La Liberia accetterà fino a 1.200 persone espulse dagli Stati Uniti pur non essendo il loro Paese d'origine. L'accordo, uno dei più ampi conclusi dall'amministrazione Trump per trasferire migranti in Paesi terzi, sarà attuato nell'arco di un anno. Il primo gruppo, composto da 20 persone, dovrebbe arrivare giovedì.
I migranti proverranno dall'Africa, dal Nord America, dal Sud America e dai Caraibi. Il governo liberiano ha già esaminato l'elenco delle persone destinate al trasferimento. Il ministro della Giustizia Natu Oswald Tweh ha detto che nella maggior parte dei casi si tratta di persone che hanno commesso violazioni delle norme sull'immigrazione o altri reati.
Monrovia sostiene che chi arriverà sarà trattato come "ospite della Repubblica". Il ministro dell'Informazione Jerolinmek Piah ha detto che i migranti potranno chiedere asilo in Liberia oppure lasciare liberamente il Paese. Il governo si è impegnato a fornire l'assistenza necessaria a chi cercherà protezione e a garantire la sicurezza delle persone durante la loro permanenza.
L'intesa estende la strategia con cui il presidente Donald Trump trasferisce persone espulse in Stati diversi da quello di cittadinanza. Secondo Refugees International e Human Rights First, l'amministrazione ha raggiunto accordi con almeno 35 Paesi. All'inizio di agosto 2026 gli Stati Uniti avevano inviato circa 22mila persone in 26 Paesi di cui non erano originarie. Quasi una decina delle destinazioni si trova in Africa e l'impegno assunto dalla Liberia riguarda il maggior numero di migranti previsto finora da un singolo accordo.
Il ricorso ai Paesi terzi permette agli Stati Uniti di allontanare anche migranti che non possono essere rimandati nello Stato d'origine. Un giudice dell'immigrazione può infatti riconoscere che il ritorno esporrebbe una persona a rischi per la sua sicurezza e vietarne il rimpatrio diretto. Le fonti non chiariscono se tra i primi trasferiti in Liberia ci siano persone protette da un ordine di questo tipo.
Gli avvocati specializzati in immigrazione considerano questi trasferimenti una scappatoia legale. Una persona può essere mandata in un Paese con cui non ha legami e dove può incontrare nuovi pericoli. Se non riesce a ottenere protezione o a costruirsi un'alternativa, può trovarsi con poca scelta oltre al ritorno proprio nello Stato dal quale era fuggita.
Liberia e Stati Uniti avevano concluso nel 2025 un accordo reso pubblico nel marzo 2026. L'intesa prevede che i richiedenti asilo e le altre persone bisognose di protezione possano restare nel Paese africano dopo il trasferimento. Il governo liberiano ha presentato la decisione come un'iniziativa "interamente umanitaria" e coerente con le proprie tradizioni di accoglienza.
Monrovia ha dichiarato di non avere chiesto né ricevuto "compensi o promesse di ricompense" in cambio dei 1.200 posti. Washington fornirà comunque sostegno per gestire il programma e rafforzare il sistema migratorio liberiano. Nel 2025 gli Stati Uniti avevano inoltre esteso da 12 a 36 mesi la validità di alcuni visti per i cittadini liberiani e avevano promesso 124 milioni di dollari per i servizi sanitari del Paese.
La Liberia è entrata anche nel caso di Kilmar Abrego Garcia, cittadino salvadoregno divenuto un simbolo della politica migratoria del presidente dopo essere stato espulso per errore in El Salvador e poi riportato negli Stati Uniti. L'amministrazione Trump ha cercato di convincere i tribunali a consentire il suo trasferimento nel Paese africano e vuole ancora inviarlo lì.
Diverse cause giudiziarie contestano l'accordo con la Liberia. Il contenzioso riguarda il limite tra il potere dell'amministrazione di eseguire le espulsioni e il diritto dei migranti a non essere mandati in luoghi dove potrebbero correre rischi. Gli avvocati che criticano questa politica sostengono che la possibilità formale di chiedere asilo o ripartire non elimini il pericolo di spingere indirettamente una persona verso il Paese dal quale cercava protezione.
