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Perché i presidenti americani perdono così in fretta il controllo del Congresso
Elezioni 21 min di lettura

Perché i presidenti americani perdono così in fretta il controllo del Congresso

Da Clinton a Biden, cinque presidenti che controllavano Camera e Senato ne hanno perso almeno una alle midterm. Trump sarà probabilmente il sesto e, secondo Ronald Brownstein, anche per colpa sua.

Dal 1994 a oggi, ogni volta che un presidente americano è arrivato alle elezioni di metà mandato controllando sia la Camera sia il Senato, gli elettori gli hanno tolto almeno uno dei due rami del Congresso. È successo a Bill Clinton nel 1994, a George W. Bush nel 2006, a Barack Obama nel 2010, a Donald Trump nel 2018 e a Joe Biden nel 2022. Alle midterm del 3 novembre la serie dovrebbe allungarsi: i repubblicani rischiano di perdere la Camera e forse anche il Senato. Sarebbe la sesta volta consecutiva, un record: prima dell'epoca attuale la serie più lunga si era fermata a quattro.

Il vicepresidente JD Vance, per abbassare le aspettative sul voto, ha ripetuto nelle ultime settimane che per il partito del presidente è diventato quasi impossibile mantenere il controllo di entrambe le camere dopo le midterm. Secondo un'analisi di Ronald Brownstein pubblicata su Bloomberg, Vance ha ragione sulla tendenza ma ignora il ruolo che il presidente e i suoi predecessori hanno avuto nel trasformarla in una profezia che si autoavvera.

I due partiti considerano ormai inevitabile la perdita rapida del governo unificato, cioè della situazione in cui lo stesso partito controlla Casa Bianca, Camera e Senato. Proprio questa convinzione li spinge a comportarsi in modo da renderla più probabile. Invece di costruire consenso con un programma che allarghi gradualmente la propria coalizione, sia i democratici sia i repubblicani hanno scelto di concentrare le loro priorità nei primi due anni di mandato, con leggi approvate a colpi di maggioranza e senza i voti dell'altro partito.

Midterm 2026
Dal 1994 ogni presidente arrivato alle midterm con tutto il Congresso dalla sua parte ne ha perso almeno un ramo
È successo cinque volte su cinque: a Clinton, Bush, Obama, Trump e Biden. Prima d'ora la serie più lunga si era fermata a quattro. Il 3 novembre i repubblicani rischiano di allungarla ancora.
Il partito del presidente alle midterm: prima e dopo il voto
Prima del votoTrascina per confrontareDopo il voto
La previsione per il 3 novembre
Modello FocusAmerica
Ai repubblicani basterebbe perdere la Camera per portare la serie a sei. Secondo il modello di FocusAmerica succede in 95 simulazioni su 100.
Il governo unificato dal 1829 a oggi
Lincoln e Roosevelt hanno tenuto tutto il Congresso per 14 anni. Dal 1969 nessun partito è andato oltre i quattro anni
Ogni tassello è un Congresso di due anni. Il colore indica il partito che controllava insieme Casa Bianca, Camera e Senato; in grigio gli anni di governo diviso. Tocca un tassello per i dettagli.
Le stagioni più lunghe di governo unificato hanno prodotto le riforme più durature, dagli emendamenti contro la schiavitù alla Social Security. Dal 1969 il massimo è di quattro anni: Carter tra il 1977 e il 1981, George W. Bush tra il 2003 e il 2007.
Le cinque midterm dal 1994
Alla Camera il partito del presidente ha perso fino a 63 seggi. Al Senato a volte ne ha guadagnati, ma non è bastato
Seggi persi o guadagnati dal partito del presidente in ogni elezione di metà mandato giocata con il governo unificato. Le perdite sono a sinistra dello zero, i guadagni a destra.
Nel 2018 e nel 2022 il partito del presidente ha guadagnato seggi al Senato, dove ogni due anni si vota solo per un terzo dell'aula. Ha perso comunque la Camera: basta un ramo del Congresso per chiudere la stagione del governo unificato.
I nuovi presidenti dal 1829
Quasi tutti i nuovi presidenti arrivano alla Casa Bianca con Camera e Senato dalla loro parte
Ogni casella è un presidente al primo giorno di mandato. Piena: il suo partito controllava entrambe le camere. Tratteggiata: almeno una era in mano all'opposizione. Tocca una casella per il nome.
Solo 6 presidenti su 32 sono partiti senza il governo unificato, l'ultimo nel 1989. Chi entrerà alla Casa Bianca nel 2029 avrà quindi buone probabilità di avere il Congresso dalla sua parte: il difficile è non perderlo due anni dopo.
Fonte: elaborazione FocusAmerica su dati della Camera dei rappresentanti (History, Art & Archives), del Senato degli Stati Uniti e dell'American Presidency Project (UC Santa Barbara). Previsioni 2026: modello FocusAmerica, aggiornamento del 14 ottobre 2026.
Note: governo unificato significa che lo stesso partito controlla Casa Bianca, Camera e Senato all'inizio del Congresso. Seggi calcolati sulla composizione subito dopo il voto. Nel 1865-1869 il presidente Andrew Johnson, eletto vicepresidente con Lincoln, governò con un Congresso repubblicano. Nel 2001 i repubblicani controllarono il Senato solo da gennaio a giugno: il Congresso 2001-2003 è indicato come diviso.

