La guerra in Iran si è chiusa con la sconfitta di tutti
Secondo il giornalista Derek Thompson e l'esperto Karim Sadjadpour l'accordo firmato dal presidente consegna all'Iran lo Stretto di Hormuz senza fermarne il programma nucleare
La guerra in Iran si è chiusa con un accordo che per il giornalista americano Derek Thompson somiglia a "qualcosa di molto vicino a un documento di resa". In un'analisi pubblicata sulla sua newsletter, Thompson intervista Karim Sadjadpour del Carnegie Endowment for International Peace, un centro studi di politica estera con sede a Washington, e ne ricava una conclusione netta: in questa guerra hanno perso tutti.
La ricostruzione parte dallo scorso febbraio, quando Stati Uniti e Israele lanciarono un attacco a sorpresa contro l'Iran, colpendo centinaia di obiettivi militari e uccidendo migliaia di membri della Guardia rivoluzionaria islamica, tra cui la guida suprema Ali Khamenei. La Casa Bianca parlò di un successo pieno, ma quattro mesi dopo, scrive Thompson, le cose sono andate diversamente. Il regime è sopravvissuto, l'Iran ha reagito chiudendo lo Stretto di Hormuz con mine, droni e missili e ha colpito le infrastrutture dei paesi vicini. Il conflitto si è trasformato in un pantano.
La settimana scorsa il presidente Donald Trump ha firmato l'intesa che chiude il conflitto. Sadjadpour la definisce "un insieme di concessioni americane così sbilanciato da sembrare scritto unilateralmente da Teheran". Dei quattordici punti principali del memorandum, secondo l'analista, uno solo chiede qualcosa all'Iran, cioè alcune concessioni sul nucleare, mentre tutti gli altri favoriscono Teheran o sono formule diplomatiche di rito. In cambio della promessa di rinunciare all'arma atomica, già fatta e disattesa in passato, l'Iran ottiene concessioni militari ed economiche e il riconoscimento di fatto del suo controllo sullo Stretto di Hormuz, il passaggio da cui transita il 20% del petrolio e del gas mondiali.
Il punto più debole dell'accordo, per Sadjadpour, riguarda proprio lo Stretto. Il memorandum prevede che per i prossimi 60 giorni, durante i negoziati, lo Stretto di Hormuz resti aperto al traffico, ma oltre quel termine non c'è alcuna garanzia che torni a essere una via d'acqua internazionale. Se l'esito della guerra sarà che l'Iran ne mantiene il controllo amministrativo, dice l'analista, si tratterà di "un'enorme sconfitta strategica" per gli Stati Uniti. Nelle ultime 48 ore Teheran ha già minacciato di chiudere lo Stretto se Israele attaccherà il gruppo libanese Hezbollah.
Nel tentativo di togliere all'Iran l'accesso a una super-arma, la bomba atomica, gli Stati Uniti gliene avrebbero consegnata un'altra: secondo Thompson Teheran può ora installare un casello sullo Stretto di Hormuz, tassando i passaggi o bloccandoli a piacimento, come un'autostrada a pedaggio.
Il controllo iraniano sullo Stretto è soprattutto una minaccia economica per i paesi vicini, spiega Sadjadpour. L'Arabia Saudita ha dirottato il petrolio sul Mar Rosso e gli Emirati hanno trovato rotte alternative, ma il paese che ha sofferto di più è il Qatar, che condivide con l'Iran un grande giacimento di gas e per quattro mesi è rimasto quasi senza entrate, perché non ha altra via per esportare il suo gas naturale liquefatto. Anche per questo, nota l'analista, Doha ha spinto per un accordo qualsiasi.
Nessuno degli obiettivi annunciati dal presidente la notte in cui lanciò la guerra è stato raggiunto, è la valutazione di Sadjadpour. Il programma nucleare iraniano non è stato cancellato, la produzione di missili non è stata azzerata, le milizie alleate di Teheran nella regione non sono state smantellate e il regime è ancora in piedi. L'accordo non prevede lo stop ai missili a lungo raggio né la fine del sostegno iraniano ai gruppi armati in Libano e Iraq, mentre la questione dell'uranio quasi pronto per la bomba resta rinviata a future trattative. I partner regionali, aggiunge l'analista, sono colpiti soprattutto dal fatto che missili e droni non siano nemmeno sul tavolo: non temono un attacco nucleare, ma l'Iran ha lanciato oltre 5.000 attacchi con missili e droni contro i suoi vicini.
Il paragone che pesa di più è quello con l'accordo nucleare firmato da Barack Obama nel 2015, il cosiddetto JCPOA, che Trump aveva definito il peggiore mai negoziato. Quell'intesa offriva all'Iran la fine delle sanzioni legate al nucleare e l'accesso ai fondi congelati in cambio di limiti stringenti sull'arricchimento dell'uranio. Per molti esperti, scrive Thompson, l'accordo del presidente è perfino più debole. Sadjadpour aggiunge una differenza di fondo: l'intesa di Obama non arrivava dopo una guerra costata ai contribuenti americani oltre 130 miliardi di dollari. Trump aveva attaccato quel patto perché restituiva all'Iran 1,7 miliardi di dollari in contanti, mentre le cifre di cui si parla ora sono nell'ordine delle decine, se non centinaia, di miliardi.
