distributori. Il prezzo della benzina ha raggiunto mercoledì una media a livello federale di 4,23 dollari al gallone, nuovo record dall’inizio della guerra, con un aumento del 42% secondo l’associazione automobilistica AAA. Il diesel è salito ancora più rapidamente, fino a 5,64 dollari, in rialzo del 50%. Gli analisti di Bank of America scrivono che il caro carburante sta mettendo sotto pressione i bilanci familiari, soprattutto tra le famiglie con redditi più bassi. A marzo gli americani hanno speso il 16,5% in più rispetto al mese precedente solo per fare il pieno.
La combinazione di benzina sempre più cara e conflitto in corso danneggia i sondaggi sulla popolarità del presidente e oscura sempre di più le prospettive repubblicane per le elezioni di midterm di novembre. Ciò nonostante, Wall Street regge grazie ai conti solidi delle grandi aziende quotate, con l’S&P 500 vicino ai massimi storici nonostante un lieve calo. Lo Stoxx 600 europeo, invece, ha perso circa l’1%.
Una trattativa bloccata da entrambe le parti
Suzanne Maloney, esperta di Iran e vicepresidente del programma di politica estera della Brookings Institution, ha dichiarato al Wall Street Journal che Teheran “sta calcolando che la propria capacità di resistere e aggirare il blocco superi l’interesse degli Stati Uniti a evitare una crisi energetica più ampia e potenzialmente una recessione globale”. Un regime che nel gennaio scorso ha represso nel sangue le proteste interne, ha aggiunto, “è pienamente pronto a imporre nuove difficoltà economiche ai propri cittadini”.
A complicare il quadro c’è anche la lotta interna al regime iraniano. Il Segretario di Stato Marco Rubio l’ha indicata come uno dei principali ostacoli alla trattativa in un’intervista a Fox News andata in onda lunedì. “I falchi, con una visione apocalittica del futuro, hanno il potere ultimo in quel Paese”, ha detto Rubio. I negoziatori americani, secondo il segretario di Stato, si confrontano con interlocutori che devono a loro volta negoziare all’interno del regime per definire posizioni e margini di manovra.