Solo il 33 per cento degli elettori americani pensa che sia stato giusto entrare in guerra con l'Iran, mentre il 55 per cento ritiene che sia stato un errore. È il risultato di un nuovo sondaggio nazionale di The Argument, una rivista online americana, secondo cui il conflitto voluto dal presidente Donald Trump è ancora più impopolare della guerra in Iraq di George W. Bush. Nell'analisi che accompagna i dati, il sondaggista Lakshya Jain sostiene che la guerra sta trascinando verso il basso l'intero Partito Repubblicano a un mese dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre.
Gli americani non sono contrari per principio all'uso della forza. Nello stesso sondaggio la maggioranza degli elettori registrati ritiene che gli Stati Uniti sarebbero giustificati a entrare in guerra in diversi casi ipotetici, compreso quello in cui l'obiettivo è impedire a un paese ostile di dotarsi di un'arma nucleare. È proprio la giustificazione che l'amministrazione ha dato per l'attacco all'Iran. A non piacere agli elettori è questa guerra in particolare.
Il conflitto ha ribaltato anche la fiducia sulla politica estera. Oggi i democratici sono in vantaggio di 6 punti quando si chiede agli elettori di quale partito si fidano di più su questo tema: è il margine più ampio da quando The Argument ha cominciato a misurarlo, un anno fa. A maggio, prima che la tregua con l'Iran saltasse, i democratici erano ancora indietro di un punto. Secondo Jain una parte della rabbia degli elettori nasce dalle promesse non mantenute: in campagna elettorale Trump aveva giurato di tenere gli Stati Uniti fuori dalle "guerre infinite".
Il motivo principale, per Jain, è però economico. La guerra ha fatto salire il prezzo della benzina e l'approvazione del presidente si muove in direzione opposta: quando i prezzi alla pompa salgono, il suo gradimento scende. È un legame già noto agli studiosi, ma Jain ritiene che Trump stia pagando un prezzo più alto del normale perché il rincaro è la conseguenza diretta di una sua scelta. Nelle ultime settimane il tema è tornato centrale anche per i consumatori americani.
La guerra si somma alla crisi del costo della vita, a una guerra commerciale impopolare e a una politica sull'immigrazione che il sondaggio descrive come caotica. Tra gli elettori che con ogni probabilità andranno a votare, i repubblicani sono ormai dietro ai democratici nella fiducia su tutti i temi tranne la criminalità. Il saldo tra chi approva e chi disapprova l'operato del presidente è negativo di 25 punti tra gli elettori registrati e di 26 tra quelli probabili. Nel 2018, alle ultime midterm del suo primo mandato, secondo gli exit poll il saldo era negativo di 9 punti.
Quell'anno i democratici vinsero il voto popolare per la Camera con 7 punti di vantaggio e conquistarono la maggioranza. Oggi, nel cosiddetto generic ballot, la domanda con cui si chiede agli elettori quale partito voteranno alle elezioni per il Congresso senza fare il nome dei candidati, i repubblicani sono indietro di 5,6 punti tra gli elettori registrati. Il distacco però sale a 9 punti tra gli elettori probabili, cioè quelli che secondo il modello di The Argument andranno davvero alle urne. Per stimarli il sondaggio combina dati demografici, storia di voto e intenzione dichiarata di votare di ciascun intervistato.
La differenza tra i due numeri, più di 3 punti, misura il divario di entusiasmo tra i due elettorati. Se si guardasse solo agli elettori registrati, i repubblicani starebbero andando un po' meglio rispetto al 2018. Secondo Jain la capacità di convincere gli indecisi conta, ma è la maggiore mobilitazione degli elettori democratici a trasformare una vittoria netta in una valanga.
Fino all'estate i repubblicani speravano che i democratici fossero penalizzati dall'immagine di un partito troppo spostato a sinistra. Nel sondaggio di luglio il 47 per cento degli elettori probabili diceva che il Partito Democratico era troppo a sinistra, mentre il 45 per cento riteneva il Partito Repubblicano troppo a destra: i repubblicani erano quindi percepiti come meno estremi. Oggi non è più così. Rispetto a un anno fa il quadro si è rovesciato anche sull'immagine complessiva dei due partiti: quello repubblicano è ora nettamente più impopolare di quello democratico.
Le conseguenze si vedono soprattutto nella corsa al Senato. Per Jain le possibilità dei democratici di conquistarlo non sono mai state così alte: Iowa, Kansas e Nebraska, stati saldamente repubblicani, sono diventati contendibili perché il sostegno ai repubblicani nel Midwest si sta sgretolando. A questo si aggiungono la fuga degli elettori ispanici dal partito del presidente e il vantaggio nei sondaggi che la democratica Mary Peltola mantiene in Alaska. Per la prima volta in questo ciclo elettorale i repubblicani partono sfavoriti. Un anno fa sembrava impensabile, perché per ottenere la maggioranza i democratici devono strappare almeno due seggi in stati che Trump ha vinto con più di 10 punti di vantaggio nel 2024.
Jain attribuisce l'impopolarità dei repubblicani a una serie di scelte evitabili del presidente, che era entrato in carica con un consenso alto. Tra queste mette l'invio a Minneapolis degli agenti dell'ICE, l'agenzia federale che si occupa del controllo dell'immigrazione, dove tre agenti hanno ucciso due cittadini americani innocenti. Poi i dazi, che hanno alimentato l'inflazione durante una crisi del costo della vita. Infine l'attacco all'Iran, che ha fatto impennare il prezzo della benzina quando le famiglie erano già in difficoltà.
I repubblicani possono ancora sperare in un errore sistematico dei sondaggi, come quello del 2016 e del 2020, quando le rilevazioni sovrastimarono nettamente i democratici perché raggiungevano troppo pochi elettori che votano di rado. The Argument dice di usare diversi accorgimenti per evitarlo, per esempio includere nel campione anche chi abbandona il questionario prima della fine, un gruppo molto meno favorevole ai democratici rispetto agli altri intervistati. Secondo Jain il partito potrebbe recuperare terreno anche se la guerra finisse, i prezzi della benzina scendessero e il vantaggio economico dei repubblicani nella raccolta fondi riuscisse a danneggiare l'immagine dei candidati democratici. Il presidente però non ha mostrato l'intenzione di fare queste scelte e nei giorni scorsi non ha escluso nuovi bombardamenti sull'Iran dopo il voto.
Il sondaggio è stato condotto tra il 16 e il 21 settembre su 1.603 elettori registrati in tutto il paese, con un margine di errore di 2,7 punti percentuali (calcolato tenendo conto della ponderazione del campione). La raccolta dei dati è stata affidata alla società Verasight, mentre i dati sulle liste elettorali usati per costruire il campione e stimare l'affluenza vengono da Catalist, una società che gestisce banche dati sugli elettori.
