Gli Stati Uniti stanno attingendo alla propria riserva strategica di petrolio a un ritmo che le infrastrutture non sembrano più in grado di sostenere. Secondo un'inchiesta del Wall Street Journal, i prelievi sempre più frequenti, l'usura degli impianti e anni di investimenti insufficienti stanno compromettendo la Strategic Petroleum Reserve, ovvero la riserva nazionale di greggio istituita nel 1975 e custodita in 60 caverne saline lungo la costa del Golfo del Messico.
Negli ultimi 4 anni le Amministrazioni Biden e Trump hanno autorizzato i più consistenti rilasci nella storia della riserva, nel tentativo di contenere i prezzi del petrolio in aumento: complessivamente 352 milioni di barili, pari a quasi la metà della sua capacità totale. L'operazione ancora in corso, che prevede il rilascio di 172 milioni di barili autorizzato da Trump a marzo, sottoporrà gli impianti a ulteriori pressioni. Nel frattempo, le scorte sono già scese ai livelli più bassi dal 1983.
Gli Stati Uniti svuotano la riserva di petrolio d’emergenza, ma gli impianti che la custodiscono stanno cedendo
Una rete di caverne e pozzi tenuta insieme "con i cerotti"
Il deterioramento delle infrastrutture è ormai documentato da tempo. Un rapporto pubblicato il mese scorso dal Government Accountability Office (GAO), l'organo di controllo del Congresso, rivela che gli stessi funzionari del Dipartimento dell'Energia hanno ammesso di tenere insieme il sistema "con i cerotti", senza sapere per quanto tempo potrà continuare a reggere. Dal 2013 si sono verificati 16 guasti gravi, che hanno coinvolto anche le condutture dell'acqua e gli impianti per lo smaltimento. Nel maggio 2024, la rottura improvvisa di un pozzo in un sito del Texas ha reso inaccessibili fino a 400 mila barili di greggio.
Il problema è strutturale. Le caverne erano state progettate per sopportare non più di cinque cicli completi di svuotamento, ma nel corso degli anni diverse Amministrazioni e maggioranze al Congresso vi hanno attinto decine di volte, attraverso vendite destinate a finanziare la spesa pubblica e rilasci d'emergenza. Il risultato è che la riserva strategica non funziona più secondo i parametri originari.
A dicembre il Dipartimento dell'Energia stimava una capacità di estrazione di soli 2,7 milioni di barili al giorno, contro i 4,4 milioni previsti dal progetto iniziale, e una capacità di immissione di 440 mila barili, rispetto ai 785 mila originari. In caso di emergenza, dunque, una parte del petrolio potrebbe non essere immediatamente disponibile, mentre ricostituire le scorte richiederebbe molto più tempo.
La guerra con l'Iran ha riportato la riserva al centro
La questione è diventata ancora più urgente con la guerra tra Stati Uniti e Iran, che continua ad alimentare una forte volatilità sui mercati energetici. Le tensioni degli ultimi giorni hanno riacceso il timore di nuove limitazioni al traffico nello Stretto di Hormuz, attraverso il quale, prima del conflitto, transitava circa il 20% del petrolio mondiale.
Il rilascio delle riserve strategiche, coordinato con gli altri Paesi membri dell'Agenzia Internazionale dell'Energia, ha contribuito a frenare la corsa dei futures statunitensi, arrivati fino a 112,95 dollari al barile quando un quinto dell'offerta globale risultava bloccato. Ora le quotazioni si aggirano intorno ai 74 dollari.
Gli Stati Uniti dipendono oggi dalle riserve strategiche molto meno che in passato: il boom dello shale oil li ha trasformati nel primo produttore mondiale di greggio, con quasi 14 milioni di barili al giorno prodotti quest'anno, rispetto ai 5 milioni del 2008. La crisi iraniana ha tuttavia dimostrato che quelle scorte rimangono una leva fondamentale. "È un asset nazionale di importanza strategica e la sua gestione deve essere portata a quel livello", ha dichiarato al Wall Street Journal Clayton Seigle, esperto di sicurezza energetica del Center for Strategic and International Studies.
Riparazioni costose e fondi ancora insufficienti
Il Dipartimento dell'Energia ha già realizzato alcuni interventi attraverso un programma da 1,4 miliardi di dollari, segnato però da ritardi e costi superiori alle previsioni. A dicembre, lo stesso Dipartimento stimava in circa 230 milioni di dollari l'arretrato degli interventi di manutenzione, una cifra che, secondo il GAO, sottovaluta il fabbisogno reale.
Il Congresso, a maggioranza repubblicana, ha già stanziato 218 milioni di dollari per riparare gli impianti. Resta però da affrontare il costo ben più elevato dell'acquisto del petrolio necessario a ricostituire le scorte. Il Segretario all'Energia Chris Wright ha riconosciuto che ottenere dal Congresso i nuovi fondi sarà difficile. Insomma, gli Stati Uniti continuano ad attingere alla loro principale riserva energetica d'emergenza, mentre le infrastrutture che la custodiscono sono sempre più fragili e le risorse per riempirla restano insufficienti.
