Trump avrebbe autorizzato in segreto i pagamenti del Qatar all’Iran per riaprire Hormuz
Tre funzionari rivelano l’intesa che avrebbe dato ossigeno economico a Teheran mentre Trump celebrava il ritorno delle navi nello Stretto. Intanto restano i dubbi sull’accordo raggiunto per il cessate il fuoco e sul futuro del programma nucleare iraniano.
Gli Stati Uniti avrebbero approvato in segreto un’intesa tra Qatar e Iran: miliardi di dollari versati a Teheran in cambio del libero passaggio delle navi qatariote nello Stretto di Hormuz. Lo rivela il quotidiano israeliano Israel Hayom, citando tre funzionari diplomatici. Secondo la ricostruzione, l’Amministrazione Trump avrebbe ordinato alla marina statunitense di chiudere un occhio sull’accordo, in apparente contraddizione con la linea ufficiale. L’obiettivo era alleggerire la crisi sui mercati energetici e frenare il rialzo del petrolio.
L’intesa segreta tra Doha e Teheran
Il via libera di Trump risalirebbe a circa un mese fa e avrebbe incrociato l’interesse del Qatar ad aprire un canale negoziale diretto con Teheran. Doha temeva un nuovo attacco iraniano dopo l’attacco subito da un suo importante impianto di produzione del gas durante la guerra e cercava di ottenere una garanzia di sicurezza. Mentre Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita continuavano a essere colpiti da missili e droni anche dopo il cessate il fuoco, il Qatar aiutava così l’Iran sul piano finanziario e restava al riparo dagli attacchi.
Teheran ha così potuto accedere a parte dei propri depositi custoditi in Qatar. Alcuni pagamenti sarebbero stati mascherati da tasse per il transito delle petroliere nello Stretto di Hormuz, mentre Doha avrebbe addirittura aperto una linea di credito per l’Iran di importo fino a un miliardo di dollari per l’acquisto di beni attraverso il Qatar.
Il doppio binario di Washington
Pubblicamente, la Marina statunitense ha continuato a esibire una linea dura, sostenendo di aver completamente bloccato esportazioni e importazioni iraniane. Nei fatti, però, avrebbe seguito una doppia politica: da un lato il blocco navale, dall’altro il mantenimento di un canale di navigazione occulto lungo la rotta del Golfo. Nelle ultime settimane lo stesso Trump si era vantato di aver fatto passare le navi attraverso lo Stretto nonostante il blocco iraniano. In realtà, secondo la ricostruzione israeliana, molte di quelle imbarcazioni avrebbero transitato proprio grazie all’intesa segreta.
Durante la visita a Doha del Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e del governatore della banca centrale Abdolnaser Hemmati, si sarebbero tenute anche telefonate dirette con Washington. Dall’altro capo della linea c’erano gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner. Proprio quello intese avrebbero gettato le basi del Memorandum firmato in questi giorni.
Il doppio binario di Washington sullo Stretto di Hormuz
Mentre la Marina americana era pubblicamente impegnata in un blocco navale durissimo, gli Stati Uniti avrebbero approvato in segreto i pagamenti del Qatar all'Iran in cambio del libero transito delle navi nello Stretto di Hormuz. Le stesse petroliere che poi Trump si è vantato di aver fatto passare.
L'intesa segreta tra Doha e Teheran
Un mese fa il via libera di Washington. Il Qatar cercava una garanzia di sicurezza dopo l'attacco iranianona un suo impianto di profuzione del gas; l'Iran invece cercava ossigeno per la sua economia. Ecco come si è raggiunto l'accordo.
Quanto denaro ha mosso l'intesa segreta, in miliardi di dollari
Dalla linea di credito aperta da Doha fino all'ipotesi più contestata: un futuro fondo per la ricostruzione che un editorialista del Washington Post ha paragonato a un Piano Marshall offerto alla Germania con i nazisti ancora al potere.
Per il vicepresidente Vance il fondo finanziato dai Paesi del Golfo è ammissibile solo se Teheran chiuderà il suo programma nucleare e accetterà le ispezioni internazionali. Una condizione che l'accordo raggiunto, per ora, non garantisce.
Le tre questioni che continuano a separare Washington da Teheran
Tocca ogni nodo per vedere la posizione delle due parti. La firma è attesa per venerdì, ma i punti più delicati restano aperti.
Una guerra senza cambio di regime
Cominciata con la promessa di sostenere i manifestanti, finita con il regime ancora al potere e il petrolio che torna a scorrere.
Per Brian Katulis del Middle East Institute, l'accordo lascia al potere un regime brutale, ancora dotato di missili balistici, droni e una rete di proxy indebolita ma ancora molto pericolosa in Libano, Iraq e Yemen.
Una guerra senza cambio di regime
Annunciando l’accordo, Trump ha dichiarato chiusa la campagna militare contro l’Iran e ha invitato le navi di tutto il mondo ad accendere i motori e far scorrere di nuovo il petrolio. Ma con il regime iraniano ancora al potere, il presidente ha celebrato di fatto il ritorno a una situazione simile a quella precedente al 28 febbraio, il giorno in cui Stati Uniti e Israele hanno dato inizio alla guerra contro l’Iran con ben altre ambizioni.
La guerra era infatti cominciata con la promessa di sostenere i manifestanti scesi in piazza contro il regime. Dopo l’uccisione della guida suprema Ali Khamenei, nelle prime ore del conflitto, Trump aveva detto agli iraniani che era arrivato il momento di riprendersi il proprio Paese. Ma la rivolta non c’è mai stata. Anzi nei quasi quattro mesi successivi, i leader iraniani hanno resistito ad attacchi durissimi, chiuso lo Stretto di Hormuz e paralizzato i mercati energetici globali.
Trump e i suoi sostenitori ora difendono la guerra come un grande successo: avrebbe permesso di eliminare diversi livelli della leadership iraniana, distrutto parte del programma nucleare e annientato la Marina iraniana. “Per quanto riguarda il cambio di regime, non me ne è mai importato”, ha dichiarato Trump al Wall Street Journal.
Diversi esperti restano però scettici. Brian Katulis, senior fellow del Middle East Institute, ha osservato che l’accordo raggiunto lascia al potere un regime brutale, ancora dotato di missili balistici, droni e una rete di proxy indebolita ma ancora molto pericolosa in Libano, Iraq e Yemen.
Intanto, i leader iraniani hanno fatto sapere che i termini dell’accordo saranno resi pubblici solo dopo la firma ufficiale, prevista per venerdì. È una scelta pensata per proteggere l’intesa dalle pressioni esterne, ma che ne aumenta anche il rischio di fallimento.
I dubbi attraversano la stessa coalizione di Trump. Il vicepresidente JD Vance ha confermato alla CBS l’ipotesi di creazione di un fondo per la ricostruzione dell’Iran finanziato dai Paesi del Golfo, ma solo se Teheran chiuderà il programma nucleare e accetterà le ispezioni internazionali ai suoi impianti.
Marc Thiessen, editorialista del Washington Post, ha però stroncato l’idea di un fondo da 300 miliardi di dollari definendola su X come un “disastro” e paragonandola a un Piano Marshall offerto alla Germania con i nazisti ancora al potere.
Restano inoltre ancora da definire i due punti più delicati, che sono stati lasciati ad una seconda fase di negoziati: una moratoria sull’arricchimento dell’uranio e la sorte delle scorte di uranio altamente arricchito che erano state accumulate da Teheran dopo il ritiro degli Stati Uniti dal precedente accordo sul nucleare del 2015, avvenuto nel 2018 proprio per decisione dell’allora (e attuale) presidente Trump.