La ricchezza di Musk si regge sulla fede

Secondo un'analisi di Adam Bonica il patrimonio dell'uomo più ricco del mondo dipende dalla fiducia collettiva nelle sue promesse di futuro, non dai profitti reali delle sue aziende.

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La ricchezza di Musk si regge sulla fede
2026 World Economic Forum / Ciaran McCrickard

Elon Musk è la prima persona al mondo a possedere un patrimonio superiore ai mille miliardi di dollari, 1.320 miliardi per la precisione. Eppure le due aziende su cui si fonda quella ricchezza, Tesla e SpaceX, nel 2025 hanno chiuso i conti con una perdita complessiva. Secondo un'analisi del professore di scienze politiche Adam Bonica il valore della sua fortuna non misura più i guadagni delle sue società, ma la fiducia collettiva nella sua capacità di costruire un futuro che non è ancora arrivato. È un meccanismo che l'autore definisce "capitalismo del culto".

Questo mese SpaceX si è quotata in borsa a una valutazione vicina ai 1.770 miliardi di dollari, la più grande offerta pubblica iniziale della storia. Nel 2025 l'azienda ha però perso 4,9 miliardi di dollari e le perdite stanno accelerando: solo nel primo trimestre del 2026 il rosso è stato di 4,28 miliardi, a fronte di un deficit accumulato di 41,3 miliardi. Tesla, dal canto suo, l'anno scorso ha guadagnato 3,8 miliardi, un profitto reale ma ordinario. Messe insieme, le due società su cui poggia la più grande fortuna personale della storia hanno registrato una perdita netta nel 2025.

Bonica precisa che non si tratta di aziende prive di valore e che il punto non è se valgano qualcosa. La vera domanda riguarda il divario, cioè i mille miliardi di dollari di valore che stanno sopra qualsiasi cifra spiegabile con i profitti o con le condizioni di mercato, e ciò che riempie quel vuoto. A riempirlo, sostiene, è una fede di tipo particolare, la fiducia in un solo uomo capace di consegnare il futuro: Marte, l'intelligenza artificiale generale, cioè un'IA capace quanto la mente umana, un robot umanoide in ogni garage. Il mercato sta valutando una profezia, scrive, e il profeta coincide con l'oggetto stesso dell'investimento. Per rendere l'idea Bonica ha costruito un grafico che rappresenta i grandi patrimoni con un pixel ogni mille dollari: la barra di Musk si allunga per un tratto lunghissimo e chi vuole può scorrere la versione interattiva.

Le bolle economiche sono un fenomeno noto, dai tulipani del Seicento alle azioni delle dot-com fino ai titoli gonfiati dai social. Ma una bolla classica è diffusa, perché la mania si attacca a un settore o a una categoria di beni e non a una singola persona. Per questo prima o poi si sgonfia: a sostenerla è soltanto la psicologia delle folle, che a un certo punto si disperde. Quella costruita attorno a Musk è diversa, sostiene Bonica, perché la fiducia è personalizzata e si lega a lui, che è insieme il gestore delle aziende, il profeta del loro futuro e il bene che viene valutato. Questo manda in cortocircuito il meccanismo che di solito corregge le bolle.

Il consiglio di amministrazione di Tesla concede a Musk tutto ciò che chiede e, per Bonica, non è un caso. Dall'esterno sembra un fallimento clamoroso della governance aziendale, ma dall'interno è una scelta razionale: il consiglio sa che la valutazione di Tesla dipende quasi interamente dall'uomo e dal culto costruito attorno a lui. Senza Musk, Tesla sarebbe soltanto un'azienda automobilistica, con un valore di mercato pari a una frazione di quello attuale.

La caratteristica del capitalismo del culto, secondo Bonica, è che opera fuori dai normali meccanismi di responsabilità. Un bilancio deve quadrare, una profezia no. Finché un numero sufficiente di persone crede in Musk, la fede si autoalimenta: abbassa il costo del capitale, gli permette di raccogliere 75 miliardi di dollari in una sola operazione, che servono a pagare la promessa successiva, la quale a sua volta rinnova la fiducia.

La profezia, però, è più fragile di quanto il prezzo lasci intendere. Dove le aziende di Musk hanno fatto progressi reali, scrive Bonica, il merito è stato degli ingegneri assunti. Il segnale più chiaro è una promessa che lui ripete da quasi dieci anni, quella delle Tesla a guida completamente autonoma, mai arrivata, mentre Waymo, il servizio di taxi senza conducente, faceva già circolare le sue auto sulle strade pubbliche da anni. Sul terreno a lui più simbolico, insomma, il profeta non è arrivato per primo.

