L'era della superpotenza americana iniziata dopo la Seconda guerra mondiale è finita, e la guerra con l'Iran lo ha reso evidente. È la tesi di Phillips Payson O'Brien, docente di studi strategici all'Università di St Andrews, che in un'analisi pubblicata sull'Atlantic sostiene che negli ultimi sei mesi la potenza degli Stati Uniti — dotati degli armamenti più avanzati al mondo, di forze militari altamente addestrate e di una rete globale di basi e alleanze — si sia rivelata insufficiente a sconfiggere un regime repressivo ed economicamente stagnante, armato di missili e droni relativamente economici.
Secondo O'Brien, Donald Trump non ha eroso da solo le capacità americane, ma la guerra da lui intrapresa ha mostrato a tutto il mondo quanto siano cambiati gli equilibri globali e quanto si sia indebolita la capacità degli Stati Uniti di imporre la propria superiorità militare. O'Brien parte dalla dottrina Carter, con cui nel 1980 Washington si impegnò a garantire il libero flusso di petrolio dal Golfo Persico. Quella promessa era credibile finché i governi ostili ritenevano che gli Stati Uniti avrebbero reagito con decisione contro chiunque avesse tentato di chiudere lo Stretto di Hormuz.
Oggi, osserva l'autore, il regime iraniano è ancora in piedi nonostante gli attacchi americani e israeliani abbiano ucciso i suoi massimi esponenti, mentre missili e droni iraniani sono riusciti a superare le difese aeree statunitensi e a mettere fuori uso numerose strutture. A marzo, dopo meno di due settimane di combattimenti, il New York Times aveva contato 17 basi, installazioni di difesa aerea e sedi diplomatiche americane colpite, tra cui il quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein e le basi militari di Ali Al Salem, Camp Arifjan e Camp Buehring in Kuwait.
Basi abbandonate e scorte sotto pressione
Secondo O'Brien, la perdita della base in Bahrein, dalla quale la Marina americana riforniva da decenni le proprie navi in Medio Oriente, è uno dei principali motivi per cui durante l'estate l'Amministrazione non ha intensificato la guerra nonostante le ripetute minacce. La catena logistica navale ha dovuto allungarsi fino a Diego Garcia, nell'Oceano Indiano, territorio britannico situato a oltre 3.200 km da Hormuz. I problemi di rifornimento hanno contribuito anche al prolungato dispiegamento della portaerei USS Abraham Lincoln, rimasta nella regione per oltre 250 giorni, e al deterioramento del morale dell'equipaggio raccontato da Stars and Stripes.
Molte delle basi militari colpite sono state in gran parte abbandonate. A un militare che chiedeva di poter recuperare i propri effetti personali in Bahrein, l'ammiraglio Daryl Caudle ha risposto, secondo Navy Times: "Non ci torneremo tanto presto, voglio essere onesto su questo". Il mese scorso il Washington Post ha riferito che il Pentagono sta valutando di mantenere una presenza ridotta nel Golfo anziché ricostruire le strutture ormai danneggiate. Per O'Brien, il punto fondamentale è che oggi le Forze Armate americane non riescono a proteggere infrastrutture cruciali neppure da un avversario tecnologicamente meno avanzato come l'Iran.
Per sostenere la guerra, prosegue O'Brien, gli Stati Uniti hanno inoltre dovuto ridurre la propria presenza nel Pacifico occidentale: al posto della Lincoln nel Mar Arabico è arrivata la USS George Washington, di base in Giappone e normalmente impiegata anche per scoraggiare eventuali iniziative militari della Cina. Il conflitto ha inoltre intaccato le scorte di alcuni degli armamenti più avanzati del Pentagono. Già alla fine di aprile, stime prudenti indicavano livelli pericolosamente bassi di munizioni THAAD, intercettori Patriot e missili cruise Tomahawk. Da allora, secondo l'autore, la situazione sarebbe ulteriormente peggiorata.
Agli attuali ritmi di produzione servirebbero diversi anni per ricostituire le scorte ai livelli di febbraio, che con il senno di poi appaiono comunque insufficienti. Questa settimana lo stesso ispettore generale del Pentagono ha segnalato "carenze strategiche" nelle scorte di munizioni e ha stimato in 33,4 miliardi di dollari il costo della guerra tra la fine di febbraio e giugno.
