La Reaganomics portò una crescita che oggi possiamo solo sognare
L'economista che ispirò i tagli alle tasse di Reagan e Thatcher difende la sua ricetta sull'Economist: i benefici non andarono solo ai ricchi e la crescita arrivò al 4 per cento l'anno
I tagli alle tasse di Ronald Reagan e Margaret Thatcher produssero negli anni Ottanta una crescita economica che le grandi economie di oggi possono solo sognare. È la tesi che l'economista americano Arthur Laffer sostiene in un intervento pubblicato sull'Economist, in cui difende la cosiddetta Reaganomics dall'accusa più frequente, quella di aver favorito solo i più ricchi: i benefici, scrive, "non sono semplicemente gocciolati verso il basso: sono sgorgati a fiotti".
Si tratta di un articolo di opinione e Laffer non è un osservatore neutrale. È stato capo economista dell'Office of Management and Budget, l'ufficio della Casa Bianca che prepara il bilancio federale, e ha fatto parte del comitato di consulenza economica di Reagan dal 1981 al 1989. Soprattutto, è l'inventore della "curva di Laffer", la teoria che racconta di aver disegnato su un tovagliolo da cocktail nel 1974: l'idea è che tagliare le aliquote possa ripagarsi da solo, perché stimola la crescita e fa emergere redditi prima schermati dal fisco, abbastanza da aumentare le entrate dello Stato. Fu la stessa Thatcher, inizialmente scettica sui tagli immediati, a soprannominare quella ricetta "Lafferismo". L'articolo è quindi la rivendicazione, da parte del suo principale ideologo, della stagione economica fatta di tasse più basse, meno regole e moneta più solida.
L'argomento parte dalle aliquote massime sui redditi. Quando Reagan entrò alla Casa Bianca nel 1981, l'aliquota più alta negli Stati Uniti era al 70 per cento; quando uscì nel 1989 era al 28. In Gran Bretagna Thatcher la portò dall'83 per cento del 1979 al 40 del 1990. Per Laffer questi cali furono "a dir poco incredibili": la quota di reddito marginale che un contribuente ricco poteva tenersi dopo le tasse passò negli Stati Uniti dal 30 al 72 per cento, un aumento del 140 per cento. "Negli anni Ottanta furono rimosse le catene che tenevano a bada la prosperità", scrive.
Il termine di paragone è il decennio precedente, segnato dalla stagflazione, cioè la combinazione di economia ferma e prezzi in forte aumento che seguì l'abbandono del sistema di Bretton Woods, il quale ancorava le monete all'oro. Nel decennio fino al 1982 i prezzi al dettaglio britannici crebbero in media del 14 per cento l'anno, mentre la crescita reale si fermava all'1,6 per cento e la disoccupazione era al 5,3 per cento. "Labour isn't working", cioè il Labour non funziona, ma anche il lavoro non funziona, recitava lo slogan della campagna che portò Thatcher al potere. Una situazione simile, scrive Laffer, riguardava anche gli Stati Uniti.
Secondo Laffer i tagli cambiarono i comportamenti di imprese e lavoratori. Con aliquote al 70-80 per cento prosperavano le grandi aziende capaci di gestire le deduzioni fiscali e di pagare i dipendenti con benefit esenti da imposte e note spese, mentre "l'imprenditorialità era una rarità". Con le aliquote più basse i dipendenti migliori chiesero stipendi in contanti, accumularono capitale e lasciarono le grandi aziende per fondarne di proprie, mentre le imprese esistenti si riorganizzarono e le startup "si moltiplicarono come conigli". "La crescita esplose e l'inflazione si smaterializzò", scrive: tra il 1982 e il 1988 il Pil britannico crebbe in media del 4 per cento l'anno, l'inflazione si dimezzò al 4 per cento e l'America "fece altrettanto bene". La tesi dei critici, secondo cui i tagli ai più ricchi avrebbero prodotto al massimo un effetto "trickle-down", cioè uno sgocciolamento di benefici dall'alto verso il basso, era per lui "infondata": una crescita del 4 per cento è "un'onda travolgente".
Tra il 1980 e il 2000 negli Stati Uniti furono creati circa 40 milioni di posti di lavoro, un aumento di oltre il 40 per cento, scrive Laffer. L'indice di Borsa Dow Jones si moltiplicò per circa quindici volte tra il 1982 e il 2000 e la diffusione di massa dell'investimento in azioni fece crescere la ricchezza delle famiglie. Il reddito mediano delle famiglie salì del 12 per cento durante il boom di Reagan e del 15 durante quello di Bill Clinton, con una frenata solo nei primi anni Novanta, quando il presidente George H.W. Bush alzò le aliquote massime. In Gran Bretagna i salari settimanali mediani aumentarono del 26 per cento durante il governo Thatcher e gli adulti che possedevano azioni passarono da 3 a 11 milioni.
Laffer riconosce anche gli errori dei due leader. Nel primo mandato Thatcher tagliò le tasse pagate da pochissimi, portando l'aliquota massima al 60 per cento, ma alzò l'Iva pagata da tutti, con il risultato di un aumento netto della pressione fiscale e di una crescita "inesistente" nei primi due anni e mezzo. Reagan scelse invece di diluire il suo primo taglio in tre fasi tra il 1981 e il 1983 e nel frattempo l'economia soffrì: la recessione del 1981-82 fu "giustamente considerata la peggiore dalla Depressione". Solo a metà degli anni Ottanta, quando entrambi tagliarono le tasse senza più esitazioni, le due economie iniziarono a correre.
La prova decisiva, per Laffer, è che i successori di partiti rivali confermarono quelle politiche: "l'imitazione è la più sincera forma di adulazione" e il democratico Clinton e il laburista Tony Blair non riportarono mai le aliquote massime ai livelli precedenti, che negli anni Novanta non superarono il 40 per cento. La crescita forte continuò, con una media del 3,9 per cento l'anno negli Stati Uniti tra il 1993 e il 2000 e del 3,3 per cento in Gran Bretagna nello stesso periodo. Numeri, conclude, "lontani anni luce" da quelli miseri di cui le grandi economie devono accontentarsi oggi.