Se l'accordo è così sfavorevole, perché il presidente lo ha firmato? La risposta di Sadjadpour è che Trump "dice ad alta voce quello che andrebbe tenuto nascosto": ha ammesso di non voler essere ricordato come un nuovo Herbert Hoover, il presidente della Grande depressione, e di temere che la guerra stesse spingendo il paese verso un collasso economico. Fin dall'inizio, spiega l'analista, il regime iraniano sapeva di non poter battere gli Stati Uniti sul campo e ha puntato a sconfiggerli "nel salotto di casa", facendo salire il prezzo del petrolio e moltiplicando le esplosioni, così che gli americani vedessero il caos in televisione e poi trovassero il prezzo della benzina raddoppiato. La contraddizione più difficile da spiegare, per l'analista, è che quattro mesi fa quel regime era ritenuto tanto pericoloso da giustificare un intervento militare massiccio, mentre oggi, con un semplice cambio di uomini al vertice ma senza alcun mutamento nei suoi comportamenti, riceve enormi concessioni economiche.
Sul fronte interno la guerra ha lasciato il presidente con il peggior indice di gradimento della sua presidenza e con una parte del mondo conservatore in rivolta. Tucker Carlson, il più ascoltato podcaster di informazione del paese, ha annunciato che lascerà il Partito Repubblicano. Per Thompson è come se il conflitto fosse stato aperto e chiuso da due amministrazioni diverse. Era cominciato con il segretario di Stato Marco Rubio, capo della diplomazia americana, a dare alla Casa Bianca toni da falco neoconservatore in stile George W. Bush. Si è chiuso con il vicepresidente JD Vance, isolazionista, a trattare e difendere un'intesa fondata su valori opposti a quelli con cui la guerra era stata giustificata.
Vance difende l'intesa sostenendo che l'America deve uscire dal Medio Oriente e dalle guerre senza fine. Scommette sul fatto che agli americani la fine del conflitto piacerà, ma Sadjadpour è scettico, perché il pubblico non ama farsi coinvolgere in guerre mediorientali e ancor meno perderle contro avversari il cui slogan ufficiale resta "morte all'America". L'analista cita il precedente del ritiro dall'Afghanistan deciso da Joe Biden, che molti volevano ma la cui umiliazione finale danneggiò il presidente. Trump stesso, racconta, ha detto in due occasioni che se l'accordo funzionerà si prenderà il merito e se fallirà darà la colpa a Vance, che intanto rischia di diventare il bersaglio dei rivali nelle primarie repubblicane del 2028, da Ted Cruz a Lindsey Graham.
Per Sadjadpour il grande sconfitto, almeno nel breve periodo, potrebbe essere Israele. Dopo aver chiesto invano a ogni amministrazione dagli anni Novanta un aiuto per bombardare l'Iran, Benjamin Netanyahu lo aveva finalmente ottenuto da Trump, ma la guerra si è chiusa con un'intesa che la stampa israeliana ha vissuto come un abbandono e che molti israeliani hanno percepito come un tradimento. La domanda aperta, per l'analista, è se l'opinione pubblica americana, soprattutto tra i più giovani, si sia allontanata da Israele in modo permanente, o se questo dipenda dalla persona di Netanyahu e possa cambiare con una nuova leadership.
Con un bilancio militare pari a circa l'1% di quello americano, l'Iran ha scoperto che con droni da 20.000 dollari si può tenere in ostaggio l'economia globale, colpendo petroliere da 100 milioni di dollari e le infrastrutture dei paesi vicini. È la lezione che Sadjadpour considera la più rilevante del conflitto, lo stesso schema usato dall'Ucraina contro la Russia: paesi più deboli che trovano strumenti asimmetrici e a basso costo per resistere a una potenza militare superiore. Una seconda lezione, che l'analista dice di aver imparato durante un anno passato a Beirut, è che "costruire richiede decenni, distruggere richiede giorni": la stabilità su cui paesi come Arabia Saudita, Emirati e Qatar vogliono costruire il loro futuro è costosa e lenta, mentre l'instabilità costa pochissimo.
Come l'Iran si riorganizzerà al suo interno resta una delle incognite maggiori. È un regime molto abile nella repressione, perfezionata in 47 anni, ma pessimo nel governare, dice Sadjadpour. Lo slancio nazionalista seguito alla guerra potrebbe rivelarsi "un'euforia passeggera", destinata a svanire quando torneranno le difficoltà quotidiane: un'inflazione al 70%, con rincari a tre cifre su molti generi alimentari. Per l'analista il regime ha probabilmente imparato la lezione sbagliata: che l'ideologia rivoluzionaria non è il peso che lo trascina verso guerre e crisi, ma il salvagente che lo ha tenuto a galla durante le rivolte popolari.
La conclusione di Sadjadpour è la stessa che aveva messo per iscritto sull'Atlantic nella prima settimana di guerra: è un conflitto senza vincitori. Per un certo periodo aveva pensato che l'unico vero vincitore fosse Vladimir Putin, arricchito dal rialzo dei prezzi del petrolio, ma il leader russo resta in difficoltà in Ucraina. E chiunque arriverà alla Casa Bianca dopo Trump, avverte l'analista, dovrà comunque fare i conti con un Iran che resta un avversario, perché la sua intera identità si fonda sull'ostilità verso gli Stati Uniti.