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Perché queste midterm ricordano il 2006 e cosa vuol dire per il 2028
DOE - Oak Ridge Office of Environmental Management, 2012, Flickr, Opera del governo USA
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Perché queste midterm ricordano il 2006 e cosa vuol dire per il 2028

Nate Silver ha confrontato le grandi ondate delle midterm dal dopoguerra: il caso più simile è il 2006 di Bush, l'unico con un presidente che non poteva ricandidarsi.

Tra le grandi ondate delle elezioni di metà mandato dal dopoguerra, quella che somiglia di più al voto del 3 novembre è il 2006, quando George W. Bush era al secondo mandato e i repubblicani persero sia la Camera sia il Senato. Due anni dopo persero anche la Casa Bianca. È la conclusione di Nate Silver, statistico ed esperto di previsioni elettorali, che nella sua newsletter Silver Bulletin ha confrontato le sette midterm dal 1946 in cui il voto si è spostato di almeno 10 punti per capire che cosa è successo dopo ciascuna.

Quella di quest'anno è la seconda più ampia dalla Seconda guerra mondiale. Misurato sul voto popolare per la Camera, lo spostamento verso i democratici dovrebbe arrivare a circa 15 punti a spoglio concluso. I democratici guadagneranno tra 7 e 9 seggi al Senato, con Alaska e Mississippi ancora aperti, circa 45 seggi alla Camera e probabilmente 6 governatori, una volta chiuso il conteggio in Kansas. Quando i nuovi governatori entreranno in carica, i democratici governeranno stati che insieme hanno circa tre quarti della popolazione. Se si traducesse questa mappa nel collegio elettorale, l'organo che elegge il presidente, sarebbe una vittoria per 392 grandi elettori a 146. A differenza di altre vittorie democratiche recenti, concentrate negli stati più piccoli delle coste, quest'anno i successi sono arrivati quasi ovunque, con l'eccezione della Florida.

Adam Hamilton è il primo democratico eletto al Senato in Kansas dal 1932. In Texas James Talarico ha vinto con più di dieci punti di scarto e Gina Hinojosa ha conquistato il posto di governatrice. Keisha Lance Bottoms è la prima donna nera eletta governatrice nella storia del paese. I democratici hanno vinto anche un seggio al Senato in South Carolina e secondo i mercati delle scommesse dovrebbero conquistare pure quello del Mississippi.

Le sei ondate precedenti sono quelle del 1946, 1966, 1974, 1994, 2006 e 2010. Nel 1946 il presidente era Harry Truman, subentrato a Franklin D. Roosevelt senza essere stato eletto. I repubblicani guadagnarono 55 seggi alla Camera, 12 al Senato e 3 governatori. Pesavano il passaggio dall'economia di guerra a quella di pace, con una recessione nel 1945, carenze di beni, inflazione alta e scioperi, oltre all'impopolarità di Truman e alla stanchezza dopo quattro mandati consecutivi di Roosevelt. Due anni dopo Truman batté a sorpresa il repubblicano Thomas Dewey e i democratici recuperarono quasi tutti i seggi persi. Nel 1952 Truman rinunciò a ricandidarsi e vinse con ampio margine Dwight D. Eisenhower. Per Silver il confronto con oggi è forzato, anche se si possono accostare l'arrivo dell'intelligenza artificiale alla fine della guerra e la stanchezza verso Trump, che pur senza tre mandati consecutivi dà l'impressione di averli avuti.

Nel 1966 il presidente era Lyndon B. Johnson, al primo mandato da eletto dopo aver sostituito John F. Kennedy. I repubblicani guadagnarono 47 seggi alla Camera, 3 al Senato e 8 governatori, senza però conquistare la maggioranza. A sinistra cresceva l'opposizione alla guerra in Vietnam, a destra quella al movimento per i diritti civili e alle grandi riforme dello stato sociale volute da Johnson. Nel 1968 Johnson si ritirò dalla corsa e vinse Richard Nixon, rieletto con un'ampia vittoria nel 1972. Da lì i repubblicani vinsero cinque presidenziali su sei. Per Silver quel voto annunciò il passaggio da una lunga stagione progressista, iniziata con Roosevelt, a una lunga stagione conservatrice. Il parallelo con oggi è una guerra impopolare che nessuno aveva chiesto, ma Johnson, a differenza di Trump, aveva vinto le elezioni del 1964 con un margine larghissimo.

Nel 1974 alla Casa Bianca c'era Gerald Ford, subentrato a Nixon dopo le sue dimissioni per lo scandalo Watergate. I democratici guadagnarono 45 seggi alla Camera, 4 al Senato e 4 governatori, spinti dal Watergate e dall'inflazione. Due anni dopo Jimmy Carter batté Ford di poco, per poi perdere nettamente contro Ronald Reagan nel 1980. È il precedente più citato in questi giorni, per i temi della corruzione e del costo della vita, ma per Silver è un confronto solo discreto: nel 1974 la causa era quasi unica e oggi gli scandali pesano meno sugli elettori. Tra le preoccupazioni degli americani su Trump la corruzione verrebbe forse al terzo posto, dopo il prezzo della benzina e l'Iran.