Per O'Brien, alla base del problema ci sono anni di investimenti nei cosiddetti sistemi "exquisite": armamenti estremamente avanzati, prodotti in quantità limitate e con costi unitari molto elevati, concepiti soprattutto per il tipo di guerre combattute dopo l'11 settembre contro avversari incapaci di colpire seriamente la logistica americana. A questo si aggiunge il declino della capacità manifatturiera. Durante la Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti riconvertirono l'industria automobilistica per produrre aerei. Oggi, invece, costruiscono pochissime navi civili, mentre la Cina produce circa il 50% delle navi mondiali e circa l'80% dei droni civili.
Avendo costruito Forze Armate progettate per prevalere in una breve fase di combattimenti ad alta intensità, sostiene l'autore, gli Stati Uniti non disporrebbero dell'equipaggiamento, delle scorte e delle truppe necessarie per affrontare un lungo conflitto con la Cina. L'Amministrazione respinge però questa lettura: a giugno il Segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva definito la carenza di munizioni "una storia inventata che i media vogliono spacciare". Trump sostiene inoltre che gli Stati Uniti stiano producendo più armi avanzate che in qualsiasi altro momento della loro storia.
Gli alleati si organizzano senza Washington
In passato Washington poteva moltiplicare la proiezione della propria forza anche grazie ai suoi alleati. Secondo O'Brien, oggi ne avrebbe bisogno più che mai: Corea del Sud e Giappone, per esempio, dispongono rispettivamente della seconda e della terza industria cantieristica più grande del mondo. L'Amministrazione Trump, sostiene l'autore, tende invece a considerarli più come un peso che come una risorsa strategica. Il presidente ha criticato la Corea del Sud e lodato quello che definisce il suo ottimo rapporto con il leader nordcoreano Kim Jong Un, mentre le due Coree restano tecnicamente ancora in guerra.
In Europa Washington si è allontanata da alcuni dei suoi alleati storici e ha cercato un riavvicinamento alla Russia di Vladimir Putin: a maggio il Pentagono ha annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania. Berlino, intanto, valuta un maggiore contributo alla sicurezza nucleare europea e alla cooperazione con il Regno Unito sul deterrente britannico, mentre cresce l'incertezza sull'impegno americano nel continente. Anche i rapporti con il Canada si sono deteriorati, tra le dichiarazioni di Trump sul "51° Stato" e una guerra commerciale che la stessa Amministrazione americana ha descritto come "devastante" per l'economia canadese.
Gli altri Paesi, scrive O'Brien, si stanno già adattando a una presenza americana meno determinante. Pakistan, Turchia e Arabia Saudita, tutti partner storici degli Stati Uniti, hanno firmato ad agosto un patto di mutua difesa che estende alla Turchia l'accordo sottoscritto da sauditi e pakistani nel settembre 2025. L'Oman, sull'altra sponda di Hormuz, si sta avvicinando a Teheran, mentre altri Stati del Golfo stanno cercando nuovi canali di dialogo con l'Iran. Persino l'Arabia Saudita, che per decenni ha fondato una parte essenziale della propria sicurezza sulle armi e sulla presenza militare americana, è ormai costretta a riconsiderare le proprie scelte dopo che Trump ha detto a Mohammed bin Salman che gli Stati Uniti non interverranno nella guerra contro gli Houthi.
Più ad est, la Corea del Sud sta cercando rapporti migliori con la Cina e in Europa si discute sempre più di una maggiore autonomia nella difesa tra i Paesi europei. Secondo O'Brien, anziché affrontare queste difficoltà, l'Amministrazione starebbe cercando di limitarne la visibilità: il Pentagono ha allontanato figure di primo piano di Stars and Stripes e, nell'ambito di un'indagine sulle fughe di notizie relative alla carenza di munizioni, ha chiesto ad alcuni dipendenti di sottoporsi al poligrafo.
O'Brien non prevede necessariamente un passaggio di consegne alla Cina, che deve affrontare problemi propri interni e confrontarsi con altre potenze in ascesa come l'India, prima di affermarsi come nuova superpotenza. Non esclude, piuttosto, un lungo periodo di instabilità, guerre e competizione tra le varie potenze in declino ed in ascesa. Ancora a febbraio, osserva, ben pochi esperti avrebbero immaginato che gli Stati Uniti, potenza globale dominante da oltre ottant'anni, potessero trovarsi così in difficoltà di fronte all'Iran. Per l'autore è proprio questo il segnale che il predominio americano non può continuare senza le basi militari, la capacità industriale e il sistema di alleanze che lo avevano reso possibile.