Secondo Brownstein, l'Amministrazione Trump ha portato questo approccio all'estremo. Il presidente ha trattato i luoghi e le persone fuori dalla sua coalizione come nemici da sottomettere e non come scettici da convincere. Nel secondo mandato ha accumulato in poco tempo iniziative fortemente di parte, a cui si oppongono quasi tutti i democratici e gli indipendenti: dazi che alimentano l'inflazione, una guerra all'Iran che Brownstein giudica avventata, espulsioni di massa condotte con metodi militari e tagli caotici alla spesa federale e alle regole.

La strategia di concentrare tutto all'inizio ha prodotto risultati che ciascun partito rivendica con orgoglio: la riforma sanitaria di Obama (l'Affordable Care Act) e i grandi tagli alle tasse dei presidenti repubblicani. Queste riforme però hanno allontanato gli elettori indecisi e fatto infuriare l'altro partito, rendendo inevitabili le forti perdite alle midterm e la fine del governo unificato. Paul Starr, sociologo dell'Università di Princeton e autore di American Contradiction, una storia della politica americana dagli anni Cinquanta, ha detto a Brownstein che i repubblicani, soprattutto dopo la scommessa sulla ridefinizione dei collegi elettorali della Camera, "avevano tutto a favore per rompere questo schema nel 2026, tranne il loro presidente". Secondo Starr, visto che non hanno mai preso le distanze dalla guerra, dai dazi, dalla corruzione e dal narcisismo di Trump, i repubblicani "non possono incolpare nessuno se non se stessi".

Le coalizioni che hanno cambiato di più gli Stati Uniti sono riuscite a mantenere il governo unificato a lungo. Vale per i repubblicani dell'epoca di Abraham Lincoln e per i democratici guidati da Franklin Delano Roosevelt e poi da John F. Kennedy e Lyndon Johnson. Spesso queste coalizioni si erano presentate con grandi risultati iniziali: i primi "100 giorni" di Roosevelt nel 1933 sono diventati il modello della leadership presidenziale energica. Ma tutte hanno tenuto il potere abbastanza a lungo da consolidare e ampliare quei primi successi.

I repubblicani approvarono gli emendamenti costituzionali che abolirono la schiavitù e garantirono a tutti gli americani l'uguaglianza davanti alla legge solo durante il secondo mandato di Lincoln, in parte dopo il suo assassinio. Molte delle conquiste più durature di Roosevelt, come la Social Security (il sistema pensionistico pubblico) e il Wagner Act, che tutela il diritto di iscriversi a un sindacato, arrivarono con il cosiddetto "secondo New Deal", dopo che il presidente aveva allargato le sue maggioranze al Congresso alle prime midterm. Johnson fece approvare i pilastri della sua Great Society, tra cui Medicare e Medicaid, le assicurazioni sanitarie pubbliche per anziani e persone a basso reddito, e il Voting Rights Act sul diritto di voto, solo dopo la rielezione del 1964. Quella vittoria schiacciante portò al Congresso maggioranze democratiche amplissime.

Alcuni presidenti hanno lasciato il segno anche con un controllo più breve, come Woodrow Wilson, che ampliò il ruolo del governo federale dopo il 1912, e Ronald Reagan, che lo ridusse settant'anni dopo. Per Brownstein, però, niente cambia la vita degli americani in modo duraturo quanto la capacità di mantenere e allargare la propria coalizione nel tempo. I repubblicani dell'epoca di Lincoln e i democratici di Roosevelt controllarono Casa Bianca e Congresso per 14 anni consecutivi, i democratici di Kennedy e Johnson per otto.

Dal 1968 nessun partito è andato oltre quattro anni consecutivi di governo unificato. Questa instabilità dipende in parte dalla frustrazione degli elettori per la crescita più lenta del tenore di vita e in parte dalla polarizzazione demografica e geografica, che produce maggioranze sempre risicate al Congresso. Secondo Brownstein, però, i presidenti hanno accelerato la tendenza con i loro eccessi ideologici.

Il prossimo presidente, che entrerà in carica nel 2029, ha buone probabilità di partire con il governo unificato. Tutti i nuovi presidenti da Clinton nel 1993 in poi sono arrivati alla Casa Bianca con la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. Secondo i calcoli di Brownstein, dalla nascita del sistema partitico moderno nel 1828 gli elettori hanno negato a un nuovo presidente il controllo di entrambe le camere solo sei volte. Tre di queste riguardano Richard Nixon, Ronald Reagan e George H.W. Bush.

Il successore di Trump avrà quindi davanti una scelta. Potrà accettare il fatalismo che Vance esprime apertamente e che gran parte della classe politica di Washington condivide in silenzio, ripetendo l'approccio dei predecessori che hanno puntato tutto sui primi due anni. Oppure potrà seguire una strategia più graduale, pensata per allargare il consenso e mantenere a lungo il potere, come hanno fatto i presidenti che hanno lasciato il segno più profondo.

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Lorenzo Ruffino
Autore

Lorenzo Ruffino

Scrive regolarmente da anni di politica, elezioni, società e economia con un approccio data-driven. È parte di Focus America dal 2018, ha una newsletter su Substack.

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