Nel 1994 Bill Clinton era al primo mandato, eletto due anni prima con il 43 per cento dei voti contro George H.W. Bush e Ross Perot. I repubblicani guadagnarono 54 seggi alla Camera, 8 al Senato e 10 governatori. Pesarono la riforma sanitaria affidata a Hillary Clinton, gli scandali personali del presidente e la perdita di consensi dei democratici nel Sud rurale. Clinton si spostò al centro e fu rieletto facilmente nel 1996. Secondo Silver è un confronto poco adatto, perché in quel voto contarono soprattutto fattori strutturali: la fine del dominio democratico nel Sud e l'inizio della forte polarizzazione con il repubblicano Newt Gingrich.

Il 2006 è invece il caso più vicino. Bush era al secondo mandato dopo una rielezione risicata nel 2004 e quindi era un'"anatra zoppa", come negli Stati Uniti si chiama un presidente che non può più ricandidarsi. I democratici guadagnarono 31 seggi alla Camera, 6 al Senato e 6 governatori, conquistando entrambe le camere. Bush era sempre meno popolare per la stanchezza verso la guerra al terrorismo, la gestione dell'uragano Katrina e il fallimento della riforma delle pensioni. Aveva governato come se avesse un grande mandato, nonostante il voto del 2004 fosse stato equilibrato. Pesavano anche gli scandali nel Partito Repubblicano e i primi segnali della bolla dei mutui. Due anni dopo il candidato repubblicano fu John McCain, critico di Bush, che perse comunque contro Barack Obama con oltre 7 punti di distacco. Per Silver gli ingredienti sono gli stessi di oggi: guerre impopolari, errori evitabili e ansia economica. Ed è l'unica midterm dell'elenco con un vero presidente anatra zoppa.

Il 2010 è l'unica ondata di dimensioni simili a quella di quest'anno. Con Obama al primo mandato, i repubblicani guadagnarono 63 seggi alla Camera, 6 al Senato e 6 governatori, sull'onda della ripresa lenta dopo la crisi finanziaria, della disoccupazione alta, della riforma sanitaria e della nascita del Tea Party, che Silver considera un precursore del trumpismo. Obama fu rieletto nel 2012. Per Silver il confronto è debole, perché Obama era al primo mandato e aveva un consenso molto più ampio di Trump. Oggi però le parti si sono invertite: è Trump che dipende da elettori che votano poco, decisivi nelle sue vittorie del 2016 e del 2024 ma assenti nelle altre elezioni.

Molti esperti sostengono che le midterm non dicano nulla sulle presidenziali successive. Lo stesso Silver aveva pubblicato un'analisi di questo tipo su FiveThirtyEight, il sito di previsioni che ha fondato. In effetti, se si mettono in un grafico l'ampiezza dell'ondata e il risultato delle elezioni successive, i punti sembrano disposti a caso. Il 2010 non fu un presagio negativo per Obama e la reazione al Watergate non durò a lungo. Silver però sostiene che le ondate del passato siano troppo diverse tra loro per essere confrontate in blocco: in alcuni casi contavano i cambiamenti strutturali, in altri no; in alcuni il presidente era molto impopolare, come oggi e nel 1946, in altri lo era solo un po'. Per Silver ci si concentra poi sull'elezione successiva, mentre i cambiamenti di lungo periodo sono probabilmente più importanti. Silver ammette di scegliere i precedenti che gli servono, ma con soli sei casi non si può costruire un modello statistico e quindi un ragionamento qualitativo è legittimo.

Il problema dei repubblicani è anche trovare un candidato credibile per il 2028, su una mappa che dopo il voto si è fatta più difficile. Nei mercati delle scommesse è in vantaggio JD Vance, che è il vicepresidente di Trump, mentre l'altro favorito, Marco Rubio, è il segretario di Stato. Secondo Silver all'orizzonte non c'è un nuovo McCain, perché nel partito di Trump chi dissente viene messo ai margini. Il candidato dovrà prendere le distanze dal presidente quanto basta, senza provocarne la reazione: un equilibrio che nel 2024 non era riuscito a Ron DeSantis.

L'approvazione di Trump è al 38 per cento e per Silver è difficile che migliori molto: il calo degli ultimi due anni è stato costante, il presidente ha 80 anni e non sembra preoccuparsi delle conseguenze della sua impopolarità per il resto del partito. Nessuno si aspetta da lui una svolta al centro come quella di Clinton. Fino al voto si poteva sostenere che i sondaggi non cogliessero i veri sostenitori di Trump, ma i democratici sono stati sottostimati dai sondaggi. Una delle spiegazioni proposte è che Trump sia così impopolare che alcuni intervistati non ammettono di averlo votato in passato: nei sondaggi che correggono i dati in base al voto precedente dichiarato, questo gonfia i repubblicani. Anche i democratici hanno i loro problemi e la maggior parte delle presidenziali resta combattuta, ma per Silver dopo questo voto i repubblicani sono in una situazione molto difficile.

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