A giugno gli agenti federali dell'immigrazione hanno arrestato 43.138 persone negli Stati Uniti, il numero più alto da quando il presidente Trump è tornato in carica a gennaio 2025, secondo un'analisi del Guardian sui dati pubblicati lunedì dall'ICE (Immigration and Customs Enforcement), l'agenzia federale che si occupa dell'immigrazione. Per trovare un mese con più arresti bisogna tornare al maggio del 2019, quando però la maggior parte dei fermi avveniva al confine con il Messico, mentre oggi quasi tutti gli arresti avvengono all'interno del paese. Il ritmo è aumentato ancora a luglio: nei primi 11 giorni del mese gli arresti sono stati 16.213, una media di oltre 1.400 al giorno.
I nuovi numeri chiudono il rallentamento seguito ai fatti di gennaio, quando gli agenti dell'immigrazione uccisero due cittadini americani, Renee Good e Alex Pretti, durante una grande operazione a Minneapolis. Le uccisioni provocarono proteste in tutto il paese e uno scontro al Congresso sui fondi dell'agenzia. Trump sostituì allora la segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem con Markwayne Mullin, che promise di allontanare l'agenzia dai titoli dei giornali.
Le grandi operazioni concentrate in singole città, come quelle condotte nel 2025 a Los Angeles, Chicago e Minneapolis, non sono più state ripetute. Gli arresti ora avvengono in modo routinario e silenzioso: nei luoghi di lavoro, fuori dalle abitazioni, durante i controlli stradali o quando gli immigrati si presentano agli appuntamenti obbligatori negli uffici dell'ICE. In molti casi a fermare le persone sono polizie locali e sceriffi delegati dal governo federale ai controlli sull'immigrazione. I volontari che in alcune città sorvegliavano i movimenti degli agenti per avvisare le comunità dicono di avere sempre più difficoltà a capire dove l'agenzia stia operando.
"Sommando tutto, stanno facendo anche più di prima", ha detto a Bloomberg David Bier, direttore degli studi sull'immigrazione del Cato Institute, un centro studi libertario. "Vediamo comportamenti molto simili a quelli di Los Angeles, Chicago e Minneapolis, ma in modo diffuso: compaiono in Maine e allo stesso tempo a Houston".
La nuova strategia ha già portato ad altre due uccisioni. Il 7 luglio a Houston gli agenti hanno ucciso Lorenzo Salgado Araujo, un cittadino messicano di 52 anni che viveva negli Stati Uniti da più di trent'anni, mentre cercavano di fermare il suo furgone. Meno di una settimana dopo, durante un controllo stradale a Biddeford, in Maine, è stato ucciso Joan Sebastián Durán Guerrero, un colombiano di 25 anni. Le autorità federali hanno ammesso che nessuno dei due era l'obiettivo delle operazioni, ma hanno difeso le sparatorie come necessarie a proteggere gli agenti e il pubblico. Mullin aveva sospeso i controlli stradali dopo le due morti, ma Trump ha annullato la decisione definendo i fermi dei veicoli uno degli strumenti "più importanti ed efficaci" dell'agenzia. Le due uccisioni hanno provocato nuove proteste in diverse città contro un sistema di controlli già molto contestato.
Le persone detenute nei centri dell'ICE erano 65.765 all'11 luglio, circa 5.450 in più rispetto a inizio aprile e poco sotto il record di 70.770 toccato a gennaio. Come avviene dall'estate del 2025, i detenuti senza alcun precedente penale restano più numerosi sia di quelli con condanne sia di quelli con accuse pendenti: all'11 luglio il 29% dei detenuti aveva una condanna e il 31% aveva accuse in corso. La popolazione senza precedenti è anche quella che cresce più in fretta: nei primi 11 giorni di luglio è aumentata del 20% rispetto a giugno, da quasi 22.000 a oltre 26.000 persone, contro il 5% delle altre due categorie. Le vittime di Houston e del Maine rientrano in quelli che il governo chiama arresti "collaterali", cioè di persone che non erano il bersaglio dell'operazione e che spesso non hanno precedenti né accuse.
La Casa Bianca ha chiesto agli agenti di puntare a 2.000 arresti al giorno, secondo fonti interne all'agenzia citate da CBS News, anche se il dipartimento per la Sicurezza interna nega l'esistenza di quote. I ranghi dell'ICE si sono intanto ingrossati grazie a una campagna di assunzioni finanziata dalla grande legge di spesa repubblicana del 2025, che ha destinato al dipartimento 70 miliardi di dollari in più. Dall'inizio del secondo mandato di Trump le espulsioni sono state più di 590.600, un ritmo ancora lontano dall'obiettivo del presidente di oltre un milione di arresti ed espulsioni all'anno. Per i falchi dell'immigrazione non basta: "I numeri dovrebbero essere alle stelle", ha detto Mike Howell, ricercatore della Heritage Foundation, un centro studi conservatore.
Mullin rivendica i risultati e la scelta della discrezione, dicendo che gli arresti stanno battendo "record giornalieri ogni singolo giorno". "Ho abbassato la temperatura del fornello per far funzionare le cose senza farle traboccare", ha detto venerdì ai giornalisti. "Quando dico che ho abbassato la temperatura, l'ho abbassata con voi. Per le strade stiamo alzando il fuoco: lavoriamo più che mai". Tom Homan, il responsabile della Casa Bianca per i confini, ha detto a Fox News che "l'ICE non sta affatto lasciando le strade".
Dal 2019 il Congresso obbliga l'ICE a pubblicare ogni due settimane i dati su arresti, detenzioni ed espulsioni, ma l'agenzia non li aggiornava da inizio aprile. Il ritardo aveva irritato parlamentari di entrambi gli schieramenti, oltre a giornali, accademici e organizzazioni non profit che chiedevano i numeri. Il dipartimento lo ha attribuito alla serie di "shutdown", i blocchi delle attività del governo causati dagli scontri sul bilancio.