Pagare le aziende di Musk così sopra la media, continua l'analisi, significa credere a più cose improbabili nello stesso momento. La prima è che i risultati passati non solo predicano il futuro ma ne siano largamente superati, che il meglio debba ancora venire. La seconda è che Musk riesca a continuare ad attrarre i migliori ingegneri, mentre i più bravi tra i giovani, che possono scegliere dove lavorare, osservano i suoi saluti a braccio teso, la sua adesione a teorie del complotto razziste, gli attacchi sistematici alle persone transgender e l'intelligenza artificiale dell'azienda che a un certo punto ha iniziato a definirsi "MechaHitler". La terza, la più ardita, è che Tesla e SpaceX non solo creino nuovi mercati, come il robot domestico o la flotta di taxi a guida autonoma, ma li conquistino quasi per intero. L'auto elettrica doveva essere proprio un mercato di quel tipo, ma il concorrente BYD ha superato Tesla e il resto dell'industria ha colmato il distacco.

Bonica ricorda che la democrazia funziona con il meccanismo opposto a quello di un culto, fatto di responsabilità, deliberazione e stato di diritto, e che Musk ha aggirato tutti e tre questi pilastri. Ha smantellato agenzie federali attraverso il DOGE, il dipartimento per l'efficienza governativa che ha guidato, ha licenziato funzionari pubblici per decreto e ha trasformato la sua piattaforma in uno strumento per destabilizzare elezioni all'estero.

Esiste anche una lettura più semplice della stessa valutazione, che Bonica giudica forse la più solida: il mercato non starebbe scommettendo su razzi e robot, ma sull'accesso al potere e sull'influenza politica. Musk è più vicino al potere statale di qualunque altro industriale nella storia americana recente. Quella vicinanza è un vantaggio concreto, perché fa vincere appalti, plasma le regole che vincolano i rivali e sgombra il campo dalla concorrenza. Questa settimana il Dipartimento di Giustizia, l'equivalente americano del ministero della giustizia, è intervenuto a sostegno di Musk in una causa che coinvolge una sua società. Comprare le sue azioni, scrive Bonica, significa comprare il peso dello Stato messo sul piatto della bilancia. È il modo in cui ci si arricchisce nella Russia di Putin, stando vicino al trono quando si dividono i bottini e non inventando un mercato. In questa lettura Musk non è una scommessa sul genio ma sulla corruzione.

Un collega di Bonica, Jacob Grumbach, descrive in un nuovo documento di lavoro il patto che sta sotto questo sistema. Un miliardario che possiede insieme una piattaforma di informazione e un grande impero economico esposto alla regolazione affronta un calcolo che un normale editore non conosce. Gestire la piattaforma per massimizzarne i profitti significa produrre ciò che fa una stampa che funziona, cioè controllo del potere e giornalismo critico, ma è proprio quella responsabilità a tassare, regolare e limitare il resto del suo patrimonio. La mossa razionale diventa allora far fallire l'azienda di informazione, perché un governo autoritario paga alla ricchezza concentrata un premio che la democrazia non garantisce: tasse più basse, controlli antitrust blandi, appalti indirizzati. E quel premio cresce con la ricchezza, al punto che comprare una piattaforma da 44 miliardi di dollari e distruggerne il valore diventa non un errore ma un investimento, il prezzo per disattivare la responsabilità che la stampa dovrebbe produrre.

Gli oligarchi non vanno in pensione, scrive Bonica, ma cadono in disgrazia. A volte è il protettore a rivoltarsi contro di loro, come Mikhail Khodorkovsky, l'uomo più ricco della Russia finito in una cella, o Evgenij Prigozhin, da fornitore del Cremlino precipitato in un cratere in un campo. Altre volte è il protettore politico a cadere e allora sono gli oligarchi a fuggire: quando Viktor Orbán ha perso il potere in Ungheria all'inizio del 2026, i suoi uomini hanno cominciato a lasciare il paese con i loro miliardi. Per Musk, legato a un presidente americano impopolare, la fuga è l'uscita più probabile.

Musk non ha inventato questo meccanismo, conclude Bonica, lo ha solo portato più lontano di chiunque prima di lui. Il pericolo non è che il culto sia irrazionale, perché i culti hanno una loro coerenza interna ed è proprio quella a renderli duraturi. Il problema è che la più grande fortuna personale della storia poggia su una base che non finge più di dipendere da ciò che le aziende guadagnano. Allo stesso tempo è venuto meno il consueto meccanismo di correzione, per cui non è previsto alcun atterraggio morbido. A reggere quella scommessa sono i fondi pensione che detengono il titolo, gli indici che quasi tutti possiedono e la fiducia di milioni di risparmiatori: in un certo senso, il conto è di tutti.

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