Dal 1994 a oggi, ogni volta che un presidente americano è arrivato alle elezioni di metà mandato controllando sia la Camera sia il Senato, gli elettori gli hanno tolto almeno uno dei due rami del Congresso. È successo a Bill Clinton nel 1994, a George W. Bush nel 2006, a Barack Obama nel 2010, a Donald Trump nel 2018 e a Joe Biden nel 2022. Alle midterm del 3 novembre la serie dovrebbe allungarsi: i repubblicani rischiano di perdere la Camera e forse anche il Senato. Sarebbe la sesta volta consecutiva, un record: prima dell'epoca attuale la serie più lunga si era fermata a quattro.
Il vicepresidente JD Vance, per abbassare le aspettative sul voto, ha ripetuto nelle ultime settimane che per il partito del presidente è diventato quasi impossibile mantenere il controllo di entrambe le camere dopo le midterm. Secondo un'analisi di Ronald Brownstein pubblicata su Bloomberg, Vance ha ragione sulla tendenza ma ignora il ruolo che il presidente e i suoi predecessori hanno avuto nel trasformarla in una profezia che si autoavvera.
I due partiti considerano ormai inevitabile la perdita rapida del governo unificato, cioè della situazione in cui lo stesso partito controlla Casa Bianca, Camera e Senato. Proprio questa convinzione li spinge a comportarsi in modo da renderla più probabile. Invece di costruire consenso con un programma che allarghi gradualmente la propria coalizione, sia i democratici sia i repubblicani hanno scelto di concentrare le loro priorità nei primi due anni di mandato, con leggi approvate a colpi di maggioranza e senza i voti dell'altro partito.
Secondo Brownstein, l'Amministrazione Trump ha portato questo approccio all'estremo. Il presidente ha trattato i luoghi e le persone fuori dalla sua coalizione come nemici da sottomettere e non come scettici da convincere. Nel secondo mandato ha accumulato in poco tempo iniziative fortemente di parte, a cui si oppongono quasi tutti i democratici e gli indipendenti: dazi che alimentano l'inflazione, una guerra all'Iran che Brownstein giudica avventata, espulsioni di massa condotte con metodi militari e tagli caotici alla spesa federale e alle regole.
La strategia di concentrare tutto all'inizio ha prodotto risultati che ciascun partito rivendica con orgoglio: la riforma sanitaria di Obama (l'Affordable Care Act) e i grandi tagli alle tasse dei presidenti repubblicani. Queste riforme però hanno allontanato gli elettori indecisi e fatto infuriare l'altro partito, rendendo inevitabili le forti perdite alle midterm e la fine del governo unificato. Paul Starr, sociologo dell'Università di Princeton e autore di American Contradiction, una storia della politica americana dagli anni Cinquanta, ha detto a Brownstein che i repubblicani, soprattutto dopo la scommessa sulla ridefinizione dei collegi elettorali della Camera, "avevano tutto a favore per rompere questo schema nel 2026, tranne il loro presidente". Secondo Starr, visto che non hanno mai preso le distanze dalla guerra, dai dazi, dalla corruzione e dal narcisismo di Trump, i repubblicani "non possono incolpare nessuno se non se stessi".
Le coalizioni che hanno cambiato di più gli Stati Uniti sono riuscite a mantenere il governo unificato a lungo. Vale per i repubblicani dell'epoca di Abraham Lincoln e per i democratici guidati da Franklin Delano Roosevelt e poi da John F. Kennedy e Lyndon Johnson. Spesso queste coalizioni si erano presentate con grandi risultati iniziali: i primi "100 giorni" di Roosevelt nel 1933 sono diventati il modello della leadership presidenziale energica. Ma tutte hanno tenuto il potere abbastanza a lungo da consolidare e ampliare quei primi successi.
I repubblicani approvarono gli emendamenti costituzionali che abolirono la schiavitù e garantirono a tutti gli americani l'uguaglianza davanti alla legge solo durante il secondo mandato di Lincoln, in parte dopo il suo assassinio. Molte delle conquiste più durature di Roosevelt, come la Social Security (il sistema pensionistico pubblico) e il Wagner Act, che tutela il diritto di iscriversi a un sindacato, arrivarono con il cosiddetto "secondo New Deal", dopo che il presidente aveva allargato le sue maggioranze al Congresso alle prime midterm. Johnson fece approvare i pilastri della sua Great Society, tra cui Medicare e Medicaid, le assicurazioni sanitarie pubbliche per anziani e persone a basso reddito, e il Voting Rights Act sul diritto di voto, solo dopo la rielezione del 1964. Quella vittoria schiacciante portò al Congresso maggioranze democratiche amplissime.
Alcuni presidenti hanno lasciato il segno anche con un controllo più breve, come Woodrow Wilson, che ampliò il ruolo del governo federale dopo il 1912, e Ronald Reagan, che lo ridusse settant'anni dopo. Per Brownstein, però, niente cambia la vita degli americani in modo duraturo quanto la capacità di mantenere e allargare la propria coalizione nel tempo. I repubblicani dell'epoca di Lincoln e i democratici di Roosevelt controllarono Casa Bianca e Congresso per 14 anni consecutivi, i democratici di Kennedy e Johnson per otto.
Dal 1968 nessun partito è andato oltre quattro anni consecutivi di governo unificato. Questa instabilità dipende in parte dalla frustrazione degli elettori per la crescita più lenta del tenore di vita e in parte dalla polarizzazione demografica e geografica, che produce maggioranze sempre risicate al Congresso. Secondo Brownstein, però, i presidenti hanno accelerato la tendenza con i loro eccessi ideologici.
Il prossimo presidente, che entrerà in carica nel 2029, ha buone probabilità di partire con il governo unificato. Tutti i nuovi presidenti da Clinton nel 1993 in poi sono arrivati alla Casa Bianca con la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. Secondo i calcoli di Brownstein, dalla nascita del sistema partitico moderno nel 1828 gli elettori hanno negato a un nuovo presidente il controllo di entrambe le camere solo sei volte. Tre di queste riguardano Richard Nixon, Ronald Reagan e George H.W. Bush.
Il successore di Trump avrà quindi davanti una scelta. Potrà accettare il fatalismo che Vance esprime apertamente e che gran parte della classe politica di Washington condivide in silenzio, ripetendo l'approccio dei predecessori che hanno puntato tutto sui primi due anni. Oppure potrà seguire una strategia più graduale, pensata per allargare il consenso e mantenere a lungo il potere, come hanno fatto i presidenti che hanno lasciato il segno più profondo.
