Trump è ovunque, dalle finali di basket agli incontri di arti marziali
Per Bloomberg il presidente è diventato una forza culturale come pochi prima di lui: crea eventi, impone la sua idea di cultura e accetta anche i fischi pur di restare al centro della scena.
Donald Trump è ovunque. Va alle finali del campionato di basket, la Nba, ospita gli incontri di arti marziali miste della Ufc sul prato della Casa Bianca, prepara una manifestazione con sé stesso protagonista per i festeggiamenti dei 250 anni degli Stati Uniti e con le sue politiche sui confini pesa sul Mondiale di calcio. Secondo un'analisi di Bloomberg Government, il presidente è diventato una "forza culturale" come pochi suoi predecessori prima di lui.
Trump non è solo il capo dell'esecutivo o il comandante in capo delle forze armate. Ha ospitato i Kennedy Center Honors, i premi del prestigioso centro per le arti di Washington, è comparso agli US Open di tennis, è stato il primo presidente in carica ad assistere al Super Bowl, la finale del football americano, e ha quasi da solo riportato in auge il cantante Kid Rock. Anche la trasferta alle finali di basket è stata una prima volta per un presidente.
Altri presidenti e first lady hanno avuto un peso culturale, ricorda nell'analisi Barbara Perry, storica della presidenza americana: gli Obama e i Kennedy, Ronald Reagan, Bill Clinton, perfino Andrew Jackson e James Madison con la moglie Dolley hanno esercitato un'influenza che andava oltre il loro lavoro formale alla Casa Bianca. Per Trump, però, non è un elemento secondario ma una parte "centrale" della sua presidenza.
I suoi sostenitori, comprese diverse star, indossano i cappellini rossi del presidente. Alcuni atleti imitano il suo balletto, il suo tormentone televisivo è entrato nell'immaginario collettivo e le donne del suo entourage hanno ispirato una moda di bellezza così riconoscibile da avere un nome proprio.
Trump non si limita a partecipare agli eventi, li crea, assumendo il ruolo che si è dato da solo di "organizzatore mondano" d'America, anche se, riferisce l'analisi, non dovrebbe presentarsi al Mondiale. Era una star della cultura pop molto prima di diventare un politico: ha posseduto una squadra di football, è apparso nel film "Mamma, ho riperso l'aereo" e i suoi casinò ospitavano grandi incontri di pugilato. Ama stare in mezzo alla scena.
Il presidente ha provato a far cancellare i comici dei programmi di seconda serata, ha attaccato le star che gli si oppongono, tra cui la cantante Taylor Swift, ha criticato le regole della Nfl, la lega del football americano, e rimproverato gli atleti che si inginocchiano durante l'inno in segno di protesta. Mentre altri presidenti temevano la sovraesposizione, dice Perry, lui non ha mai avuto quel timore.
Trump usa la sua presenza enorme per imporre la sua idea di cosa debba essere la cultura americana, secondo l'analisi: di solito "iper-mascolina", retrò e diretta. È una risposta a ciò che molti suoi alleati del movimento Maga, dallo slogan "Make America Great Again" con cui ha conquistato la Casa Bianca, considerano una cultura diventata troppo morbida e troppo "woke", cioè attenta in modo eccessivo ai temi dell'identità e dei diritti delle minoranze. Sotto Joe Biden, scrive in tono ironico l'analisi, anche un po' troppo "addormentata".
Questa presenza continua provoca anche reazioni contrarie da parte di chi vorrebbe vedere meno il presidente. Alla partita dei New York Knicks di questa settimana il pubblico lo ha fischiato, e lui ha continuato a sorridere. Lo sport, la musica e l'arte possono unire le persone, ma la presenza di Trump può trasformarli in motivo di divisione. Il presidente non sembra farci caso, finché resta sotto i riflettori.